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Qualche giorno fa, mentre ascoltavo su Radio Rai 1 un programma dedicato alle questioni ambientali, “Green Zone”, un esperto invitato a parlare della scomparsa del patrimonio ittico del Mediterraneo, incalzato dal giornalista che gli chiedeva come fosse possibile che “l’Homo Sapiens“ non si rendesse conto dei rischi che corre l’umanità di fronte alla crisi planetaria, cominciava semplicemente dicendo: “Beh, d’altronde l’attributo di Homo Sapiens Sapiens ce lo siamo dati noi stessi.  Già questo fatto non lo porta a farsi delle domande?”.  Vi voglio raccontare di un fatto di cui ho appena letto e che mi ha rattristito molto.  Il Mekong, il fiume che attraversa tutto il Sudest asiatico, di cui ci hanno sempre affascinato quelle immagini stupende di risaie a terrazzo e foreste rigogliose, un fiume che viene solo dopo il Rio delle Amazzoni in fatto di biodiversità, e che rappresenta la fonte di sostentamento di sessanta milioni di persone, soffre di minacce straordinarie, frutto dell’azione combinata dei cambiamenti climatici e delle azioni umane. Se da un lato la piovosità ridotta sta già facendo sentire i suoi effetti sulla portata del fiume, d’altro lato sono previste ben 123 dighe lungo il suo corso di circa quattromila chilometri, che si aggiungerebbero alle 11 esistenti, e che trasformerebbero quello che era un grande fiume in un manufatto di ingegneria idraulica[1]. Dietro questi progetti faraonici ci stanno gli interessi di una potenza come la Cina. È questo solo un esempio di come nulla o quasi sia cambiato dopo la paura dell’epidemia di coronavirus, che ha messo in discussione il carattere predatorio della nostra relazione con la Natura. Avrei potuto uilizzare altri esempi, come quello del recente disastro sugli Urali, dove una bacino di acque reflue della miniera abbandonata di rame Levikhinsky ha sversato i suoi metalli in un fiume contaminando l’intera regione, e nessuno fa niente perché la società in questione pare non avesse i soldi per bonificare il bacino quando era ancora in tempo per farlo, e dopo la catastrofe i costi del risanamento sono molto superiori e forse nemmeno le autorità russe intendono metterli a disposizione (anche se per la corsa agli armamenti non mancano mai). Potrei avvicinarmi di più al mio Paese, per parlare delle esplorazioni petrolifere in corso nel Mediterraneo orientale che – oltre a minacciare il Mare Nostrum di futuri disastri ecologici – stanno accrescendo le tensioni geopolitiche tra paesi quali la Turchia, la Grecia, Cipro o Israele, e che mostrano come l’industria del combustibile fossile resti la regista dei prossimi conflitti nell’area. Potrei infine avvicinarmi ancora di più e, con una lente di ingrandimento, osservare la città dove attualmente mi trovo, Firenze. Siamo ancora presi da meraviglia per questo regalo divino di poter ammirare il Duomo o Pontevecchio senza restare soffocati da migliaia di turisti frettolosi e tecnologicizzati. Ancora non ci crediamo, eppure già Governo e Regione pensano di nuovo a un superaeroporto a Firenze, per accogliere i voli transcontinentali e non migliaia, bensì centinaia di migliaia di turisti. E questo nonostante le proteste cittadine che durano ormai da molti anni.

Il lockdown è finito, e vogliamo seppelirne il ricordo una volta per tutte. Quanto però ci è servito tutto questo per fermarci a pensare a quanto male potremmo risparmiarci se cambiassimo di rotta? Questo cambiamento di rotta non c’è stato, e se ci siamo messi a riflettere ed abbiamo ridotto per alcuni mesi il peso insopportabile delle nostre esistenze sul Pianeta, non è stato né grazie alla diplomazia internazionale contro il surriscaldamento globale, né grazie ai movimenti ecologisti, né grazie agli eco-bonus per cambiare la vecchia automobile, né grazie a qualche potente e lungimirante capo di Stato. È stato grazie ed un virus, un maledetto eppure indispensabile virus. Una volta riusciti a contenerlo, il mondo è ripartito. Lunga vita alla “Ripartenza”? L’unica cosa di cui ci siamo resi pienamente conto finora sono state le emissioni inquinanti, ritornate ai livelli pre-Covid 19, mentre le diseguaglianze sociali e la precarietà sul lavoro, quelle, sono ancora presenti.

Questa ossessione per la “Ripartenza” ha giustificato tutti gli obbrobri di chi disprezza la democrazia: dallo svilimento delle normative ambientali negli Stati Uniti, alla diffusione tacitamente incoraggiata dell’epidemia tra i più poveri e tra le popolazioni indigene in Brasile, da un artificioso referendum costituzionale che ha dato lo scorso 1 luglio i poteri a vita al presidente russo, alla detenzione sistematica dei lavoratori del settore ospedaliero che denunciano la malagestione governativa in Egitto, o alla repressione degli assembramenti di protesta in nome del distanziamento sociale in altri paesi. Il disprezzo per la democrazia si è sempre accompagnato per il disprezzo per il Pianeta, per la ricerca della verità, per la scienza e le classi popolari. Se conoscete un esempio di autocrate illuminato dei Tempi moderni che abbia fatto diversamente, vi prego di darmene notizia.

L’estate è iniziata, con i suoi terrorizzanti bolletini climatologici e i noiosi faits divers sui piaceri pubblici e privati. Finito il lockdown, hanno ricominciato a pontificare in molti, la cui principale ragione di esistere è di esprimere la loro opinione su tutto pur di influenzare l’opinione pubblica, e continuare ad avere un ruolo nella competizione politica. Se durante il lockdown si parlava di storia, si rifletteva delle grandi sfide dell’Umanità, ora si è ritornati a parlare di cronaca, e delle nostre piccole frustrazioni. Anche dopo un atto di rilevanza politica straordinaria come l’accordo europeo sul Recovery Fund, in un periodo in cui molti avevano già preannunciato la morte dell’Europa,  qualcuno ha continuato a imprecare e a stracciarsi le vesti anche dopo che quell’accordo è stato raggiunto. In un bellissimo passaggio di Guerra e pace, il romanzo di Tolstoj, si racconta di un tale conte Ippolit, che ai ricevimenti dell’alta società di Pietroburgo, mentre Napoleone era arrivato a Mosca e l’esercito russo si ritirava, passava il tempo a pronunciare frasi ad effetto con il solo scopo di riportare l’attenzione su di sè. Il conte Ippolit si era reso conto che le frasi dette a casaccio “forse avranno successo, e se non l’avranno, gli altri troveranno il modo di aggiustare la faccenda”[2]. Così, mi pare, ci lasciamo abbindolare anche noi dai conti Ippolit di oggi, e perdiamo il senso dell’urgenza e della necessità del presente.

Oggi compio 54 anni, e mi sento abbacchiato, perché mi rendo conto che non siamo stati abbastanza capaci di produrre fiducia in un avvenire migliore del presente. Produciamo tante cose, tanti oggetti materiali, molti di questi inutili, ma temo che abbiamo smesso di o facciamo molta fatica a produrre speranza. Venticinque anni fa, si ammazzò sulle colline attorno a Firenze quel visionario che fu Alexander Langer, scrivendo su un foglio di carta: “Quanto è difficile essere portatori di speranza”. Forse la sua lucidità e la sua intelligenza gli avevano fatto vedere cose così penose da non essere più in grado di sopportarne l’immagine. Restiamo noi, che non siamo né santi, né eroi, a cercare di ridare un senso al vivere. Facendo tantissimi errori, e azzeccando qualche volta delle risposte, che ci fanno intravedere il fascino della speranza e l’ombra dei suoi numerosi operai. Basti pensare a infermieri e medici, del cui lavoro silenzioso e quotidiano mentre alla Sanità venivano tagliati i fondi, ci siamo improvvisamente resi conto solo in piena pandemia.

La seconda cosa a cui sono tentato di pensare oggi, è che quel tale a Radio Rai 1 avesse detto giusto: e se smettessimo di definirci “uomini sapienti”, e se ci ribattezzasimo tutti figli della specie Homo Stupidus Stupidus? Un poco di umiltà ed un poco di sobrietà, ecco quello che vorrei augurarmi e augurarvi per questo nuovo anno di vita che mi trovo davanti. Spero che siate d’accordo con me.

Firenze, 27 luglio 2020.

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A few days ago, while listening to “Green Zone”, a programme dedicated to environmental issues and broadcasted by radio channel Rai 1, , an expert invited to talk about the disappearance of the Mediterranean fish stocks, urged by the journalist who asked him how it was possible that Homo Sapiens did not realize the risks that humanity runs in the face of the planetary crisis, he simply began by saying: “Well Sir, we have given ourselves the attribute of Homo Sapiens Sapiens.  Shouldn’t this fact alone lead us to ask questions?”.  I want to tell you about a report I just read and that made me very sad.  The Mekong, the river that crosses all of Southeast Asia, whose wonderful images of terraced paddy fields and lush forests had always fascinated us, a river that comes only after the Amazon River in terms of biodiversity, and which represents the source of livelihood for sixty million people, suffers from extraordinary threats, the result of the combined action of climate change and human actions. While the reduced rainfall is already having an effect on the river flow, 123 new dams are planned along its course of about four thousand kilometres, which would add to the existing 11, and which would transform what was once a large river into a hydraulic engineering artefact[3]. Behind these pharaonic projects are the interests of a power like China. This is just one example of how nothing or almost nothing has changed after the coronavirus epidemic, which has called into question the predatory nature of our relationship with Nature. I could have used other examples, such as the recent disaster in the Urals, where a wastewater basin from the abandoned Levikhinsky copper mine spilled its metals into a river and contaminated the entire region, and no one does anything because the company in question apparently did not have the money to clean up the basin when it was still in time to do so, and after the disaster the costs of environmental remediation are much higher and perhaps not even the Russian authorities intend to make them available (although there is never a shortage of resources for arms races). I could get closer to my country, to talk about the ongoing oil exploration in the Eastern Mediterranean which – besides threatening the Mare Nostrum of future ecological disasters – are increasing geopolitical tensions between countries such as Turkey, Greece, Cyprus or Israel, and which show how the fossil fuel industry remains the master of the next conflicts in the area. I could finally get even closer and, with a magnifying glass, observe the city where I am currently, Florence. We are still amazed by this divine gift of being able to admire the Duomo or Pontevecchio without being suffocated by thousands of hasty and technologized tourists. We still don’t believe it, yet the Government and the Region are already thinking again about a super airport in Florence, to welcome transcontinental flights and not thousands, but hundreds of thousands of tourists. And this despite the local citizens’ protests that have been going on for many years now.

Lockdown’s over, and we want to bury the memory of it once and for all. But how much did all of that push us to think a little about how badly we could get hurt if we don’t change course? There hasn’t been a change of course, and if we have thought about it and have reduced the unbearable weight of our lives on the planet for a few months, it was neither thanks to international diplomacy against global warming, nor thanks to the ecological movements, nor thanks to the eco-fiscal benefits for buying new less polluting cars[4], nor thanks to some powerful and far-sighted head of state. It was thanks and a virus, a cursed yet indispensable virus. Once we managed to contain it, the world started running again. Long live the “Restart”? The only thing we have fully seen as real so far are the polluting emissions, which have returned to pre-Covid 19 levels, while the social inequalities and precariousness at work, those, are still present.

This obsession with the “Restart” has justified all the obscenities of those who despise democracy: from the dismantlement of environmental regulations in the United States, to the tacitly encouraged spread of the epidemic among the poorest and indigenous peoples in Brazil, from a fabricated constitutional referendum that gave the Russian president lifelong powers on July 1, to the systematic detention of hospital workers who denounce governmental mismanagement in Egypt, or the repression of protest groups in the name of social distancing in other countries. Contempt for democracy has always been accompanied by contempt for the Planet, for the pursuit of truth, for science and the working classes. If you know an example of an enlightened autocrat of modern times who has done otherwise, please tell me about it.

Summer has begun, with its terrifying climatological bulletins and boring faits divers on public and private pleasures. After the lockdown, many have begun to pontificate again, whose main reason to exist is to express their views on everything in order to influence public opinion and continue playing a role in the political arena. If during the lockdown we talked about history, reflected on the great challenges of Humanity, now we are back to dealing with daily chronicles, and our little frustrations. Even after an extraordinarily politically important act such as the agreement between European countries on the Recovery Fund, at a time when many had already foretold the death of Europe, someone continue to swear and “tear clothing” even after that agreement. In a beautiful passage of War and Peace, Tolstoy’s novel, it is told of such a Count Ippolit, who at high society receptions in Petersburg, while Napoleon had arrived in Moscow and the Russian army was withdrawing, spent his time pronouncing catchphrases with the sole purpose of bringing attention back to himself. Count Ippolit had realized that sentences said at random “maybe they will succeed, and if they won’t, the others will find a way to fix this”[5]. So, it seems to me, we too let ourselves be deceived by today’s noblemen Ippolit, and we lose the sense of urgency and necessity of the present.

Today I turn 54 years old, and I am feeling a little bit downhearted, because I realise that we are not able to produce enough confidence in a better future than the present. We produce many things, many material goods, many of them useless, but I am afraid that we have stopped creating or are struggling to create hope. Twenty-five years ago, Alexander Langer, an extraordinary man of vision, killed himself nearby Florence, writing on a piece of paper: “How difficult it is to be a bearer of hope”. Perhaps his lucidity and intelligence had made him see things so painful that he was no longer able to bear their image. He let us here, we who are neither saints nor heroes, trying to restore a meaning to living. Making a lot of mistakes, and sometimes getting some answers, that make us glimpse the fascination of hope and the shadow of his many workers. Just think of nurses and doctors, whose silent and daily work while the Healthcare was being cut off, we suddenly realised only in the midst of a pandemic.

The second thing I’m tempted to think about today is that that guy on radio channel Rai 1 said it right: what if we stop calling ourselves “the wise men”, what if we all consider ourselves the sons of the species Homo Stupidus Stupidus? A little humility and a little sobriety, that’s what I would like to wish myself and wish you for this new year of life that I’m facing. I hope you agree with me.

Florence, July 27, 2020.

[1] Stefano Vecchia, “Siccità, dighe e inquinamento. In crisi la vita lungo il Mekong”, Avvenire, 24 luglio 2020.

[2]  Lev Tolstoj, Guerra e pace, ed. Garzanti, 1974, pag. 1047.

[3] Stefano Vecchia, “Siccità, dighe e inquinamento. In crisi la vita lungo il Mekong [Drought, dams and pollution. Life in crisis along the Mekong river]”, Avvenire, 24 July 2020.

[4] A policy that the Italian government keeps applying in order to encourage you to get rid of your old car, and buy a new, more performing one (so called eco-bonus).

[5] See note 2.

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