Non avevo mai votato per il PD. La primavera era già in procinto di manifestarsi, l’aria era leggera anche se un vento deciso calava dal mare. Lo specchio della laguna di Tunisi era brizzolato, come i capelli di una ragazza creola. Mi ero segnato l’indirizzo sull’agenda: rue des Entrepreneurs. Il tempo non mancava; scendo in strada alla ʿAouina e trovo un tassista svogliato. Era difficile capire se fosse lui a tenere il volante, o se fosse il volante a tenerlo al suo posto. Il tempo non mancava: vado a rue des Entrepreneurs, faccio il mio dovere di cittadino deluso dalla rivoluzione democratica grillina, e poi mi rifugio nelle viuzze della vecchia medina. Il tassista, però, aveva le idee confuse, mi porta verso il centro, ma non conosce quell’indirizzo, e neppure a cosa corrisponda il codice postale che mi ero segnato sull’agenda. Come tutti i vecchi mestieranti, si era buttato nella mischia e si era diretto al cuore della capitale, convinto che tutte le strade portassero lì.

Akhouya, Delta Centre ween? Fratello, dov’è il Delta Center?” – nessuno sapeva rispondere alla sua domanda. A fianco di un albergo di poche pretese, scendo e interrogo il ragazzo della réception. Sulla scrivania ha due telefoni cellulari in carica e un grande schermo di computer. In pochi secondi, mi risponde: rue des Entrepreneurs è a Chargouia. Chargouia è la zona industriale orientale che si sviluppa a ridosso dell’aeroporto. Charguī significa “orientale” in arabo. Ci eravamo passati a fianco per raggiungere il centro. Il tassista aveva già messo il piede sull’acceleratore per fare retromarcia, faccio però due calcoli e cambio destinazione:

“Portami alla medina, vado a bere un caffè, ti richiamo e andiamo a Chargouia più tardi”.

Il tassista e il suo volante non sono personaggi qualunque. Avevo preso il numero di telefono di Yousef non tanto per quel suo modo disimpegnato di guidare, quanto perché aveva lavorato a Riva del Garda, in un albergo sul vecchio porto.

“Ma è la città dove sono nato io!” gli avevo sbottonato. Era la seconda volta che mi capitava. La prima fu molti anni fa, a Tirana, quando Besnik Mustafaj, già ministro degli Esteri durante la Primavera albanese che seguì la fine del regime comunista, mi invitò a pranzo in un ristorante italiano. Il cuoco aveva lavorato per molti anni a Riva del Garda, lo venni a sapere con mia grande sorpresa quando uscì dalle cucine per farci gli omaggi. A proposito, non ho ancora chiesto a Besnik cosa pensi delle proteste esplose nelle strade di Tirana due settimane fa contro il primo ministro Rama.

Yousef, il gardesano l’ha fatto in realtà per due anni, non di più, e attaccato al suo volante ricorda ora solo il riflesso del sole sul lago e i tedeschi. Poi si è fidato dello zio: ha raggiunto Ventimiglia in treno, ha visitato la Riviera di Ponente con lo zio sopraggiunto da Parigi, e si è infilato nella sua macchina diretto verso la Capitale francese. In poche settimane ha capito che non c’era lavoro in quell’affascinante inferno parigino, ha rimpianto Riva e ha preso un volo di ritorno per Tunisi.

Avevo ancora tempo, e le giornate si erano decisamente allungate, per cui valeva la pena godersi un caffè e un fetta di torta alla crema. Era la prima volta che visitavo un souq di domenica: saracinesche abbassate, a parte qualche venditore di indumenti più interessanti per i turisti che per i tunisini. Un mercato arabo chiuso è silenzioso come un deserto di roccia. Solo l’eco dei tuoi passi e di quelli dei defilati passanti ti accompagna. Qualcuno stava completando il restauro di un vecchio caffè, che presto aprirà per la gioia dei cercatori di autenticità. I gatti non si prendevano neppure la briga di rovistare tra i pochi cartoni sfuggiti alla Nettezza Urbana.

Mancavano pochi minuti alle sei e trenta del pomeriggio quando volto le spalle alla televisione accesa su una partita di calcio del campionato inglese. La ragazzona del servizio, un corpaccione robusto da far spavento, spazza via i mozziconi da sotto il tavolino con precisi colpi di scopa, quasi fosse la stecca di un biliardo. Pago e raggiungo il taxi che mi attendeva.

Yousef accelera e ci dirigiamo a Charguoia. Ora conosco Chargouia più del centro di Tunisi. Quarantacinque minuti persi alla ricerca di rue des Entrepreneurs, tra viali tristi e spopolati, alla ricerca di un fantomatico Delta Centre. Via dei Minerali, via dell’Energia atomica, ecc. Di rue des Entrepreneurs nulla. Ad ogni angolo di strada, Yousef si ferma e con la pila decifra il nome scritto sul cartello della via seguente. I lampioni erano spenti, e se non fosse stato per le luci accese ai cancelli delle fabbriche, avremmo preso qualche buca sull’asfalto. Un posto, che di sera, in una città occidentale, sarebbe probabilmente battuto dalle lucciole. Yousef era tenace, senza navigatore, con i nostri cellulari scarichi, fermavamo ogni prima ombra che si profilasse all’incrocio: “Akhouya, Delta Centre ween?”. Ormai era buio pesto, il tachimetro aveva macinato scatti su scatti, e forse anche quella sera non avrei votato per il PD.

Yousef, yallā khallīnā binrūh ilā l-ʿAouina. Torniamo a casa”. Avevo desistito, ed avevamo imboccato la superstrada, quando il mio telefono squilla. La d.ssa Nabīla mi passa un distinto signore italiano, che aveva appena conosciuto in quel di Tunisi, e per puro caso sapeva benissimo dove fosse il gazebo per votare alle Primarie del Partito democratico. Due parole al tassista dal mio Nokia anni ‘90, Yousef vira improvvisamente verso la prima uscita dalla superstrada, e in due minuti mi trovo davanti al Delta Centre. Un crocchio di signore eleganti mi stava già aspettando. Sorrisi e calore italiano, qualche biscotto, e profumo nell’aria. Ero davanti a un gazebo del PD, versione circoscrizione Estero.

Con i miei cinquant’anni passati ero il più giovane, ambiente rilassato, come in un vero e proprio salotto domenicale a fine pomeriggio. Alla fine, i miei sforzi erano stati ripagati, e inizio la conversazione punzecchiandoli: “Perché mai avete scelto un posto così introvabile?”

“Perché nel salone a fianco si teneva una festa di beneficienza in favore della comunità italiana. Gli italiani, oggi, sono passati tutti per di qui” mi spiega il signore che mi dà la scheda elettorale.

“E i 2 euro?”.

“Non ti preoccupare, noi non li raccogliamo” risponde con gentilezza.

Ho votato per la prima volta nella mia vita PD, l’ho fatto per delle Primarie, non delle Primarie qualunque. Sono venuto per votare Zingaretti. Ne ho sentito parlare bene, e mi sono detto che forse è la sola persona che possa attualmente far risorgere quella stagione straordinaria dell’Ulivo, quando la Sinistra per un certo tempo smise di litigare e confrontandosi su politiche e temi, ricompose idee e visioni differenti, offrì una visione di progresso alla cittadinanza e batté chi noi sappiamo.

La mattina seguente, la sorpresa. Aprendo il sito www.repubblica.it, leggo della vittoria di Zingaretti, e poi del suo primo passo: andare a Torino a sostenere il tunnel per l’alta capacità TAV Torino-Lione. Come, scusa?

Sono profondamente contrario a quest’opera che appartiene a un’altra epoca, serve a muovere le merci un poco più velocemente, ha costi esorbitanti ma benefici altrettanto rilevanti per le imprese costruttrici, e dispone di alternative infrastrutturali con un impatto ambientale e sociale nettamente inferiore per la Valle di Susa a costi contenuti. Della TAV, me ne sono occupato per anni durante il mio servizio alla Commissione Trasporti del Parlamento europeo. Come, scusa? Zingaretti abbraccia quello stesso “sviluppismo” che sta devastando le rive della laguna di Tunisi? Con una nonchalance da vero equilibrista, in nome del daje addosso! a qualsiasi cosa abbia detto o fatto l’incubo freudiano del PD: il M5S. Non una parola sul cambio di passo in materia di sviluppo, sulla sfida epocale del cambiamento climatico e della scomparsa della biodiversità del pianeta, l’unica vera risorsa economica duratura, o semplicemente sui rami secchi delle ferrovie italiane e i pendolari di Biella.

C’est le cadre de repos de chaque parti politique, le Ittār ar-Rāhaˮ mi spiegava Mehrez Drīssī, un ricercatore politico tunisino, proprio ieri, parlando dello stallo che attanaglia il suo Paese. Ho trovato l’espressione più che felice. Anche il PD ha il suo “quadro di riposo”, quello spazio del potere tranquillo che garantisce le minime condizioni di benessere elettorale, di intesa con i grandi capitali, e non questiona né il passato, né la visione, né l’identità della formazione.

Beh, se questo è il Socialismo dell’Avvenire, preferisco diventare direttamente un azionista della Impregilo… Stasera, per non pensarci, andrò al cineforum quindicinale organizzato dal Circolo PD locale insieme all’Istituto Dante Alighieri: film prima e cena dopo. Il film in cartellone è Frankenstein Junior. “Che cosa c’entra con la Festa della Donna?” mi chiederete voi, visto che siamo alla vigilia dell’8 marzo.

Tranquilli, è il quadro di riposo.

 

Tunisi, 7 marzo 2019.

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