Mentre la capitana dell’imbarcazione Sea-Watch 3, Carola Rackete, entrava nel porto di Lampedusa e veniva posta agli arresti domiciliari, mi trovavo su una spiaggia della periferia di Tunisi. Sotto la rocca che ospita la ormai decadente residenza estiva dell’ex-presidente Ben Ali, dove una parete boscosa e ripida scivola verso il mare, avevo raggiunto a piedi la stretta striscia di sassi accessibile grazie alla bassa marea. Gruppetti di ragazzi e di adulti tunisini avevano colonizzato quell’ultimo lembo di terraferma per darsi ai piaceri della birra. Attorno a ogni gruppetto, decine di bottiglie e lattine vuote lasciate sulla sabbia o tra gli scogli, che chissà l’alta marea avrebbe consegnato alle correnti. Di fronte ad un mare leggermente mosso, questo connubio tra desiderio di evadere nei piaceri dell’ebrezza e incuria l’ho trovato triste, ma certo speculare a quanto succede sull’altra riva. Due comunità che non si parlano, ciascuna cercando di farsi una ragione di fronte al muro invisibile che le separa. In altri angoli di Tunisi, decine di attivisti locali cercano di rovesciare l’idea di sviluppo che per anni ha attanagliato questo Paese, facendo della costa un paradiso per i turisti e dell’entroterra un inferno per giovani senza lavoro.

C’è ad esempio Imed Soltani, presidente di La Terre pour tous, associazione tunisina che cerca risposte sul destino dei migranti scomparsi nel Mediterraneo tra una partenza e uno sbarco. Dove sono? Sono naufragati? Sono vivi? Perché non ci dite la verità? Lo abbiamo riconosciuto in una foto, è arrivato in Italia, dov’è ora?

Oppure c’è Alarm Phone, una rete di attivisti che mette a disposizione un numero di emergenza per fare in modo che chi è a rischio naufragio in mare sia localizzato in tempo dalle guardie costiere o da altri servizi. Un numero di emergenza a supporto delle operazioni di salvataggio di cui si avvalgono anche le autorità.

C’è la mobilitazione di diversi settori sociali e sindacali contro l’ALECA, l’accordo di libero scambio che secondo molti rischia di aggravare la dipendenza della Tunisia dall’Unione europea, mettendo a repentaglio il lavoro e il mercato dei piccoli agricoltori e settori quali la produzione farmaceutica nazionale.

Sovente, queste persone operano negli interstizi del quadro legale, creando spazi di umanità dove le regole si fermano a paragrafi, numeri e proiezioni. Questo perché la Legge non è uguale per tutti, e quando è uguale per tutti, non intacca le condizioni di partenza, per cui ci sono i benestanti, i fully employed e i privilegiati, da un lato, e ci sono i poveracci, i senza protezione sociale, e chi conta i soldi per mandare il figlio ad un’università di modesta reputazione, d’altro lato.

Parafrasiamo pure: la Legge è uguale per tutti, ma non serve a rimuovere le ingiustizie. Altrimenti la Legge non punirebbe chi cerca di salvare dei poveracci che salpano con una barchetta sperando di inventarsi una vita migliore.

Vi è poi un’altra legge, che è quella che non ha bisogno di tribunali e forze dell’ordine: è quella di Dio, che giudica nella misura in cui tu hai giudicato gli altri e trattato gli altri. La legge di Dio, ci inseegnano i testi sacri, punisce la prepotenza, la cattiveria e l’avarizia, e riscatta l’oppresso e lo sfortunato. La legge di Dio, però, non ha tribunali in Terra, ed è meglio così, perché quando l’Uomo ha creato dei tribunali in nome di Dio, ha solamente perpetrato crimini e fustigato le libertà individuali.

La legge di Dio è una sola: ama il prossimo tuo come te stesso. Non esige interpretazioni, non permette malintesi. È una legge a cui risponde la persona nella sua nudità carnale e nella sua fragilità terrena. Quello che io intendo di questa legge è che giustifica tutte quelle manifestazioni di azione e di pensiero che tutelino le persone e difendano l’umanità, regola elementare della convivenza pacifica. È vero che – nella vicenda della Sea Watch 3 – vi è la legge del mare che richiede di prestare soccorso a chi è in difficoltà, legge che ha permesso la liberazione della capitana Rackete dopo due giorni di arresto, quando un giudice di Agrigento ha detto che non vi è crimine neppure nel Diritto della Repubblica italiana, quando si presta soccorso in mare. La “legge dell’umanità”, se la vogliamo chiamare così, viene però prima, ed è quella che secondo me distingue tra un uomo ed un animale.

E arriviamo nell’Italia del 2019: qui, secondo alcuni, tra cui gli esponenti della Lega Nord, la Legge può anche criminalizzare la solidarietà, se serve a tutelare “gli Italiani”, ovvero gli interessi degli Italiani. Cosa sono questi interessi degli Italiani, secondo questi esponenti? Quelli di mantenere un certo livello di benessere, lasciando i più sfortunati lontani dalla vista. Che restino nei campi libici: i campi sono sicuri perché non siamo testimoni dei crimini compiuti in essi, e quindi i crimini non esistono. La Legge secondo costoro cessa di esistere alle frontiere nazionali, come se l’Italia fosse un satellite che percorre la sua orbita lontano dagli altri pianeti. La legge di Dio è invalida per costoro, perché Dio non è italiano, e come tale non può essere preso sul serio. Anzi, se Dio si fosse fatto Carne di questi giorni, e l’avessero trovato su una spiaggia di Agrigento a persuadere alcuni uomini di mare di farsi “pescatori di uomini”, lo avrebbero arrestato per favoreggiamento dell’immigrazione illegale.

Cerchiamo, dunque, di immaginare questi benedetti interessi degli Italiani: il SUV, l’ultimo cellulare, la Gazzetta dello Sport, la bestemmia facile, l’evasione fiscale come forma di resistenza a uno Stato definito rapace, la Settimana bianca e la villa al mare – mi verrebbe di pensare. Guai a chi tocca il Modello Italia. Anche Dio è avvisato: vietato entrare nelle acque territoriali. Anche gentuccia come quella di questo Movimento 5 Stelle, che diceva: “Uno vale uno” – si è allineata. In occasione dell’audizione organizzata al Parlamento europeo il 18 marzo u.s. con le ONGs che prestano soccorso in mare, in occasione del Premio Sakharov 20181, la delegazione M5S ha fatto di tutto per boicottarne l’organizzazione (fonte parlamentare interna, di massima affidabilità).

Carola Rackete dovrà comparire ancora di fronte alla giustizia di Agrigento il 9 luglio p.v. per rispondere delle accuse di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Andrà come andrà, è già stata prima arrestata e poi rimessa a piede libero: secondo i giudici che hanno condotto le indagini preliminari, permane l’obbligo di un capitano e delle autorità nazionali indistintamente di prestare soccorso e prima assistenza allo straniero rintracciato in occasione dell’attraversamento irregolare della frontiera. I giudici hanno anche stabilito che in Libia e in Tunisia “non ci sono porti sicuri” e l’obbligo del comandante non si esaurisce nel prendere a bordo i naufraghi, ma prevede lo sbarco in un luogo dove sono loro garantiti i diritti, a cominciare dal diritto d’asilo, che la Tunisia non contempla2. Non so se la Rackete sia credente, ma anche se non lo fosse, ha seguito la legge di Dio: ama il prossimo tuo come te stesso.

Per questo è stata arrestata, offesa, disprezzata e esposta al pubblico ludibrio da centinaia di animali a due zampe che circolano nel nostro Paese. E allora, che succederà se dovessero inasprire le pene contro chi presta soccorso in mare, e se poi dovessero criminalizzare chi assiste un barbone, o chi accoglie un sans-papier nella propria dimora, o chi presta volontariato in un campo nomadi, o chi manifesta contro l’Alta Velocità, o chi mette le lenzuola fuori dal balcone con scritto: “Chi semina zizzania, raccoglie tempesta”, o chi raccoglie indumenti per famiglie disagiate, o chi occupa il manto stradale in segno di protesta nei confronti del cambiamento climatico, o chi pratica la disobbedienza civile di fronte a provvedimenti ritenuti ingiusti o discriminatori? Li arresterete? Ci arresterete?

Se così dovesse andare, arrestateci, arrestateci tutti, tutti coloro che per solidarietà o amore fanno cose oramai squalificate come politicamente scorrette. Arrestateci tutte e e tutti, senza sconti, finché non rimanga a piede libero alcuna singola testa calda. E allora, quando le piazze e le strade del nostro Paese saranno frequentate solo da quegli italiani di “Prima gli Italiani”, costoro si azzufferanno tra loro fino all’inverosimile. Da un tamponamento ad un SUV ne deriverà una sparatoria mortale, da una disputa arbitrale la messa a soqquadro di un intero bar, e dai diverbi in famiglia una guerra tra famiglie.

E come in un romanzo di José Saramago, un criminale comune pescato mentre tentava di rubare un SUV, messo al fresco, dopo tre giorni di cella in comune, verrà toccato da un lampo di lucida consapevolezza, e con un’operazione da abile scassinatore, riuscirà a spalancare i portoni della prigione dove erano stati rinchiusi gli altri… Per caso eroe, sarà colui che riaccenderà la speranza nel Paese.

Nei cieli di Francoforte, 4 luglio 2019.

 

2 Cfr. Alessandra Ziniti, «Carola Rackete scherza: “Forse è il caso che emigro in Australia”. Così il gip ha smontato il Decreto sicurezza: “Non può essere applicato a chi salva naufraghi”», La Repubblica, 3 luglio 2019.

 

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