Per lunghi mesi siamo rimasti esposti alla presenza fragorosa ed invadente del presidente Trump, nei notiziari televisivi come nelle conversazioni in famiglia e in società, come mai forse accaduto finora con un leader americano. Quattro anni nei quali ha invaso gli spazi e influenzato gli umori delle nazioni dei quattro angoli del pianeta, contribuendo a legittimare il modo in cui intere classi politiche e numerose cariche istituzionali ristretto lo spazio delle libertà civili e alimentato le tensioni sociali, esacerbando toni e linguaggio. Non ne potevamo più della sua brutalità, del suo egocentrismo, del suo disprezzo, amplificati in America, come altrove, da chi crede che tutto sia possibile, poiché il fine giustifica i mezzi. Poco, pochissimo invece si è detto e scritto di Joe Biden. Eppure, questo signore merita qualche parola, se non altro per capire che profilo abbia chi ha liberato il suo paese dal campione del partito dell’arroganza e del disonore.

Chi ha seguito le elezioni presidenziali da vicino, sa che tutto si è giocato in termini di Trump contro l’anti-Trump, sa che molti hanno votato contro Trump, e non a favore del candidato democratico. Merita però ricordare chi sia il neo presidente-eletto, la sua storia e la sua personalità, per renderci conto dei punti di forza di colui che ha smascherato come la macchina da guerra di Trump non fosse altro che un colosso dai piedi d’argilla.

Ho avuto la fortuna di ascoltare “La battaglia della vita di Joe Biden”, un podcast di Francesco Costa, che con la sua rubrica Da costa a costa racconta dell’America di oggi. Costa ci offre un sorprendente e inatteso racconto dettagliato della vita del neo-presidente eletto.

Joe Biden proviene da una famiglia della classe media della Pennsylvania, suo padre vendeva auto usate quando si insediarono in Delaware. Da giovane, soffriva di balbuzie, e per vincere questo disturbo, si impegnò metodicamente recitando poesie davanti allo specchio, preparando le conversazioni in anticipo, lavorando su ritmo e pause, e soprattutto approfittando di ogni occasione per parlare in pubblico pur di vincere la balbuzie: consigli di quartiere, assemblee studentesche, riunioni di sindacato, tutto risultava utile. Insomma, fu la balbuzie insieme al suo carattere aperto a proiettarlo sulla scena pubblica. Biden ha sofferto moltissimo nella sua vita. Trentenne, quando era appena stato eletto al Senato, il 18 dicembre 1972 perse la moglie Neilia e la figlia Naomi in un incidente stradale, al quale sopravvissero per miracolo i due figli maschi Beau e Hunter. Tentato dal suicidio, devastato dal dolore, Biden voleva rinunciare alla carica di senatore.

Il Senato approvò addirittura una mozione per permettergli di prestare giuramento da casa, affinché non fosse costretto a lasciare i figli convalescenti da soli. Stava per abbandonare, non abbandonò. Ed iniziò una carriera parlamentare che sarebbe durata 40 anni. Da giovane senatore, tornava a casa ogni sera da Washington a Wilminton in treno, facendosi 1h30 di viaggio due volte al giorno.

Nel 1977 si sposò di nuovo con Jill, che gli stette vicino durante le successive prove di dolore, come quando venne operato di aneurisma cerebrale due volte nel 1988, o quando perse anche il primo figlio Beau di un tumore al cervello nel 2015, dopo una lunga malattia – quando era già vicepresidente con Obama.

Insomma, non è un Superuomo ad aver battuto il miliardario Trump, ma uno venuto da una famiglia qualsiasi e passato attraverso numerose tribolazioni famigliari. Francesco Costa lo ricorda ancora come uno che ama stare in mezzo alle persone, “un ruspante, alla buona, che non ha mai approfittato della sua carriera politica per investire in altre attività lucrative”. Uno che non esitava a dara il suo numero di telefono personale alle persone balbuzienti che incontrava, e a quelli che avevano subito un lutto famigliare, perché “ci era passato in mezzo anche lui”.

Il New York Times ricorda che, durante quest’ultima campagna elettorale, Biden ha ostentato prudenza di fronte ai rischi della pandemia, spostandosi poco, ma il suo primo grande viaggio fuori dal Delaware non è stato per un evento di campagna elettorale, bensì per affrontare un’altra crisi che stava scuotendo il suo paese: andò a rendere visita alla famiglia di George Floyd, il nero ucciso per soffocamento da un agente della polizia nel maggio di quest’anno, e rimase seduto per due ore ascoltando la famiglia in lutto.

Questione di stile? Non solo. All’età di 77 anni, diventa presidente degli Stati Uniti uno che non si è arricchito, che crede ancora in valori che altri nel mondo hanno voluto rottamare: dignità, onore, razionalità, diritti.

Piace ancora un politico fatto così, che non si circonda di yes-men con tatuaggi o felpe elettorali, né ricorre al disprezzo e alla svalutazione dell’altro per farsi strada? Sì. Non tutti gli uomini sono uguali, e sono gli uomini che con i valori che portano incisi nella propria biografia e lo stile per cui si contraddistinguono che fanno la differenza. Non tutti sono vigliacchi e prepotenti, non tutti usano la menzogna, discreditano le istituzioni e puntano il dito contro quelli che considerano nemici. Insomma, c’è speranza, anche in un mondo sempre più diviso e autoritario.

Non ci dobbiamo abituare all’idea che vigliaccheria e prepotenza siano la modernità in politica e nella società. Sarebbe la fine della democrazia. Vi invito a riascoltare il discorso nel quale il candidato John McCain perse le elezioni di fronte al candidato Barack Obama nel 2008. Eccone alcuni stralci: “Qualche ora fa, ho avuto l’onore di chiamare il senatore Obama per congratularmi con lui per essere stato eletto presidente del paese che entrambi amiamo. Il suo successo merita il mio rispetto per le qualità e la perseveranza che ha mostrato. […] Questa è stata un’elezione storica, riconosco il significato speciale che essa ha avuto per tutti gli afro-americani. Io e il senatore Obama ci rendiamo conto che il paese ha fatto molta strada nel superare le ingiustizie che negavano a tutti gli americani di godere di piena cittadinanza. […] L’America di oggi è lontana dalla crudeltà e dalla bigotteria dei tempi del presidente Roosvelt, quando fece scandalo l’invito a cena alla Casa Bianca esteso a Booker Washington[1]. […] Io e il senatore Obama abbiamo delle differenze e queste differenze restano, ma questi sono tempi difficili per il nostro paese, e ho assicurato che farò quanto è nelle mie capacità per aiutarlo nell’affrontare le sfide di questo paese. […] Chiedo a tutti gli americani che mi hanno sostenuto di offrire alla prossima presidenza la propria disponibilità a trovare la strada per venirsi incontro, stabilire i necessari compromessi, costruire dei ponti per riguadagnare prosperità, garantire sicurezza in un mondo di pericoli, e lasciare ai nostri figli un paese migliore di quello che conosciamo.  […] Non sarei degno di esser un cittadino americano se non riconoscessi il privilegio straordinario che ho avuto di servire questo paese per cinquant’anni. Quest’oggi ero candidato alla più importante carica del paese che amo così tanto, e questa sera ne resto un suo servitore.”  Mentre il presidente Trump continua a negare di aver perso, le parole del senatore McCain paiono provenire da un’altra età storica, ma sono state proferite solo dodici anni fa.

Le dedico a tutti i populisti incontinenti, che sono disposti a mettere a ferro e fuoco la convivenza sociale pur di soddisfare il proprio ego. Checché se ne dica, l’America è ancora un paese di opportunità, la cui grandezza economica e militare può ancora servire la democrazia nel mondo, se combatte le ingiustizie interne e regola gli eccessi del Capitalismo nostrano. Nel 1993 resi visita al cimitero nazionale di Arlington, in Virginia, per vedere con i miei occhi la tomba di John Fitzgerald Kennedy e la cosiddetta Eternal Flame. Come questa fiamma arde giorno e notte, così continua l’omaggio che americani e stranieri portano al presidente assassinato. Di fronte alla fiamma, anch’io non trattenni le lacrime perché in molti piangevano attorno a me, nonostante fossero passati molti anni da quelle pallottole a Dallas. Vi era un’aura struggente che circondava quel punto preciso da cui saliva la fiamma, con i nomi di JFK e famigliari incisi sul metallo, e pochi resistevano alla commozione. Anche lui era un uomo che non divideva, ma univa in nome di una causa. Divenne un simbolo, e pagò con la vita, e con lui suo fratello Robert qualche anno più tardi. In arabo, vi è una parola per indicare quelle persone che attraverso la sofferenza intercedono di fronte alla giustizia divina affinché la comunità umana sia perdonata e riformata, sia salvata. È badaliya, che letteralmente significa “sostitutivo”, “alternativa”. Queste persone, con i loro corpi, passando attraverso dolorose prove di vita, erigono una specie di diga che consente alla civiltà di resistere alle infiltrazioni del caos morale. Il teologo e orientalista francese Louis Massignon ne fece addirittura l’ideale della sua vita.

Metaforicamente, traslando questo ruolo di protezione dalla tradizione islamica sufi alla vita civile e politica, le persone che portano questo fardello nell’esercizio della vita pubblica contribuiscono a riscattarla dalla decadenza morale. Biden, per la sua storia personale e per il momento in cui si fa avanti, è uno di questi.

Tunisi, 15 novembre 2020.


[1] Il 16 ottobre 1901, poco dopo essersi insediato alla Casa Bianca, il presidente Theodore Roosevelt invitò il suo consigliere afroamericano Booker T. Washington a cenare con lui e la sua famiglia. Questo atto provocò un’effusione di condanne da parte dei politici e della stampa degli stati del Sud. Una tale reazione influenzò pesantemente la successiva prassi della Casa Bianca, e nessun altro afroamericano vi fu invitato a cena per quasi trent’anni.

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