Ai piedi della salita verso il borgo di Sidi Bou Saïd, ci sta uno striscione plastificato e legato a due pali con scritto na’am, “sì” in arabo. E sotto, una sfilza di promesse: no alla povertà, no alla corruzione, no all’ingiustizia, e via di questo passo. Se uno non sapesse di cosa si trattasse, penserebbe alla campagna di proselitismo di una chiesa evangelica. No, lo striscione invitava ad andare a votare lo scorso 25 luglio al referendum sulla nuova costituzione voluta dal presidente della repubblica tunisina, Kais Saïed.

Ogni volta che prendo quella salita, in questa stagione, dopo le cinque del pomeriggio, c’è così tanta gente che per prudenza mi rimetto la FFP2 sul muso. Se tutta quella gente fosse andata a votare, il referendum avrebbe raggiunto un quorum altissimo. Ed invece, l’ISIE, l’Istanza superiore per le elezioni tunisina, ha annunciato questa cifra: 27,54 %. Cioè, un tunisino su quattro è andato a votare; gli altri tre, passeggiavano tra Sidi Bou Saïd e Cartagine.

Il mio tassista di fiducia, quando gli ho chiesto il suo parere sul referendum, ha semplicemente risposto: “Ha vinto il presidente”. “Anche se solo un quarto dei tunisini ha votato?”. “Sì”. Faceva troppo caldo per indagare su quella risposta precisa e breve, così ho lasciato perdere. Quando tre quarti degli aventi diritto al voto vanno al mare invece di andare a votare, esaltarsi per la vittoria (la nuova costituzione tunisina sarebbe passata con il 90% dei voti espressi in favore) è come organizzare una parata militare con i combattenti sopravvissuti, tra le macerie di una città riconquistata che non esiste più.

Gli italiani, almeno in materia di referendum, si comportano meglio, perché alle ultime tre consultazioni referendarie di revisione costituzionale, votarono rispettivamente il 52,5% (2006), il 65,47% (2016) e il 51,12% (2020) degli aventi diritto. Il punto nel quale un esercizio di voto smette di essere “democratico” è materia di contesa. Se entrate in un bar affollato, socializzate e poi chiedete ai presenti di spiegarvi cosa sia la democrazia, non riceverete due singole risposte eguali. È praticamente indifendibile, però, arrivare a dichiarare “democratica” una consultazione quando solo un quarto di un popolo ha esercitato il voto, e ancora meno difendibile pretendere che tale consultazione rappresenti la volontà definitiva dello stesso. Piuttosto, il popolo si è espresso non andando a votare, e la maggioranza è di chi ha boicottato il referendum.

Però, i sostenitori del presidente hanno festeggiato la vittoria riunendosi nelle vie della capitale. Erano davvero pienamente felici e soddisfatti? Si sentivano di rappresentare la maggioranza dei tunisini, si sentivano la forza del Paese? Boh, non vi so dire, perché quella notte non sono sceso a avenue Bourghiba. Vi faccio però una domanda: vi sentireste veramente felici di vincere una coppa del mondo di calcio, a tavolino?

Oltre a questo, il caos: la ONG tunisina di osservazione elettorale I Watch chiede che una commissione indipendente rifaccia il conteggio dei voti, perché le infrazioni registrate durante lo scrutinio sono state così numerose che potrebbero incidere sui risultati annunciati, e rilevando discrepanze tra risultati annunciati e voti depositati in 25 delle 33 circoscrizioni elettorali del Paese. “La democrazia non è fatta per gli arabi” direbbe un mio conterraneo di fede leghista se gli chiedessi il suo parere; peccato che abbia perso il suo numero di telefono, perché gli avrei voluto chiedere se ritenesse che la democrazia sia invece fatta per gli italiani; ma poi quali italiani, quali patrioti? Chi sa definire un patriota in Italia?

Un tipo che vende il destino del proprio Paese a un regime autoritario e criminale che ha i suoi uffici nei palazzi di Mos* è un patriota? È meno patriota chi fa entrare in un porto italiano una imbarcazione carica di migranti irregolari e senza quattrini, oppure uno che prende ordini dall’ambasciatore ru* a Roma? È più patriota chi punta il dito su altri in merito alla caduta di un governo (e si giustifica come non responsabile, confondendo fatti e fantasie), oppure chi fa di tutto pur di trovare soluzioni in un Paese uscito dalla pandemia ed entrato nell’era del disastro climatico? È più patriota chi fa promesse al popolo in televisione o chi distribuisce pasti la sera ai derelitti del quartiere? È meno patriota chi punta al terzo mandato consecutivo per il bene dell’Italia, o chi dà per scontato che sia una cosa normale che un rappresentante istituzionale sia al terzo o quarto mandato, sempre per il bene dell’Italia?

Chi vi scrive è molto confuso, ma ha un’immagine fissa, indelebile, in bianco e nero, nel cervello: quella dei corpi del Duce, della sua amante e di alcuni gerarchi fascisti esposti in piazzale Loreto nell’aprile del 1945. È l’immagine per eccellenza dell’effimerità dei nostri propositi di potenza. Il demiurgo della grandezza dell’Italia – colui che Winston Churchill nel 1927 definiva un ‘genio romano’, che se fosse stato italiano avrebbe seguito senza riserve nella sua lotta trionfale contro le predilezioni bestiali del leninismo[1] – d’improvviso a testa in giù, come un miserabile pezzente raccattato in una discarica di reietti. A ricordo del fatto che chi si erge a Patriota Capo, pur di galleggiare nei sondaggi, pur di frequentare le sale del Palazzo, pur di vedere i propri profitti crescere, si troverà un giorno per terra, volente o nolente, molto meno della polvere delle stelle. La storia di Mussolini porta quantomeno ancora migliaia di persone ogni anno sulla sua tomba, a Predappio, ma chi dei nostri odierni Patrioti Capo sarà riverito così tra trenta o quarant’anni?

Insomma, cosa conta di più ora? Se la democrazia dovesse funzionare come un servizio allo Stato e alla Nazione, e non come la passerella d’ingresso a un sistema di vitalizi o di produzione di leggi ad personam, cosa dovrebbe mettere sulla tavola? Pochi ne parlano, in campagna elettorale pochissimi, ma se vi sono delle cose che paiono valere ancora più di ogni cosa, queste sono forse due: difendere a spada tratta le libertà dalla chimera dell’autorità e della dittatura, e difendere il Pianeta da noi stessi.

Purtroppo, le elezioni, i referendum, questi teatrini dell’inutile bavarder, seppelliscono le nostre persone sotto migliaia di parole che non contano (per la maggioranza di noi cittadini semplici) e che contano molto (per una ristrettissima cerchia di sedicenti personaggi pubblici). Che tristezza, che sconforto.

Nobil natura è quella

che a sollevar s’ardisce

gli occhi mortali incontra

al comun fato, e che con franca lingua,

nulla al ver detraendo,                               

confessa il mal che ci fu dato in sorte,

e il basso stato e frale

Leopardi Giacomo, in un passo de La ginestra, definiva nobile chi sa ancora dire la verità e ci mette davanti alle sofferenze che dobbiamo affrontare, ai sacrifici che ci aspettano, e lo fa senza aggiungere odio e rabbia tra i fratelli. La società insieme, negli alterni perigli e nelle angosce della guerra comune.

Rileggendo il Leopardi, questi merita di essere messo a fianco di un altro personaggio, anche se tale accoppiamento potrà risultare ardito. Sto parlando dello scienziato James Lovelock, scomparso il 26 luglio scorso all’età di 103 anni. Ardito perché Leopardi descriveva la Natura come di voler matrigna verso gli uomini, mentre Lovelock è il padre della teoria di Gaia, della terra come madre, sistema vivente che si autoregola. Ho sempre trovato Lovelock come uno dei pensatori più affascinanti dell’ultimo secolo. Non solo è stato il primo a rilevare la presenza di clorofluorocarburi nell’atmosfera – quelli responsabili del ‘buco’ nell’ozono – ma soprattutto ha elaborato l’idea di un pianeta Terra come sistema vivente che si autoregoli. Osservando come l’atmosfera terrestre fosse composta per il 77% da azoto e per il 21% da ossigeno, con tracce di anidride carbonica e altri gas, mentre quelle degli altri pianeti del sistema solare erano saturi di anidride carbonica, aveva cercato una spiegazione su cosa rendesse l’atmosfera terrestre così diversa e unica nel sistema solare. Di fronte anche all’evidenza che, mentre l’energia del sole era aumentata del 30% durante i tre miliardi e mezzo di anni in cui la vita era esistita sul pianeta, la temperatura della superficie terrestre era rimasta costante. L’unica spiegazione che poteva darsi era che la Terra fosse un sistema capace di autoregolazione, che aveva trovato il modo di preservarne l’equilibrio, grazie agli organismi viventi che avevano mantenuto stabile il loro ambiente. Insomma, un sistema in cui il complesso dei suoi abitanti viventi e respiranti manteneva l’atmosfera, il ciclo dell’acqua e le sue masse minerali in equilibrio. In fondo, la Natura nel Leopardi e quella in Lovelock sono la stessa cosa, raccontata in modi diversi, perché se ora il caldo ci minaccia, è che Gaia sta cercando una via d’uscita.

Leggendo quanto ha scritto il prof. Lovelock, si corre il rischio di ritrovarsi in un altrove, e di dimenticare le correnti vicende delle nostre nazioni, però non dovrebbe essere così, perché gli studi di persone come lui dovrebbero essere al centro delle nostre preoccupazioni politiche, al centro del dibattito pubblico. Se le risorse naturali si esauriscono, la produzione si ferma e l’economia entra in recessione. La settimana scorsa, nel corso di una cena a Tunisi, l’Inviato speciale delle Nazioni Unite sul diritto all’acqua, Pedro Arrojo-Agudo, mi dipingeva uno scenario estremamente preoccupante, in cui cambiamenti climatici e spreco irrazionale delle risorse idriche rischiano di portare quel Paese al collasso prima di quanto molti di noi possano pensare. “Il governo deve mettere fine al sovrasfruttamento degli acquiferi” scriverà a conclusione della sua missione. “Gli acquiferi sono i polmoni di acqua della natura, e devono essere gestiti come riserve strategiche per affrontare siccità straordinarie che saranno sempre più lunghe ed intense”. Parlava della Tunisia, certo, ma a Firenze, i nuovi alberelli piantati dall’Amministrazione Nardella non resistono e si seccano, perché non piove; possiamo essere di Sinistra, dichiararci Progressisti più di altri, piantare alberi, piantarne anche un milione come ha promesso il presidente del partito Forza Italia, ma tutto questo non è più sufficiente. Leopardi docet, e Lovelock interpreta.

Cosa conta veramente in questo fine di luglio: il potere ad una fazione piuttosto che ad un’altra? Ne siamo sicuri? Siamo confusi, sono confuso, non riesco più ad appassionarmi per le tornate elettorali, sto diventando più tunisino che italiano. Non potevo votare il 25 luglio passato a Tunisi, ma non so se voterò il 25 settembre prossimo a Roma. È vero, consultare le notizie non tranquillizza l’animo, ed è un correre disperato tra la sezione sulla guerra e quella sulle temperature torride, alla ricerca di aggiornamenti rassicuranti. È un correre sovente inutile, e per dare un senso alle cose, non ti resta che cercare conforto nelle persone che incontri di frequente. Per quanto riguarda il sottoscritto, mi è venuta un’idea: ne parlerò con il mio tassista di fiducia, parlerò di “libertà” e di “pace con il Pianeta”, non più di presidenti e governi. Ci proverò, cercherò conforto nel mezzo gaudio di un male riconosciuto come comune.

Mi darà ascolto?

Tra Roma e Tunisi, 30 luglio 2022


[1] Geert Mak, In Europe. Travels through the Twentieth Century, Vintage, 2008, pag. 294.

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