Lucia da Siracusa dev’essere stata una donna speciale se la Vergine Maria le affida l’incarico di salvare Dante dalle grinfie delle belve della selva oscura nella quale si era ritrovato, nel mezzo del cammin di sua vita. Così si legge nel secondo canto dell’Inferno: la bella Beatrice viene incaricata da Santa Lucia di coinvolgere Virgilio nel riscatto di Dante, su amorevole richiesta della Vergine Maria.

“Lucia, nimica di ciascun crudele, si mosse e venne al loco dov’i’ era” – racconta Beatrice. Il resto, lo conoscete. Virgilio prese per mano Dante e lo accompagnò nei luoghi eterni oltreterreni perché ritrovasse la diritta via. La martire siracusana era dunque tenuta in altissima considerazione nel Medioevo, ed oggi è tuttora dispensatrice di gioia e luce per chi l’aspetta il tredici di dicembre, sperando in qualche suo dono. Nel Mantovano, la terra di Virgilio, Santa Lucia arriva cavalcando un asino insieme a delle ceste di doni dei più strani e inaspettati, ed è vietato a bambini e giovani di cercare di scovarla, perché nell’attimo in cui viene scoperta nelle sue peregrinazioni notturne, ella scompare e forse non più ritorna. Invece, qual segno di ringraziamento e sostegno per il suo servizio, si devono preparare sulla soglia di casa agrumi, farina e un poco d’acqua perché la santa e il suo asino si possano rifocillare la notte del loro passaggio.

Si racconta sovente del barbaro atto di tortura cui venne sottoposta durante la persecuzione – le avrebbero cavato gli occhi – ma si dimentica un altro aspetto della sua misteriosa biografia che forse spiega meglio la devozione attuale nei suoi confronti, in quanto dispensatrice di doni. Lucia si consacrò al Cristo e donò il copioso patrimonio di famiglia ai poveri, invece di accettare l’offerta di matrimonio ricevuta. Visse per alcuni anni una vita di esemplare eroina tra infermi e bisognosi, fin quando il pretendente pagano, che la voleva in sposa insieme alla sua dote, la denunciò alle autorità romane. Fu la fine terrena di Lucia, Anno Domini 304.

Io sono convinto, da mezzo mantovano e mezzo veronese (entrambe le città sono devote alla siracusana), che Santa Lucia sia ora una sorta di Robin Hood al femminile, che elargisce favori agli innocenti (bambini e ragazzi) portando delizie e beni materiali sottratti agli scaffali dei centri commerciali, o pagati con i portafogli di genitori benestanti. Tutto questo è possibile grazie alla sua immaterialità e al suo coraggio. È una donna invisibile, e opera con discrezione. Con questo convincimento sono cresciuto, e nessuno me l’ha tolto.

Eppure, la tradizione di Santa Lucia stenta di questi tempi a sopravvivere, perché il valore dei doni ha cambiato di significato. Ora, non è importante il perché ricevi dei beni materiali, ora è più importante consumarli. Ho letto recentemente un articolo bellissimo dell’economista Luigino Bruni sulla prepotenza della civiltà dei consumi, capace di rovesciare il significato del calendario cristiano al punto che il Black Friday diventa più importante del Giorno del Ringraziamento: “Il Black Friday è nato quasi un secolo fa come il giorno dopo il Ringraziamento, ora il Ringraziamento è diventato la vigilia del «venerdì nero»” – spîega Bruni. “La religione capitalistica sta dunque facendo col cristianesimo quello che questo aveva fatto in Europa con i culti romani e indigeni”.

È ancora forse un valore il risparmio, quello che ci insegnavano i nostri genitori e che insegnavano i  nostri nonni ai loro figli? No. Ora devi consumare, e l’intera economia deve funzionare su un incessante circolo di consumi, giustificati o ingiustificati. L’uomo realizzato è colui che consuma, l’uomo fallito è colui che risparmia. Ogni remora spirituale o etica sulla relazione tra persona e consumo deve dunque svanire, e il nichilismo deve prevalere su ogni dottrina sociale di ispirazione religiosa. Vorrei fare un esempio molto semplice su una questione a me cara: la transizione ecologica. Per ridurre il peso delle emissioni da trasporti, il modello che viene proposto è di avere due o tre auto elettriche in famiglia, non quello di rinunciare parzialmente ai mezzi individuali e di investire sui mezzi pubblici o sul car sharing. La transizione ecologica diventa una nuova opportunità di amplificare i consumi individuali, olvidando i costi sociali e ambientali della produzione di elettricità e dell’estrazione di metalli preziosi dalle viscere della Terra per fare i motori elettrici[1]. Questo è solo un esempio che potremmo ritrovare in altri campi della vita sociale; la dinamica è la stessa: consumare beni materiali individuali, per far funzionare il commercio, per far funzionare il capitalismo.

Il Black Friday è la festa di questa nuova religione universale, che trascende frontiere e culture. È arrivato anche in Tunisia, paese musulmano, dove i negozi espongono affissioni che pubblicizzano sconti prima per un giorno, poi per un fine-settimana, poi per due settimane. Il tempo del consumo si espande oltre la scadenza dei calendari e copre ogni cosa, dal tempo feriale di lavoro a quello delle feste di famiglia e delle ricorrenze religiose. La cosa straordinaria è che l’impellenza rituale del dovere del consumo, che porta a sconti su sconti, rende difficile per un consumatore capire chi ci guadagni veramente: la grande catena di distribuzione? L’industriale che comprime i salari? La macchina della propaganda pubblicitaria? O gli estrattori di materie prime? Perché l’economia, alla fine dei conti, si fonda su una legge sola, che non può essere magicamente cancellata: ogni bene ha un costo, e il costo si riversa sul consumatore, sul distributore, sul produttore, sul lavoratore o sul pianeta tutto.

La dottrina della religione del consumo non rimuove solo i valori della dottrina sociale della Chiesa. Tra le sue vittime figura anche il diritto universale, la visione laica di un mondo in cui i diritti umani dovrebbero guidare i popoli e le nazioni.

La Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 dice al suo art. 28: “Ogni individuo ha diritto ad un ordine sociale e internazionale nel quale i diritti e le libertà enunciati in questa Dichiarazione possano essere pienamente realizzati.”. Purtroppo, questo imperativo è sempre più bistrattato anche da quei paesi che si dichiarano democratici e portatori della diplomazia dei diritti umani. Guardiamo a cosa succede nel Mediterraneo. Negli stessi giorni in cui noi italiani siamo divisi tra afflizione e speranza guardando all’Egitto, perché la verità su Regeni è più lontana che mai, mentre lo studente Zaky è stato liberato in attesa della sentenza definitiva, il primo ministro spagnolo Sánchez porta i suoi imprenditori alla corte del presidente al-Sisi, accettando la richiesta del regime egiziano di non-organizzare una conferenza-stampa pubblica, e ignorando le migliaia di prigionieri per delitti di opinione tuttora nelle carceri egiziane[2]. Il presidente di un altro paese che fa dei diritti umani la sua bandiera identitaria, la Francia, si reca nei paesi del Golfo implicati nelle guerre di Yemen e Libia per vendere il proprio arsenale militare, e rende visita a un governante che usa l’assassinio come strumento di risoluzione di divergenze di opinione (il principe saudita Ben Salman è accusato di aver ordinato l’assassinio del famoso giornalista Khashoggi) [3].

Tutto questo è possibile perché il commercio e il suo figlio naturale, il consumo, sono i nuovi idoli che guidano famiglie e governanti. Chi sottovaluta la potenza eversiva del capitalismo e del consumismo non si rende conto che sotto minaccia si trova il nostro intero sistema di valori e di regole, chiunque siano i santi, i preti e i luoghi di culto a cui ci rivolgiamo. Né la Déclaration des droits de l’homme et du citoyen del 1789, né i Vangeli e le epistole dei Padri della Chiesa resistono alla straordinaria potenza dell’imperativo del Prodotto Interno Lordo.

Da semplice genitore e cittadino senza responsabilità amministrative pubbliche, più rifletto su quanto succede in noi e intorno a noi, e più mi innamoro di personaggi come Lucia da Siracusa. È questa resilienza delle tradizioni e degli esempi che ancora ci muove e ci impedisce di aderire incondizionatamente alla nuova religione. Non avrei mai creduto, mi fossi posto la domanda trent’anni fa, che avremmo potuto ritrovare messaggi rivoluzionari in un breviario dei santi, o nella ripetitività di una processione attorno alla statua di una martire, ma oggi vale anche questo, purché recuperiamo la vista. Ogni volta che penso al tema della vista, della capacità di vedere e capire, mi viene in mente il romanzo di José Saramago Ensaio sobre a Cegueira , in cui l’autore immagina un’epidemia di cecità collettiva che abbruttisce la civiltà umana. Ad un certo punto, Saramago mette in bocca ad uno dei protagonisti le seguenti parole: “Vuoi che ti dica ciò che penso? Penso che non diventammo ciechi, penso che siamo ciechi, ciechi che vedono, ciechi che pur vedendo non vedono”.

Rileggendo quelle parole, trovo la metafora di Santa Lucia ancora più straordinaria. Una cieca che ribalta l’assurda cecità della religione del Black Friday.

Tunisi, 11 dicembre 2021.


[1] Vedasi questa inchiesta del New York Times sullo sfruttamento minerario del cobalto.

[2] Vedasi El País e El Independiente.  

[3] Vedasi ANSA e Radio France Internationale.

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