Immaginiamo per un attimo che la Storia sia andata per il verso opposto e che l’asse nazifascista abbia vinto la Seconda guerra mondiale. Che, dopo decenni di vita sotto un regime come quello del generale Franco, una sollevazione popolare abbia costretto alle dimissioni il cancelliere italiano, il quale si rifiutava di aderire all’alleanza delle nazioni democratiche che stava al nostro occidente, e che in seguito ad elezioni finalmente democratiche il nuovo capo del governo abbia ufficialmente richiesto che Roma faccia parte dell’alleanza. Immaginiamo che la Germania, ancora forte militarmente come lo era stata negli anni ’40, dopo aver assistito impreparata ad una serie di pacifiche sollevazioni popolari in Europa che esprimevano la stessa volontà degli italiani, decida di intervenire: occupa militarmente l’Austria senza colpo ferire, con l’approvazione del cancelliere austriaco, e posiziona le sua truppe alle frontiere con il Belpaese. Con l’argomento che l’Italia è piena di comunisti estremisti, che ospita laboratori segreti di armi chimiche e batteriologiche finanziati da fondi stranieri, minaccia di intervenire per difendere le comunità germanofone dell’Altoadige e quelle slavofone della Venezia-Giulia dai piani di sterminio di Roma. Dopo settimane di esercitazioni militari e manovre diplomatiche, la Germania invade l’Italia da Nordest, dall’Adriatico e dal Mar Ionio. L’esercito italiano e le milizie partigiane autorganizzatesi tentano di resistere di fronte alla straordinaria superiorità militare della Germania. I tedeschi non esitano a bombardare le città pur di piegare lo spirito della nazione. Il livello di distruzione materiale è impressionante, la tattica del terreno bruciato è quella che riesce meglio all’invasore, sorpreso dalla tenacità degli italiani. Roma chiede armi all’alleanza delle nazioni democratiche, chiede nuove sanzioni economiche e politiche contro il regime di Berlino, e soprattutto chiede di accedere ad armamenti pesanti per neutralizzare gli ordigni sempre più sofisticati che l’aggressore impiega senza pudore né scrupolo. Chiede una no-fly zone, che l’alleanza delle nazioni democratiche esita a concedere per timore di estendere il conflitto. La società civile di molti paesi si mobilita, protesta contro il frastuono delle armi, sfila con cartelli no-war, e tra questi alcuni dicono di non stare “né con gli uni, né con gli altri”, e che l’unica soluzione per ristabilire la pace è disarmare le parti, riconoscere le responsabilità reciproche, e restare neutrali. La Germania, nel frattempo,  approfitta di questi distinguo per portare avanti la sua politica dei faits accomplis, e demolire le infrastrutture del Paese occupato. Distruggere è la sua logica, la sua pratica. Gli italiani fuggono, chi in Nordafrica, chi verso le Americhe, chi lungo le coste della Lusitania o dell’Atlantico bretone. Tre milioni sono gli italiani che in meno di un mese lasciano la patria. La no-fly zone, però, non arriva. Roma supplica la Comunità internazionale, avverte che la caduta dell’Italia sarebbe il primo tassello di un rinnovato Ordine mondiale retto sulla superiorità della potenza offensiva, ordine nel quale le frontiere verrebbero fatte e disfatte rimettendo in discussione il principio di sovranità nazionale e di autodeterminazione dei popoli. Roma sarebbe stata non l’ultima, ma la quartultima, la quintultima nazione le cui frontiere sarebbero state ritracciate in puro stile ottocentesco, nell’assenza di ogni forma di diritto internazionale.

Perdonate lo scenario immaginario, ma se la mia immaginazione fosse realtà, saremmo in tanti tra noi a chiedere assistenza militare e know-how tecnologico oltre che aiuti umanitari, di fronte alla determinazione irremovibile dell’aggressore di “andare fino in fondo”.

È quanto succede nelle terre a nord del Mar Nero: purtroppo, il tempo per manovre preventive è scaduto. Per aver vissuto la vicenda siriana da vicino, ho imparato a conoscere la logica dello schiacciamento di ogni opposizione o dissenso manu militari. Nel dicembre del 2016, partecipai alla #CivilMarchForAleppo. Partimmo da Berlino, eravamo in tanti, e l’intenzione era di arrivare ad Aleppo prima che la città venisse devastata e cadesse nelle mani del regime di Damasco. Purtroppo, la colonna si mise in marcia quando la città era ormai stata ripresa da soli quattro giorni. Per ragioni famigliari, camminai per pochi giorni, ma seguii la marcia durante le settimane seguenti perché avevo legato con alcuni dei promotori polacchi. Diversi siriani si sfilarono fin dall’inizio perché non era concesso loro di esibire il vessillo della rivoluzione del 2011. La marcia si fermò de facto alle porte della Turchia, ed Aleppo non venne mai raggiunta. Di quella marcia, non parla più nessuno. Con il senno di poi, l’unica cosa utile che si sarebbe dovuta fare quando Aleppo venne posta sotto assedio, per evitare che seguisse le sorti di Grozny e di Sarajevo, era di intervenire per fermare la campagna militare attraverso la chiusura dei cieli, da dove cadeva ogni sorta di bomba.

Dato per acquisito che gli ucraini hanno il legittimo e sacrosanto diritto di difendersi, potremmo certo dire che le autorità di quel Paese, avendo invitato fin dall’inizio a resistere con l’uso delle armi, abbiano fatto un errore, perché la difesa armata comporta un prezzo molto alto in termini di vite umane e costi economici. E l’Europa forse abbia sbagliato a incoraggiare la difesa armata.

La rivista Città Nuova proponeva addirittura una terza via per neutralizzare l’aggressione russa: “Invece di inviare armi, i leader europei e la Commissione dell’Unione europea avrebbero potuto fissare un loro incontro a Kiev, invitandovi le autorità russe. E così avrebbero potuto fare anche i leader religiosi mondiali, invitando il patriarca di Mosca, Kirill. E sempre i Paesi europei, per dare una precisa indicazione della propria volontà di pace, avrebbero potuto sottoscrivere il Trattato Onu di proibizione delle armi nucleari in risposta alla minaccia nucleare adombrata da Putin.” (Cefaloni, 16 marzo 2022). Quanto però sono veramente praticabili tali percorsi quando la controparte vuole “andare fino in fondo”, e la diplomazia viene in realtà utilizzata per prepararsi alla guerra? Com’è possibile dire di voler negoziare una soluzione politica al conflitto e al tempo stesso imporre come precondizione che tre regioni dell’Ucraina vengano de facto cedute alla Russia e che l’Ucraina venga demilitarizzata? Com’è possibile dire di voler negoziare una soluzione politica al conflitto mentre vengono bombardate le città? Il ministro francese Le Drian ha ragione: “Purtroppo, siamo ancora di fronte alla stessa logica russa – fare richieste massimaliste, volere che l’Ucraina si arrenda e intensificare la guerra d’assedio”. (The Guardian, 17 marzo 2022).

Insomma, ascoltare la richiesta ucraina di una no-fly zone (NFZ) e valutare quanto sia ragionevole o praticabile, è ritengo una delle domande più importanti da farsi ora. Se tale misura fosse portata avanti dalla NATO, convengo che sarebbe irragionevole e pericoloso, perché darebbe alla Russia un argomento per legittimare la sua “operazione militare” e eventualmente allargare il fronte. Ma se non fosse la NATO a farsene carico?  I parlamenti delle tre repubbliche baltiche hanno proposto di percorrere la strada delle Nazioni unite (Latvia LSM, 17 marzo 2022). L’ex-direttrice dell’assistenza internazionale presso il Ministero dello sviluppo economico e del commercio dell’Ucraina, Olena Tregub, spiega come si potrebbe configurare tale misura: “Stati membri dell’ONU potrebbero formare una coalizione disposta a difendere lo spazio aereo dell’Ucraina dagli attacchi dell’aggressore russo. La disponibilità di stati che rappresentano diverse regioni a garantire una NFZ in Ucraina sposterebbe l’attenzione dagli Stati Uniti e dalla NATO al «sostegno e alla difesa globale»” (CEPA, 10 marzo 2022). Come potrebbe attivarsi? Facendo ricorso agli articoli 5 e 6 della Carta ONU, l’Assemblea Generale dovrebbe sospendere l’esercizio dei diritti e privilegi di appartenenza della Russia alle Nazioni unite e dunque anche al Consiglio di Sicurezza. Il Consiglio di Sicurezza dovrebbe poi approvare l’istituzione di una NFZ (articolo 42 della Carta), in modo da garantire la protezione dello spazio aereo dell’Ucraina o parte di esso (le regioni occidentali), e questo per ragioni umanitarie e logistiche, e per evitare l’escalation di attività militari sul territorio di altri stati. In seno al Consiglio di Sicurezza, la Cina dovrebbe quantomeno astenersi[1]. Può sembrare fantascienza; ma la realtà può essere molto più drammatica di ogni sforzo di imporre delle misure preventive.

Vorrei tanto che il saggista Francis Fukuyama avesse ragione, quando scrive che la Russia si sta dirigendo verso una sconfitta totale in Ucraina, e che tale sconfitta renderà possibile una nuova stagione “delle libertà”, che ci farà uscire dalla questa prolungata depressione nella quale la democrazia globale è in declino. Vorrei che avesse ragione quando dice che lo spirito del 1989 ritornerà, “thanks to a bunch of brave Ukrainians”. (El País, 16 marzo 2022). Grazie a un gruppetto di valorosi ucraini.

Che siano valorosi, è difficile dubitarne. Se siano un gruppetto, non ne sono convinto. La migliore descrizione di come ancora sopravvivono a questa guerra l’ho ricevuta da un apicultore di Kiev, nonché esperto del programma Erasmus+, che compara il proprio popolo alle api. Le api che difendono il loro alveare non hanno bisogno di istruzioni – né di leadership formale. Si organizzano da sole. Ogni ape è pronta a morire per il bene dell’alveare, e sembrano sapere esattamente dove pungere per ottenere il massimo effetto. Per inciso, la puntura di un’ape non è solo dolorosa per la vittima, è fatale per l’ape. L’abnegazione e l’organizzazione spontanea sembrano essere geneticamente programmate [nella resistenza del popolo ucraino] (Mychailo Wynnyckyj).

È difficile scrivere di queste cose, e difficile anche pensarle, ma sarebbe assurdo ritenere che le guerre in corso si possano fermare con le buone maniere. Anche se sono destinati a morire, anche se sono coraggiosi, anche se resistono oltre ogni aspettativa, non lasciamo i cittadini dell’Ucraina soli, e non cerchiamo di trovare plausibili giustificazioni per lasciarli soccombere sotto le bombe.   

Tunisi, 19 marzo 2022.


[1] Tra i cinque Paesi aventi uno statuto di membro permanente del Consiglio di Sicurezza, Cina e Francia sono quelli che hanno fatto meno ricorso in assoluto a questo “potere di veto”. Al febbraio 2022, la Russia/URSS ha usato il suo veto 120 volte, gli Stati Uniti 82 volte, il Regno Unito 29 volte, la Francia 16 volte e la Cina 17 volte (Wikipedia).

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