Qualche giorno fa, sono rimasto incuriosito dalla notizia del suicidio di un uomo che aveva ucciso la fidanzata due anni prima. L’uomo, Francesco Mazzega, si è suicidato il 30 novembre scorso dopo aver saputo della conferma in Appello della sentenza di condanna a trent’anni di carcere. Egli stava agli arresti domiciliari, e si è tolto la vita impiccandosi nel suo giardino. Alla tragedia se ne aggiugeva un’altra, consumata nella propria casa, nel luogo che dovrebbe essere alcova, rifugio. Pensare che il giudice gli aveva preferito i domiciliari al carcere proprio per evitare gesti insulsi da parte dell’assassino. Mezzega, che aveva soffocato la fidanzata lungo il fiume Tagliamento, era stato descritto come un uomo che vive i rapporti sentimentali “posseduto da un senso patologico di gelosia”. “Non merito perdono. Ho paura anche a chiederlo, vista la gravità di quanto fatto” aveva detto in aula, nel corso di una dichiarazione spontanea.

Questo duplice dramma mi ha interrogato nei giorni successivi, mi sono fatto domande che erano più che semplice curiosità, ed ho dunque cominciato a sfogliare la stampa e la ricerca online per sapere di più degli omicidi-suicidi, sovente di natura coniugale. Ho allora trovato, per esempio, la storia di un 48enne di San Donato MIlanese, che il 26 maggio scorso ha ucciso per strangolamento la giovane colf cubana, con cui pare avesse una relazione sentimentale, e poi si è sparato. Il tutto è avvenuto nella villa del tale Enrico Lanati, imprenditore. Pasquale Vitiello, invece, si è tolto la vita dopo avere ucciso sua moglie Imma davanti alla scuola elementare frequentata da loro figlia, a Terzigno (NA), il 20 marzo dell’anno scorso. Imma sottostava a maltrattamenti, spesso testimoniati anche dai vicini e dagli amici, voleva vivere la sua vita e preservare la tranquillità di sua figlia; per questo, due settimane prima della morte, si era trasferita dal padre con la figlia. Pare che Vitiello non accettasse che sua moglie potesse avere una nuova relazione, mentre lui ne aveva diverse. Marco Lojola, 40 anni, il 28 luglio 2013 a Marina di Massa (MS) uccise invece l’ex moglie prima di togliersi la vita, lasciando orfane due ragazzine, assurte recentemente ai bagliori della cronaca perché l’INPS avrebbe richiesto alle due orfane il risarcimento di un assegno di invalidità  erogato a un uomo che il giorno della tragedia fu ferito da Lojola. La moglie dell’appuntato Luigi Capasso, invece, sopravvisse ai colpi di arma da fuoco del marito, mentre le loro due bambine no: il Capasso non aveva mai accettato di essere allontanato di casa (alla base di questo allontanamento vi era anche una relazione extraconiugale da parte dell’uomo). Insomma, in quest’ultimo caso si trattò di strage premeditata.

Un aspetto non irrilevante di questi atti funesti è quella dei messaggi. La casistica dei bigliettini lasciati dagli omicida-suicida è varia. “Non doveva farlo” aveva scritto il Capasso, probabilmente rivolgendosi alla moglie. Se il Lanati aveva lasciato un messaggio chiedendo scusa, il Vitiello invece aveva redatto un vero e proprio carteggio epistorale, scrivendo lettere mai recapitate alla figlia (nelle intenzioni dell’autore, dovevano pervenire nelle mani della figlia quando sarebbe cresciuta) e ad un amico.

Che sta succedendo agli uomini? Se il matrimonio è considerato un fattore di protezione nei confronti dell’attività deliquenziale incluso l’omicidio, diverso è il discorso per l’omicidio-suicidio, che si verifica quasi exclusivamente in ambito famigliare, per cui sia gli autori che le vittime sono coniugati o conviventi[1]. Il Norditalia registra il più alto numero di vittime in famiglia, ed in particolare la Lombardia. La maggioranza degli omicidi-suicidi in famiglia in Italia sono degli uxoricidi. Le morti violente collegate a separazioni, divorzi e rotture in Italia sono state 976 dal 1994 al 2003. Almeno 54 su 123 sono le donne morte per mano di partner o ex- partner in Italia nel 2017[2]. La vera ecatombe la compiono mariti, fidanzati e compagni. Certo, l’Italia non figura tra i paesi europei dove il cosiddetto “femminicidio” è fenomeno più esteso.  In Germania, nel solo 2018 sono state 122 le donne assassinate dal loro partner o ex-partner. L’Italia è – insieme a Grecia e Cipro – tra i paesi europei dove più basso è il tasso di omicidi di donne. In Italia, per ogni centomila donne, 0,42 sono le vittime di omicidio, mentre in Germania il tasso è doppio (0,91), in Francia quadruplo (1,74), nelle Repubbliche baltiche è fino a otto volte superiore (come in Lettonia: 3,70) e in Russia è dieci volte superiore (oltre il 4,0)[3]. Se poi guardiamo al mondo intero, scopriamo che l’Europa ha tassi di femminicidio commesso da partner o famigliari nettamente inferiori a tutti gli altri continenti (0,7 per ogni centomila donne; Asia 0,9; Oceania 1,3; Americhe 1,6; Africa 3,1)[4].

Quando mi sono messo a cercare nella bibliografia disponible online dati sugli omicidi-suicidi, ho scoperto che la ricerca è più carente; pare chiaro comunque che siano gli uomini a togliersi la vita dopo l’assassinio: tra gli omicida-suicida in Italia, il 7% sarebbero donne e il 93% uomini[5]. Sui numeri, circola poca cosa, e me ne chiedo la ragione. Sono imbattuto, però, in una ricerca di un anno e mezzo fa effettuata da Il Giornale che produce dati precisi. Gli omicidi-suicidi in ambito familiare e di coppia in Italia nel 2017 sarebbero stati 30: 28 uomini e 2 donne; i suicidi noti, dove la causa è legata alla fine di una relazione, sarebbero 39: 32 uomini, almeno 8 dei quali disperati per il distacco forzato dai figli, e 7 donne, tra cui due bambine di 12 e 14 anni che soffrivano la separazione dei genitori. Sempre secondo la ricerca condotta dalla testata, ancora in ambito cosiddetto passionale, su 66 omicidi con vittime femminili, quelli che tecnicamente si potrebbero definire femminicidi sarebbero 42 (esclusi 4 casi non risolti). Gli altri 20, in cui il movente non ha a che fare col genere, sono definiti coniunxcidi (da coniunx= coniuge), neologismo adottato nell’indagine che vale sia per gli uomini che per le donne a differenza di uxoricidio (da uxor=moglie). Prendendo per buona questa analisi effettuata sulla base dei dati del Ministero dell’Interno, se dividiamo i 66 omicidi con vittime femminili con i 28 omicida-suicida maschili, potremmo dire che circa la metà degli uomini assassini coinvolti in delitti passionali si toglie poi la vita. Perché non si parla anche di questo duplice dramma, che devasta le famiglie forse più del femminicidio?

Secondo EU.R.E.S., sono gli uomini a evidenziare una maggiore fragilità nei confronti della gestione della separazione coniugale e affettiva, della quale subiscono le conseguenze sia sul piano psicologico che su quello del riconoscimento sociale, trovandosi privi di qualsiasi punto di riferimento (almeno a livello interno), individuando pertanto l’unica soluzione possibile nell’eliminazione definitiva e completa delle cause degli affetti implicati[6]. I dati paiono provarlo. Ottanta furono le persone massacrate in famiglia in Italia nel 2017 (sempre elaborazione de Il Giornale): dei perpetratori del crimine, 8 erano madri (due suicidate), contro 3 padri (tutti suicidati); questi undici assassini hanno ucciso sedici minori, di cui la metà erano maschi e l’altra metà femmine. Se inquietante è la parità di genere per le vittime, ancor più inquietante è la disparità tra gli omicida-suicida: le madri uccidono di più, ma i padri a differenza delle madri sanno sopravvivere al senso di colpa e all’orrore che hanno commesso molto di meno.

Cosa spinge a questi atti folli di duplice tragedia?  Trattasi di uomini con una bassa tolleranza alla frustrazione data per esempio dalla fine di un rapporto, da una situazione che non riescono a gestire, e l’uccisione diventa un sistema catartico per abbassare questa frustrazione, spiega lo psicologo e criminologo Marco Strano[7]. Poi subentra il peso insostenibile di quello che succederà dopo l’omicidio: il carcere, lo stigma sociale, ecc., peso che porta al suicidio.

“I mariti spesso uccidono perché non sanno rassegnarsi alla perdita dell’oggetto d’amore, perdita che rende più comprensibile il successivo suicidio” riprendono le autrici di Odia il prossimo tuo come te stesso[8]. Tematiche depressive, ruolo genitoriale incompiuto, ansia e pessimismo portano a atti inconvulsi. “Perdonatemi”, “Resteremo sempre uniti” sono alcune delle frasi che sono state scritte dagli omicida prima di compiere il suicidio.

“Quando provocano un omicidio, le persone vivono una tempesta anche interna di tipo chimico (cortisolo, adrenalina) legata a un momento di grande emotività. Serve tempo per smaltirla,  l’organismo ha bisogno di un certo tempo per tornare in uno stato di quiete. Lo stesso tempo che serve per convincersi che la morte sia l’unica strada percorribile” ha aggiunto lo psicologo Strano.

L’uomo, nella sua funzione maschile, è forte fisicamente e fragile emotivamente, e questo squilibrio può rivelarsi allo stesso tempo criminale e autolesionista. In queste storie di omicidio-suicidio sta tutta la storia dell’umanità, delle sue passioni e delle sue rabbie assassine più viscerali fin dall’avvento di Caino e Abele su questa terra. La nostra cultura ha fatto del tradimento il suo più grande male, e uomini feriti e malati ne hanno trovato legittimo alimento per superare la soglia che li separava dal crimine. Il tradimento dell’oggetto d’amore è punito ben in fondo all’Inferno dantesco, e lo stesso Giuda Iscariota, il traditore per eccellenza, è maciullato per la metà superiore del corpo dalle fauci di Lucifero, ed è graffiato sulla metà inferiore dalle sue terribili grinfie, con le quali Lucifero gli toglie la pelle scorticandolo e accentuandone il supplizio.

L’odore di tradimento proprio nel luogo in cui ci si aspettava riparo diventa un vettore terribile di odio e violenza, e riporta al concetto di ambivalenza nella relazione di coppia che già il poeta latino Catullo cantava : “Odio e amo. Forse mi chiedi come io faccia. Non lo so, ma sento che ciò accade, e ne sono tormentato”[9]. L’animo umano è così complesso che sovente i delitti germinano in un humus che appare di assoluta normalità. Sovente nascono nella meschinità di culture di periferia, da talk-show, dove è assente la riflessione e la profondità. È veramente sempre colpa della famiglia, del marcio che si nasconde dentro le pareti domestiche, oppure non vi è anche forse uno spirito d’epoca che influenza le menti? Mi sono fatto tutte queste domande forte della triste storia di separazione coniugale che ho vissuto in questi ultimi anni, con le sue rabbie e la sua miscela di odio e di amore. In una società che incita a ostentare l’orgoglio del disprezzo e l’espressione delle pulsioni violente, trovo le storie degli omicida-suicida come una grandissima dichiarazione di fallimento di tutti noi. Troppo facile dire: “Era un assassino”, “Un altro femminicida”; pensate agli strascichi di sofferenza e agonia che portano con sè le famiglie annientate. Non mi sono mai interessate le ideologie, tantomeno le spiegazioni facili. Per questo non grido allo scandalo del femminicidio se ci si concentra solo sulle vittime, e non si esplorano le responsabilità di carnefici, vittime, relazioni di prossimità e società. Per escogitare misure che prevengano azioni folli, non servono le mistificazioni, né gli inni al genere, né gli -ismi identitari. Come non si deve lasciare impunito il crimine, così non servono a neutralizzare la violenza le voci che narrano di vittime a seconda del genere.

L’omicidio-suicidio è il massimo della devastazione sociale, colpisce l’ambito famigliare nel suo cuore, è l’harakiri della nostra società del consumo e dell’esaltazione individuale, della donna perché donna e dell’uomo perché uomo. È per le nostre famiglie quello che è il surriscaldamento globale per l’intero pianeta: una frattura, un principio di implosione che annuncia l’apocalisse. Nella nostra società, più che di cartelli da facile femminismo, ci sarebbe bisogno di schiere di psicologi, terapeuti, confidenti spirituali, amici e portatori di affetto che assistono anche nei momenti più difficili chi si lascia affascinare dai luccichii della giustizia da sè, o dai richiami sotterranei all’autodistruzione.

Domani è Santa Lucia, protettrice degli occhi. Preghiamola, perché nella nostra presunzione di sapere leggere il mondo, spesso siamo più ciechi di un non-vedente.

 

Sidi Bou Said, 12 dicembre 2019.

[1] Vedi il testo molto interessante di I. Merzagora Betsos e L. Pleuteri Odia il prossimo tuo come te stesso, Franco Angeli, Milano, 2005. Leggasi in particolare a pag. 53, 57 e 68.

[2] Fonte : Istat, 2017.

[3] Fonte : Eurostat, 2016.

[4] Fonte : UNODC, 2018.

[5] Fonte : EU.R.E.S. Banca Dati Ricerche Economiche e Sociali, 2003; citata in I. Merzagora Betsos e L. Pleuteri, Ibidem.

[6] Ibidem.

[7] In A. Arcolaci, “Terzigno, dopo avere ucciso sua moglie si è suicidato. Perché accade?”, Vanity Fair, 20 marzo 2018.

[8] Ibidem, pag. 70.

[9] Gaio Valerio Catullo, Liber, Carme 85.

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