“Se alzi un muro, pensa a cosa lasci fuori” (Italo Calvino, Il barone rampante)

In questi giorni, due buone notizie sono arrivate da due tribunali diversi, con conseguenze importanti per tutti. Ad Atene, il partito di estrema destra Alba Dorata è stato classificato come organizzazione criminale, per aver messo in piedi una banda incaricata di eliminare i nemici politici. Stiamo parlando di un partito che nel precedente parlamento greco aveva 18 deputati su 300. Ben 7 di questi deputati sono stati riconosciuti come appartenenti all’apparato criminale, incluso il fondatore del partito Nikolaos Michaloliakos, e condannati fino a 15 anni di detenzione. Il famoso rapper Pavlos Fyssas fu una delle vittime della banda (morì per una pugnalata nel settembre del 2013), che attaccava immigrati, omosessuali, sindacalisti o attivisti politici di sinistra. La sentenza contro Alba Dorata è stata promulgata il 7 ottobre scorso, nell’ambito di un processo considerato come il più importante processo contro il fascismo dai tempi di Norimberga (1946).

L’altra notizia viene da Coblenza, dove si è tenuta un’altra sessione del processo contro ufficiali del regime di Bashar el-Assad per crimini contro l’umanità. Il 10 settembre scorso, il signor Z30/07/19 – un becchino del regime incaricato di buttare nelle fosse comuni le vittime della repressione, e che ora si trova in Germania come rifugiato – ha deciso di parlare. Ha raccontato cose talmente indicibili che è stato ricoverato in ospedale quattro giorni per collasso psicofisico in seguito ai ricordi emersi durante la deposizione: corpi che arrivavano sanguinolenti e pieni di vermi, vittime della tortura senza unghie, con il viso sfigurato o segni di strangolamento. Z30/07/19 era solito condurre camion frigoriferi carichi di centinaia di corpi. Erano quelli delle vittime civili dei combattimenti a Damasco, oppure di quelli morti in carcere o negli ospedali militari. Gli avvocati parlano di una testimonianza storica, senza precedenti, per i dettagli riportati sulle fosse comuni e l’apparato burocratico di catalogazione delle vittime del regime. Il testimonio ha fatto questo mestiere per sei anni, e quando è arrivato in Germania, ha sentito il bisogno di parlare. È il corso della giustizia universale che si fa strada, e questo malgrado la protezione di cui quel regime gode a Mosca o a Teheran, o l’inazione dell’Occidente.

La notizia di quei due processi mi ha portato a scrivere queste righe per ricordare a tutti noi che il fascismo e le sue diverse manifestazioni conserva una carica insidiosa di intrinseca violenza, che si manifesta non appena le condizioni del potere politico glielo permettono. Non dobbiamo mai dimenticare il potenziale sovversivo che contiene l’odio fascista, e con esso intendo tutte le forme di disprezzo del diverso e del “nemico”, che sfociano nella violenza fisica, quando la consapevolezza sociale viene meno, e delle istituzioni democratiche indebolite gli aprono il passo. È successo con Alba Dorata, proprio mentre questo sedeva in parlamento, ed è successo con il governo degli al-Asad, che fino ai primi anni del nuovo millennio era dipinto nella Comunità internazionale come innovatore e portatore di nuove aperture.

Negli Stati Uniti, bastano gli incoraggiamenti del presidente Trump a stimolare le pratiche sovversive dei suprematisti bianchi, arrivati a orchestrare il rapimento della Governatrice democratica del Michigan, Gretchen Whitmer, rapimento sventato poche ore fa dallo FBI. I suprematisti la accusavano di essere una tiranna che violava la Costituzione, per aver imposto misure restrittive volte a fermare il Coronavirus. Chi ha seguito il primo e finora unico dibattito tra Trump e Biden, si ricorderà quella frase del presidente riferendosi ai Proud Boys: “Stand back and stand by!”. Ovvero: “State alla retroguardia e tenetevi pronti!”. Questo gruppo, formato di soli uomini, è conosciuto per i suoi rituali bizzarri: vietano la masturbazione ai loro aderenti per impedire che perdano la mascolinità bianca; durante la loro iniziazione vengono picchiati dai compagni, e questo dura fintanto che non abbiano pronunciato cinque marche di corn-flakes, così da imparare a controllare l’adrenalina; devono dimostrare di aver usato violenza contro almeno un attivista di sinistra, prima di diventare membri a pieno titolo del gruppo. Oppure predicano il disprezzo per le “cose effemminate” come il leggere libri. La loro attività preferita è andare alle manifestazioni di gruppi come Black Lives Matter e menare le mani. Il nome del loro gruppo paramilitare ricorda le saghe come “Il Signore degli anelli”: Fraternal Order of the Alt-Knights.

Il fascismo richiede preparazione e ordine, perché attraverso la pratica organizzata della violenza si guadagna spazio, rispetto e timore tra le categorie sociali. La violenza e i suoi miti non servono solo, però, a guadagnare terreno, ma anche a perseguire e delegittimare chi rifiuta il nuovo ordine. È un modo di pensare e vedere il mondo escludente e squalificante, dove il nemico non solo viene eliminato attraverso la soppressione fisica, ma anche delegittimato nelle sue facoltà umane e intellettuali. Pensiamo alle accuse di “femminizzazione” o “immoralità” della civiltà occidentale utilizzate da regimi quale quello russo o da gruppi come i suprematisti. O alle accuse di “contaminazione” indirizzate a rifugiati o immigrati provenienti da paesi soprattutto musulmani da parte di partiti come il Front National o Fratelli d’Italia.

Ho ripreso tra le mani I matti del Duce, il bellissimo volume di Matteo Petracci sull’internamento degli antifascisti in ospedali psichiatrici e manicomi giudiziari a partire dal Ventennio. Il libro spiega come la difesa di idee antifasciste o comuniste fosse trattata come una malattia, una degenerazione. Decine furono gli antifascisti o gli oppositori che vennero confinati e internati fino a perdere il senno o il senso della realtà. Fu una vera e propria medicalizzazione del dissenso quella che ebbe luogo. I termini utilizzati per trattare il dissenso erano ad esempio “alienazione mentale”, “idee deliranti”, “turbe psicosensoriali”, “dipsomania”, “nevropatia”. Un tale Aureliano, comunista ed ex-tenente di artiglieria, che da ricoverato in manicomio condannava la violenza della seconda guerra mondiale, veniva dipinto nelle certelle cliniche come “in difetto di logica” (p. 224).  Il falegname Roberto, che aveva distribuito un opuscolo di carattere turistico sull’Unione Sovietica ed era accusato di essere un propagandista, si chiuse nel mutismo durante gli interrogatori e si fece prendere dalla depressione. Il perito che lo esaminò dichiarò che il suo stato depressivo lo metteva in condizioni di “chiara pericolosità sociale” (p. 133). E che i fatti psicodegenerativi da lui esaminati erano legati alla stessa costituzione mentale del falegname, che così venne trattenuto in manicomio per almeno due anni. Molti oppositori, ricoverati con diagnosi simili, non uscirono più da quei luoghi tristi e disumanizzanti. L’obiettivo era di tenerli lontani dalla società, se non con la giustizia civile, meglio ancora con l’attribuzione di patologie mentali.

Ci pare tutto questo così lontano da noi, nello spazio e nel tempo? Forse sì, ma credere che siamo indenni alla degenerazione fascista è pericoloso. Lo abbiamo visto in Grecia con un partito che era stabilmente insediato in parlamento, lo abbiamo visto in Siria, dove vengono ancora perpetrati crimini che credevamo appartenere al solo Novecento. Anche le parole sono incendiarie, e preparano alla legittimazione della violenza. E quando la violenza entra nei gangli della vita sociale, contenerla diventa impossibile. Che la giustizia intervenga ora, contro la cultura dell’odio, con sentenze esemplari, con azioni punitive inequivocabili, prima che sia troppo tardi. Le stesse menzogne servono alla causa fascista, perché confondendo le idee si prepara il terreno alle ideologie illiberali, che dividono tra chi è dentro e chi è fuori, chi aderisce all’ordine e chi lo sovverte, chi è patriota e chi non lo è.

Si comincia con una parolaccia o una cattiveria, si prosegue convertendo la menzogna in un paradigma della realtà, ed infine si banalizza la violenza. Il fascismo, in fondo, è questo.

Firenze, 11 ottobre 2020.

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