Mentre sto scrivendo, hanno luogo gli ossequi del prof. Virginio Bettini a Nova Milanese.

Virginio era un personaggio fuori dagli schemi, accademico a Venezia di geografia, esperto di valutazione d’impatto ambientale, politico verde negli anni ’90, riscopritore dei percorsi storici come le vie di pellegrinaggio o le antiche strade romane.

Virginio faceva le cose per passione, non per ambizione, e nel momento in cui non vi trovava più alcun piacere, passava ad altro. Questo suo modo di essere, immediato, istintivo, spontaneo, piaceva ad alcuni e dispiaceva ad altri. Lo si ricorda per la sua effervescenza, che talvolta scivolava nell’irascibilità, per la sua mancanza di peli sulla lingua quando parlava di sesso o di potere. Anch’io provavo imbarazzo quando eccedeva nelle bestemmie e nelle espressioni colorite. Virginio era così, fatto da una costola di Adamo, senza additivi né conservanti. Quando ai seminari residenziali di valutazione d’impatto ambientale ci svegliava tutti alle 6.30 del mattino per andare a correre lungo la costa, prima di iniziare i corsi, aveva una regola : a corsa ultimata, buttarsi in mare nudi, come ci ha creato Madre Natura. La regola non era obbligatoria per gli altri, gli studenti, ma per lui stesso era sacrosanta.

Il prof. Bettini era innanzitutto un uomo che amava la compagnia dei suoi studenti, che si divertiva mentre difendeva quella nuova scienza dell’ecologia applicata che pian piano prendeva piede in Italia. Aveva un piede nell’accademia e l’altro sul territorio, dove incontrava gruppi di attivisti, comitati cittadini o associazioni che lottavano contro questa o quella opera inutile e dannosa. Alle sue lezioni, capivo la metà di quanto spiegava, e quando leggevo i suoi libri, capivo ancora la metà. Due credo ne fossero le ragioni : quel suo modo focoso di mettere tante cose in relazione, di passare apparentemente “di palo in frasca”, di fare riferimento a metodologie che venivano dall’America;  e l’altra veniva da un nuovo modo di pensare la complessità – dove le discipline si intrecciavano per ricostruire un senso al nostro abitare la Terra – a cui non eravamo ancora preparati.

Tutto questo, però, non è poi “così importante”: quello per cui amo ricordare il prof. Bettini è soprattutto la sua generosità e il suo amore per la vita. E quel suo disinteresse per l’ambizione e il potere, direi anzi la noia che provava, la fatica a stare dietro a quel modo di essere, che si faceva sempre più rumoroso a partire dagli anni ‘80. Quando pubblicai con altri co-autori il primo libro di ecologia urbana, noi ancora laureandi o neolaureati, non ci chiese uno spazio privilegiato, non impose la sua firma come co-autore, non pretese che pagassimo pedaggio. Quando era europarlamentare, figurando tra i primissimi in fatto di presenza ai lavori delle aule (l’assenteismo era sistematicamente praticato tra le file dei politici italiani), non si preoccupava del fatto che questa sua diligenza l’avrebbe penalizzato al momento della elezioni successive, quando gli assenteisti avrebbero stravinto a forza di tanti comizi in piazza e pochi lavori parlamentari. Oppure ancora, alla fine di una lunga giornata di cammino lungo la Via Egnatia – insieme ai giovani di FuoriVia – alla sua età da nonno, era ancora capace di scherzare, di mandare al diavolo qualcuno, anche con aggettivi piuttosto espliciti, o di invitarti a condividere un bicchierino di grappa.

Non aveva mezzi termini, o lo amavi, o non lo sopportavi. Era come se un Vasco Rossi fosse entrato nel mondo dell’accademia o in emiciclo, perché praticava una sorta di spericolatezza gentile, rigorosamente laica, e molto coinvolgente.  E in questa sua spericolatezza, aveva a disprezzo gli accomodamenti. Come quel giorno in cui ricevette la visita dell’amministratore delegato della Fiat, il dott. Cesare Romiti; Virginio era relatore al Parlamento europeo, in materia di efficienza energetica e emissioni se ben ricordo, e il visitatore gli mise un assegno in bianco sulla scrivania, dicendo: “Ogni uomo ha il suo prezzo”. Rispondendo con imprevedibilità che il suo prezzo era troppo alto da poter essere contrattato, Virginio invitò il visitatore a lasciare lo studio.

Il professore si dichiarava un marxista, ma nella sua purezza di visione filosofico-politica, non gli mancava il senso dell’ironia, per cui insegnava a chi lo incontrava a non prendersi mai troppo sul serio: a Bruxelles, tra il serio e il faceto, aveva fondato il “partito machista-leninista”, e nel suo studio ne aveva incollato sulla parete il simbolo: un paio di boxer da uomo rigorosamente rossi. E pur convinto delle sue idee, ogni mattina portava sottobraccio almeno cinque o sei autorevoli quotidiani di diversi paesi, perché voleva sempre consultare fonti di informazione e di analisi diverse. 

Qualcuno lo definiva un ecologista d’un pezzo, anzi un pioniere dell’ecologismo, io amo ricordarlo come un uomo di visione, che lottava perché amava la Terra e la sua terra e la gente che la abitava; per questo ha frequentato centinaia di persone dei movimenti sociali e dei comitati civici, o gruppi di studenti dei laboratori territoriali.

Ci scrivevamo o sentivamo per gli auguri di Capodanno, con regolarità. Tre righe, due parole, ma quanto bastasse per riallacciare un legame. Nel suo essere ecologista, ci stavano anche i legami, le connessioni, con la bellezza e le contraddizioni che queste portano con sè. Saranno in molti studenti, passati per lo IUAV – la Scuola di urbanistica, archiettura e pianificazione di Venezia – a rimpiangerlo, per aver ricevuto qualcosa, forse un’idea, forse un insegnamento, oppure uno stile nell’impegno civile o professionale. I suoi libri parlano di carbone, nucleare, città verdi, o impatto ambientale. Leggendoli, si potranno trovare molti degli elementi che ci fanno dire che sul modello di sviluppo ha avuto ragione fin da allora. Per ritrovare il Virginio persona, dovete però parlare con le decine di gruppi che hanno lavorato con lui o beneficiato dei suoi interventi. Io, da ex-studente del professore, non posso che rimpiangerne la presenza, e quella sua risata grassa che si faceva beffe di Lorsignori, convenzioni sociali, e di noi stessi.

Addio, prof. Bettini.

Tunisi, 26 settembre 2020.

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