Avevamo sedici anni quando Paolo Rossi ci portò sul tetto del mondo, adolescenti in un paese con l’inflazione a due zeri, il terrorismo nero e rosso, con un generale americano rapito dalle Brigate Rosse l’anno prima, e la strage alla stazione di Bologna quello precedente.  Non c’erano le Frecce e passare un confine amministrativo di provincia in una Fiat 131 era come prendere un volo Ryanair per l’Europa. I calciatori non portavano tatuaggi e il massimo della fighetteria tra gli adolescenti perbene era calzare scarponcini Timberland. Ci si allenava in parrocchia ed avevamo imparato a identificare gli spacciatori ai cancelli di scuola per come si vestivano. Paolo Rossi avrebbe potuto chiamarsi Mario Bianchi da tanto normale era, magro, pochi muscoli, capello tagliato da un barbiere qualsiasi, un figlio di provincia, venuto da Prato e diventato famoso a Vicenza con una squadra tirata su da un lanificio, roba da sarte e donne di fatica. Nelle figurine Panini sembrava uno dei giovani Beatles, o quantomeno una macchietta da humour britannico: come cavolo ha fatto a fare il calciatore? Oggi, se non hai scritto sullo stomaco Jeep o Emirates non conti un tubo, figuriamoci se non porti qualche mostro tatuato sul braccio o non ti sei fatto di ricostituenti muscolari. Eravamo tutti dei pivelli – dái, riconosciamolo – riguardatevi le foto di famiglia, con occhialoni spaventosi e giacche a vento da Terzo Mondo. Eppure tutto quello che succedeva oltre le nostre preoccupazioni di provincia era grandioso, nel male e nel bene, dagli ottantacinque poveri diavoli maciullati da quell’ordigno nascosto in una sala s’attesa a Bologna Centrale, al 3-2 all’invincibile Brasile.

Cioè, Paolo Rossi aveva iniziato a giocare nel Santa Lucia, che se non fosse perché porta il nome della mia santa preferita (che arriva stanotte), sarebbe da olvidare, perché chissà in quale campionato di sottocategoria concorresse. Poi si è fatto valere nel Vicenza, che il massimo che ha fatto è arrivare secondo in serie A, e naturalmente la Juve furba e sorniona a un certo punto se lo è ripreso, e con lui si è guadagnata tre coppe europee. Ti perdoniamo tutto Paolo Rossi, quel tuo nome inutile da discount, quella tua squalifica per la storia del calcio scommesse, per quella partita maledetta Avellino – Perugia; ed in fondo siamo convinti che fossi in buonafede quando quel losco ti adescò. E ti perdono anche per aver indossato per primo una maglia da giocatore con il nome di uno sponsor, quando stavi al Perugia, che pur di permettersi uno come te si inventò la maglia griffata, per la precisione dal pastificio Ponte. In fondo, che degli spaghetti, non gli affaroni di monarchi da petrodollari senz’anima né scrupolo, né di oligarchi russi dalle ragazzine facili. Che mondo, ragazzi, quegli anni, eravamo proprio dei pivelli. Eppure il Paolo Rossi ci ha portati sul tetto del mondo.

Pablito lo avevano battezzato in Argentina nel 1978, mentre i generali aguzzini si fregavano le mani per tutta quella pubblicità internazionale, manna dal Cielo per far dimenticare sequestri, torture e assassinii. Chissà sia stato un bene essere battuti per 2-1 dall’Olanda e non finire in finale contro l’Argentina, con l’esercito schierato attorno allo stadio, pronto a difendere l’Onore Nazionale, e l’arbitro (un tale Gonella) schierato in campo per far finta di arbitrare. Un postaccio di m, l’Argentina di quegli anni.

Allora: ve la ricordate o no quella partita? Come si soleva far allora, io passavo le mie vacanze sul lago di Garda, ero stato all’estero una volta sola, in gita scolastica a Vienna, cosa assolutamente d’avanguardia nella didattica (ci si andò in corriera, naturalmente). Era il 5 luglio, fu una sofferenza atroce, attaccati a un televisore a colori sfuocati con mio padre, gioia immensa ad ogni gol che Pablito faceva, bastonate sul groppo ai colpi vincenti in rete della Seleçao. All’ultimo gol azzurro, era il 74’, i miei nervi crollarono e dovetti uscire di casa, mi tremavano le gambe, mi battevano le tempie, tutta quella squadra di cuore e destrezza che stava mettendo sotto Zico, Oscar, Sócrates e Falco.  Non riuscii a guardare l’ultimo quarto d’ora. Finii su un pontile osservando un lago silenzioso; neanche un cane che passava, neanche un pesce che saltava, poi i clacson e le grida furono il segnale: è finita, andiamo avanti! No, ancora mi tremano le gambe, devo correre, correre, correre.  Non c’è stato spettacolo calcistico più grande, impresa sportiva più pulsante di quella, forse quel 4-3 alla Germania di Beckenbauer, ma chiedetelo a qualcun altro, noi avevamo solo quattro anni. Insomma, è morto uno così, uno che ci portò sul tetto del mondo, senza tatuaggi né profili Instagram, quando ancora si leggevano dei giornaloni di carta grandi come cinquanta smartphone, quando c’era chi tramava azioni eversive contro lo Stato, quando si passavano ore su libri con copertina rigida a ripassare le lezioni, quando non sapevi se a comandare fosse il popolo o la mafia, e le immagini che conservavi erano quelle della Polaroid o della tua memoria. Faceva i gol e i suoi avversari non se ne accorgevano, era un poco come l’arte di arrangiarsi applicata al giuoco del calcio. Calma, gesso, umiltà e guizzo. Nessuna dichiarazione, addirittura niente sesso, senza mogli in Spagna, manco fossero partiti per combattere con le Brigadas internacionales. Che tristezza, se ne sono andati quegli anni, pieni di veleni, e li abbiamo superati facendo la cosa più normale al mondo: vivere.

Paolo Rossi, che avrebbe potuto benissimo chiamarsi Mario Bianchi, resterà per noi che eravamo adolescenti un ragazzo di provincia. Eppure ci ha regalato gli Azzurri, un sogno borghese, una delicatezza in anni di subbuglio. A incontrarlo per strada, non gli avresti prestato attenzione, a uno che pareva un perfetto esemplare di impiegato di banca. Va bene così. Siamo un piccolo paese, gli bastarono pochi guizzi per farci credere di essere un grande paese, forse lo siamo, ma per cortesia non facciamocene vanto. Più uno è modesto, più uno è grande.

Ho visto le immagini del tuo funerale di stamattina, al computer. Poi ho guardato uno spezzone di quella partita. Ancora ho la pelle d’oca.

Dodici dicembre duemila e venti   

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...