Enea e Didone si lasciarono rapire da un amore senza freni, trovando giaciglio sul muschio di una grotta delle coste africane, alle porte della città di Cartagine. L’Eneide racconta che il condottiero troiano, durante una battuta di caccia, trova rifugio in un anfratto insieme alla regina Didone, vedova del marito. Il valore di quello straniero e la sensuale bellezza di quella donna giovane e profumata si accoppiarono nell’intimità di un rifugio inaspettato, nonostante il destino di Enea fosse quello di ripartire, e quello di Didone, di restare. Ho cercato in vano la grotta alle porte di Tunisi, ma nessuno si ricorda di essa, né l’ha forse cercata. L’amore, la passione sono pari alla voglia di libertà di un popolo, che né i disegni divini, né l’oblio postumo possono cancellare. Quest’immagine virgiliana è per me una metafora della volontà di riscatto che, sempre e comunque, risorge: gioventù e passione nobile si incontrano in una grotta. È una richiamo irresistibile. Scriveva il poeta tunisino Abū l-Qāsim al-Shābbī; nel suo componimento più conosciuto, La volontà di vivere:

“Se un giorno il popolo vorrà vivere, il destino deve assecondarlo”.

Come la tempesta dell’amore fa dimenticare ogni prudenza, così il fuoco della libertà riprende vigore dalle braci dormienti quando i tempi si fanno maturi. Avevamo seppellito i ricordi della Primavera araba, ed ecco che il popolo algerino addomestica l’esercito e rende futile uno degli apparati di potere più duraturi dell’epoca moderna, e questo senza spargimento di sangue. Al suo oriente, il popolo sudanese costringe alla rimozione del dittatore Omar al-Bashīr, amico degli al-Asad siriani. Arresti e morti non hanno fermato la rivolta pacifica, e anche le donne hanno assunto il titolo di icone del popolo, come quella ragazza che incita alla rivolta, le cui immagini hanno percorso i sentieri virtuali dei Social in Oriente ed Occidente[1]. I sudanesi chiedono all’esercito un governo civile ed un immediato passaggio di consegne. Gli algerini scendono in piazza da nove settimane consecutive per chiedere l’allontanamento di politici e militari che hanno beneficiato del sistema corrotto del Paese. In Europa, nessuno ha parlato di Primavera araba, ma è una seconda Primavera araba, più efficace della prima, e che rappresenta l’altra faccia della medaglia rispetto ai conflitti aperti o intermittenti di Libia, Siria o Palestina. Visto questo pezzo di mondo da satellite, è come il gioco del Risiko. Mentre il profumo dei gelsomini soffia di nuovo dal Maghreb, e le acque fresche del Nilo corrono impetuose dagli altopiani del Sudan verso la Nubia, un piccolo Napoleone capriccioso e crudele di nome al-Sīsī, insieme ai suoi facoltosi, viziati amici senza scrupoli del Golfo, esporta la guerra in Libia e accelera la demolizione della Costituzione, cercando di garantirsi il potere fino al 2030 (in queste ore, si vota in Egitto per un referendum che elimina i limiti di mandato presidenziale attuali, e pone magistratura e Corte costituzionale sotto il controllo del presidente). Non sono forse codesti dei segni di debolezza, di timore che il popolo si risvegli anche a casa propria, per cui costoro cercano di approfondire la repressione interna e indebolire le nascenti democrazie alle proprie frontiere? Non temono forse come non mai una seconda Primavera araba?

Quello che ascolto nel mio Paese è invece di altro segno: non parliamo più di libertà, non parliamo più di passione civile, ci affidiamo a protettori dell’Ordine costituito e temiamo per i nostri portafogli, che si fanno leggeri non perché dei poveracci bussano alla nostra porta, ma perché lo Stato ha sempre meno soldi da spendere per le cose che contano nelle nostre vite: la famiglia, la salute, l’istruzione, l’ambiente. La settimana scorsa, sono passato per il Norditalia. A Le Voci dell’Inchiesta di Pordenone, ho assistito alla proiezione del film What is Democracy? della regista Astra Taylor. Nel film, l’ex-senatore nero della Carolina del Nord Mickey Michaux, allievo di Martin Luther King, utilizzando ad esempio la struttura della società schiavista americana, spiega come funziona la democrazia del capitalismo: al tempo della schiavitù. vi erano i padroni delle piantagioni che dicevano ai sorveglianti bianchi di proteggersi le spalle dai neri; i sorveglianti bianchi facevano dunque le peggiori cose agli schiavi neri temendo che potessero riscattarsi e soppiantarli, e i padroni se la godevano con il sigaro in bocca. Allo stesso modo, oggi abbiamo i ricchi o i detentori del potere, da un lato, la classe media, da un altro, e quelli che stanno peggio sotto. Quelli in alto dicono a quelli in mezzo: “State attenti! I poveracci verranno a prendere il vostro posto, teneteli a bada”. E intanto, quelli in alto se la passano senza pensieri. Avendo a disposizione la paura e la propaganda del “capro espiatorio” come armi.

Non è forse quello che ci viene detto? Non è così che ce ne stiamo tranquilli, ognuno a casa propria, con la televisione a 24 pollici, la squadra del cuore, il partito da votare, e il cellulare incollato sul palmo della mano? Non è così che ci facciamo abbindolare, credendo che il mondo utile e necessario finisca alla frontiera, e che sigillando la frontiera vivremo bene? La paura, però, non è forse cattiva consigliera, portandoci a vendere non solo diritti e libertà acquisiti in secoli di lotte e battaglie civili, ma anche l’anima e la parte buona di noi stessi?

Dovremmo ammetterlo, che non ci accorgiamo che siamo circondati: non da poveracci ed affamati, né da dittatori e faccendieri. Siamo circondati dalla paura di noi stessi. Dalla paura di entrare in una grotta, dopo esserci inzuppati d’acqua piovana, e lì scoprire i segreti dell’amore e la voce della libertà. Mentre in Europa ci apprestiamo a diventare tutti più fedeli al richiamo di “Dio, patria e famiglia”, mentre a Parigi danno ancora fuoco alle automobili e ai negozi, mentre a Roma esultiamo per ogni campo nomade in meno e votiamo per avere una pistola in tasca, altri popoli, senza far rumore, riscrivono la storia delle lotte per i diritti. Forse ci fanno paura anche loro. L’amore e la libertà sono la stessa cosa. Devi cedere per ricevere. Devi lasciare che tutti ricevano perché ti senta amato. Devi dare perché tutti ricevano.

Domani è la Pasqua cristiana. È la festa per eccellenza del dono, della rinuncia. Il più grande atto d’amore di Cristo è stato quello di rinunciare a se stesso, di buttare a mare le proprie paure, per regalarci la libertà di scegliere il nostro destino, e aspirare alla felicità.

Che è la sola nostra salvezza.

 

Sidi Bou Said, 20 aprile 2019.

[1] Siobhán O’Grady, “Why this viral photo is becoming a symbol of women’s rights protests in Sudan”, The Washington Post, 10 aprile 2019.

2 risposte a "La libertà è amore senza freni"

  1. Il pius Aeneas e l’ infelix Dido metafora dell’ incontro tra culture mediterranee e della libertà! Bellissimo articolo, Gianluca!
    Speriamo che la nostra cultura classica ci indichi ancora una volta la strada da seguire! Buona Pasqua! E buona Primavera!

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