Erano i tempi della crescita esponenziale, le curve statistiche facevano salti mortali. Avevamo pochi anni di vita, quanti bastassero per andare a scuola da soli, saltare le reti dei giardini di condominio e rincorrere le automobili che accendevano i motori, per respirare il delizioso profumo dei gas di scappamento. Ancora troppo occupati a riempirci la bocca di gomme da masticare fatte di zucchero e coloranti E-eccetera, non ci accorgevamo delle esalazioni solforose che a sbuffi tagliavano l’aria, sbattendo contro i conglomerati condominiali del nostro quartiere, la notte. Era la raffineria Icip-Total, sita a circa 3km di distanza, che – la notte, a centraline chiuse, mentre la gente soleva dormire – apriva gli scarichi e riempiva di nauseabonde puzze di uova marce quel pezzo di Mantova sottovento. Erano gli anni ‘70, poi anche i primissimi ‘80, e i Verdi non erano ancora nati, erano ancora ovuli in gestazione.

Quando il serial televisivo britannico I sopravvissuti (Survivors, 1975) apparse sui teleschermi, ne rimasi assolutamente affascinato. La storia era semplice. Un’epidemia misteriosa aveva investito il Pianeta, decimandone letteralmente la popolazione, e i sopravvissuti avevano abbandonato le grandi città rifugiandosi in neo-comunità rurali, da dove sorvegliavano il passaggio di eventuali sconosciuti, affinché non si avvicinassero, rubassero scorte alimentari o portassero il contagio. Del serial ricordo soprattutto tre immagini: un capo di Stato, che – appena sceso dalla passerella dell’aeroplano, si sentiva male e crollava su se stesso. Quel capo di Stato aveva i connotati di un orientale, forse era coreano o cinese; i nostri protagonisti che vanno in città per cercare scatolame di prodotti alimentari, e mentre attraversano un seminterrato, vengono assaliti da orde di ratti affamati. La scena era spaventosa, e la sola idea che delle comunità di ratti fossero cresciute spaventosamente di numero in quelle città induce al senso di nausea; infine, quegli spari di avvertimento dalle fattorie ai passanti, e quel vagare senza meta di coloro che non erano stati accolti da nessuno. Oggi, quel ruolo potrebbe essere interpretato dai rifugiati, cacciati a colpi di bombe lacrimogene alle frontiere, o rinchiusi in campi recintati nelle campagne della Mitteleuropa o nei valloni delle isole greche.

A più di quarant’anni di distanza, fa rabbrividire la coincidenza della trama del serial con la realtà odierna: il mondo era stato colpito da un’epidemia dovuta ad un virus altamente letale sfuggito ad un laboratorio cinese. Da quanto ricordo, il telefilm non riportava però elementi che riconducessero alla crisi ecologica del Pianeta, o che mettessero in relazione quell’organismo patogeno con la distruzione della Terra. Ed è questo che invece ci interroga oggi con forza, questa maledetta combinazione della pestilenza con la primavera. Perché di questo si tratta.

*   *   *

La non-attività del genere umano sta facendo riguadagnare spazi vitali alla Natura.

Le foto satellitari dei cieli di Wuhan del gennaio e febbraio scorsi mostrano la quasi-scomparsa delle emissioni di NO2 rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, nonostante il Capodanno cinese. Gli svassi e i cormorani hanno ricominciato a pescare nei canali di Venezia, ormai non più percorsi da natanti motorizzati, e le cui acque sono tornate chiare per la riduzione degli sversamenti reflui. Una settimana di riscaldamenti spenti (nelle scuole), due settimane di minor traffico automobilistico e aereo e di minori consumi di riscaldamento nelle aziende chiuse del Belpaese hanno implicato una minor produzione di CO2 per 428.000 tonnellate, che equivalgono alle emissioni annuali di città come Bergamo o Monza [1]. La brusca decelerazione provocata dalle misure anti-virus hanno portato a una riduzione delle attività produttive e degli spostamenti e ad una disponibilità di tempo straordinaria, che ci costringe a rimettere in discussione i nostri stili di vita e i nostri modelli di consumo.

D’altro lato, secondo diversi ricercatori, la distruzione degli ecosistemi e della biodiversità accelererà in futuro il rischio di nuove epidemie e l’esposizione degli esseri umani a virus e germi a noi sconosciuti.  Questi ricercatori pensano che sia in realtà la distruzione della biodiversità da parte dell’umanità a creare le condizioni per l’insorgere di nuovi virus e malattie come il coronavirus, con un profondo impatto sanitario ed economico sia nei paesi ricchi, che in quelli poveri. “Invadiamo le foreste tropicali e altri ecosistemi, che ospitano così tante specie di animali e piante – le quali a loro volta ospitano tanti virus sconosciuti” racconta David Quammen “Tagliamo gli alberi, uccidiamo gli animali o li mettiamo in gabbia, e li vendiamo ai mercati. Distruggiamo gli ecosistemi e mettiamo in circolazione virus presenti sui loro ospiti naturali. Quando ciò accade, hanno bisogno di un nuovo ospite. Spesso, questo ospite siamo noi”[2].

Ne deduco che la correlazione tra cambiamenti climatici e distruzione degli ecosistemi, da un lato, e rischio di pandemia, dall’altro, è molto alto. Nel momento in cui distruggiamo gli ecosistemi, riduciamo la capacità di assorbimento delle emissioni di CO2 determinate dal consumo di combustibili fossili. I cambiamenti climatici che ne derivano accelerano gli squilibri e espongono gli ecosistemi a processi irreversibili di degradazione. Allo stesso tempo, urbanizzazione e inquinamento rendono più aggressive le zoonosi, ovvero le malattie trasmesse dagli animali all’uomo.  Forse non è un caso che i focolai epidemici abbiano trovato terreno fertile in zone molto inquinate, come la provincia di Hubei o la Pianura Padana[3].

Potremmo però andare oltre e abbracciare le tesi di Lovelock, il padre di Gaia. Negli anni Settanta, il chimico James Lovelock sviluppò un’ipotesi per spiegare la complessità della vita sulla Terra. Secondo lui, il Pianeta avrebbe un sistema di autoregolazione per preservare le condizioni per la vita, e la materia organica, l’aria, gli oceani e la superficie terrestre formerebbero un sistema complesso che potrebbe essere inteso come un unico organismo in grado di preservare le caratteristiche vitali del nostro Pianeta. La chiamò “Ipotesi Gaia”, dal nome dell’antica dea greca che governava la Terra. E se la propagazione del Covid-19 dal cuore del capitalismo e del commercio mondiale – la Cina – fosse una sorta di operazione di sabotaggio, di recupero planetario, da parte di Gaia? Se il Pianeta dunque – attraverso meccanismi a noi sconosciuti – avesse consapevolmente voluto lanciare un avvertimento, e con esso generare una crisi che costringa le comunità umane a fermarsi prima del baratro? La nostra specie non ha ancora maturato la consapevolezza del pericolo rappresentato dalla crisi ambientale a scala planetaria, è capace invece di reagire “subito e ora” quando i singoli individui rischiano la morte o la malattia a scala locale o nazionale, rispondendo a logiche di appartenenza statale o comunitaria. La registrazione del fatto che gli ultimi cinque anni (2015 – 2019) siano stati i più caldi di sempre sulla faccia della Terra[4] – invece – non ha portato governi e autorità a intervenire con fermezza chiudendo attività inquinanti, sospendendo il traffico veicolare o autorizzando massicci investimenti pubblici anche oltre gli accordi di contenimento del debito pubblico, come è avvenuto con la recente sospensione del Patto di stabilità europeo. E questo anche se gli effetti sulle comunità umane del cambiamento climatico saranno presumibilmente molto più devastanti di quelli di una pandemia come quella che stiamo vivendo.

*   *   *

Allora, se penso a questo scenario, le mie inquietudini si rovesciano.

Pur sperando che il contagio si fermi il prima possibile, quello che mi spaventa già ora è che questa terribile crisi del coronavirus non sia (non sarà) un campanello d’allarme sufficiente a fare cambiare rotta all’umanità. Quello che mi spaventa è la prospettiva che – dovessimo contenere il virus – ritorneremo a consumare, inquinare e fare circolare merci con la stessa frenesia che ci ha portato a questo stato attuale. Quello che mi spaventa è che si ritorni a iniettare denaro pubblico per salvare industrie e attività produttive che distruggono l’ambiente, pur di far riprendere i consumi e salvare dei posti di lavoro legati alla globalizzazione delle merci e alla delocalizzazione delle attività.

In Guerra e pace, di cui sto leggendo il terzo volume, Leone Tolstoj scrive: “Fra le innumerevoli classificazioni che si possono tracciare dei fenomeni della vita, questi si possono suddividere, nel loro insieme, in quelli in cui predomina il contenuto, e quelli in cui predomina la forma”[5]. È giunto il momento di scegliere tra il passare attraverso questa crisi come se niente fosse stato, facendone una questione di turbolenza passeggera, di intralcio temporaneo. In questo caso, potremmo presto relegare la vicenda coronavirus agli archivi di cronaca. Si baderà a come rappresentare l’episodio nei media e nei resoconti creando vittime e eroi, e si volterà pagina. Oppure di fermarsi e di rendersi disponibili a rimettere in discussione i fattori che hanno determinato crisi planetarie come questa, e quelli che rischiano di facilitare la manifestazione di altre pandemie. In questo caso, si tratterà di cambiare tutto, o quasi. A partire dal sistema sanitario, e dai tagli che hanno portato alle carenze di personale e strutture che abbiamo vissuto in questi giorni. E invece di esaltare il lato eroico di medici e infermieri (che sono in realtà poveri cristi che lavorano sovente in condizioni precarie)[6], si dovranno portare sul tavolo degli imputati coloro che sacrificarono la spesa pubblica per il diritto alla salute in nome di qualche pseudo-ideologia, o per conto di qualche interesse. E con la stessa determinazione, al tavolo degli imputati dovranno presentarsi coloro che hanno in questi anni portato avanti politiche che hanno accelerato la crisi ecosistemica del pianeta Terra, capitalizzando i profitti nelle mani di pochi e globalizzando gli impatti negativi sull’ambiente e la società.

*   *   *

E, infine, dovremo partire da noi, da come ci svegliamo, da come ci affacciamo alla finestra, da come facciamo la spesa, dalle cose a cui diamo importanza. In questi giorni, molti riscoprono il conforto della poesia e l’essenzialità della vita che i cantori della bellezza ci offrono. Uno di questi, per chi conosce la letteratura tedesca, è Friedrich Hölderlin (1770 – 1843). Fu considerato un poeta della natura, che cercava di mettere in relazione la spiritualità umana con il mondo esterno. Era considerato un “orfico”, perché in una fase della sua vita trasse ispirazione dei miti greci, così legati alle forze della natura e alla ricerca della purezza. In questa epoca del distanziamento e dell’isolamento, l’energia con cui un tale poeta ci fa riscoprire la grandezza degli elementi che stanno attorno a noi non può che farci bene.

“Un fuoco divino spinge, giorno e notte,

ad andare, Allora vieni! Guardiamo l’aperto,

cerchiamo il proprio, per quanto distante.”[7]

E in questi nostri giorni dove torniamo a misurare le piccole cose, ad assicurarci di avere quanto basta per le successive due settimane in quarantena, anche questi suoi versi sono di sollievo:

Wo aber Gefahr ist, wächst / Das Rettende auch

“Dove c’è pericolo, cresce anche ciò che salva.”[8]

Stranamente, in questi giorni, anche l’uso di WhatsApp si è fatto più pacato. L’ho notato nelle chat dei gruppi dei genitori di chi ha figli a scuola. La contrazione dell’insegnamento alle classi virtuali ha certo spinto a questo, ma forse, cominciamo anche a prendere questi oggetti virtuali per quello che sono: dei semplici trasmettitori di ferro. Ed ecco che in una di queste chat, invece di un’ennesima fake news, vi ho letto alcune cose bellissime di Giordano Ruini, che hanno contribuito a svuotare un poco quei trasmettitori di tante parole inutili. Con questo, vorrei chiudere questo mio scritto:

“Non voglio rimettermi a guidare nel traffico congestionato

Voglio muovermi lento e contento

Col ritmo naturale dell’universo

Che mi fa meravigliare della fioritura dell’albicocco”

È un’immensa e fiorita primavera silenziosa, quella che stiamo vivendo, dove nelle gabbie siamo noi; è uno zoo alla rovescia, dal quale siamo incapaci di far funzionare il Sistema come d’abitudine. E d’improvviso, ci accorgiamo che il Sistema è come un colosso dai piedi di argilla, e che senza di noi non funziona, arrugginisce.

Quando tutto finirà, ci lasceremo ancora far recrutare dallo stesso?

 

Firenze Rifredi, 22 marzo 2020.

 

[1] Cfr. G. Schinaia, “Con questo clima nel mondo i virus non ci daranno tregua”, Avvenire, 18 marzo 2020.

[2] Ensia, “’Tip of the iceberg’: is our destruction of nature responsible for Covid-19?”, The Guardian, 18 marzo 2020.

[3] G. Schinaia, Ibidem.

[4] Fonte : Climate Central (climatecentral.org).

[5] Ed. Garzanti, 1974, pag. 1066.

[6] Il 14 marzo scorso, il sindacato USB ha lanciato la campagna #EroiUnaMinchia, per denunciare il fatto che l’eroismo viene dall’aver dovuto lavorare in un contesto precarizzato, appaltato, privatizzato e regionallizzato che ha fragilizzato la sanità pubblica: https://lombardia.usb.it/leggi-notizia/eroiunaminchia-non-un-applauso-ma-un-grido-di-rabbia-0833.html

[7] Poesie scelte, Feltrinelli, 2010, pag. 176.

[8] Da Patmos, inno del 1803.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...