Viviamo una guerra continua di rifacimento della realtà attraverso spudorate menzogne vecchie come l’umanità che purtroppo viaggiano veloci come la luce grazie alle tecnologie disponibili, e operazioni ideologiche di rimozione delle situazioni di sofferenza che ci interrogano. La menzogna è uno strumento di potere modernissimo, perché permette di legittimare anche la disumanità e l’ingiustizia pur in presenza di garanzie che tutelino le libertà fondamentali. Con la menzogna camuffata in fatto certo sarà più facile mandare al diavolo un nero, oppure liquidare come antiquato o sovversivo chi si oppone a qualcosa ritenuto ingiusto. Quasi ogni giorno, siamo sottoposti al passaggio di sciami di menzogne e rimozioni che si rincorrono mutuamente e distraggono le nostre menti. In questo gioco senza sosta di correnti alternate, perdiamo di vista il senso della misura, e con esso la capacità di discernere tra superfluo e necessario, oppure tra effimero e permanente.

Menzogne e rimozioni non sono purtroppo incidenti involontari. Sono sovente utilizzate con consapevolezza, perché in questo modo si possono ridurre le procedure democratiche a pratiche frettolose, e comprimere gli spazi della riflessione e del dubbio.

Mi vengono in mente un paio di cose di attualità a proposito:

  • lo slogan: “I porti restano chiusi”. Con esso si intende che le navi che prestano soccorso in mare non possono più attraccare nei porti italiani e fare scendere i migranti. È lo slogan che ha reso gloriosa la crociata anti-ONG del Ministro degli Interni italiano. Facile da comunicare, facile da credere, potente deflagratore di eccitazione politica! Ebbene, lo slogan non corrisponde a verità. Punto. Non sono infatti mai stati emessi decreti che chiudano i porti. Solo raffiche di Twitter. Il Ministro delle Infrastrutture Toninelli stesso ha confermato recentemente di non aver mai emanato alcun decreto del genere: “Perché non serve, non essendo alcun porto italiano interessato alle operazioni e non avendo il MRCC (Maritime Rescue Coordination Centre) italiano coordinato i soccorsi”[1]. Il Ministero dell’Interno può vietare lo sbarco di passeggeri, non però l’ingresso, né l’approdo di navi nei porti, competenza riservata dalla legge esclusivamente al Ministero dei Trasporti. Il Ministro degli interno ha fatto credere una cosa per un’altra. Lo sapevate questo? Temo di no, mentre il messaggio “Porti chiusi!” ha continuato a volare alto negli indici di gradimento pubblico.
  • l’ammonimento, anch’esso del dott. Salvini: “Ho cinque milioni di italiani poveri. Quando avrò sfamato loro, penserò agli altri”[2]. Uno statement simile, fedele alla linea “Prima gli italiani!”, è stato pura adrenalina per i sostenitori del sovranismo nostrano: quasi duemila Retweets e diecimila Likes! Cinque milioni di poveri, diceva. Il direttore di Avvenire ha indagato e ha rivelato che i 5 milioni e 58 mila indigenti assoluti certificati dall’Istat annoverano tra loro in realtà sia italiani di nascita che stranieri residenti. Questi ultimi, anzi, rappresentano più del 32% del totale, ovvero un terzo dei poverissimi presenti su suolo italiano, nonostante gli stranieri residenti in Italia non siano più dell’8,5% della popolazione complessiva[3]. Miscela di menzogna e rimozione allo stesso tempo, questo messaggio rappresenta la perfetta punta di lancia di un’operazione ideologica di smontaggio dei sommi valori costituzionali di solidarietà, giustizia e libertà.

Tra l’altro, chi utilizza slogan e ammonimenti di questo tipo non fa collegamenti di natura politica e non trae conclusioni razionali dall’analisi complessa della realtà. Pensiamo alla Siria. La Lega è alleato strategico della Russia illiberale di Putin e difensore disattento del regime dittatoriale di al-Asad. È stata la repressione violenta scatenata da quel regime a far fuggire almeno 5,6 milioni di persone all’estero, di cui almeno 1 milione in Europa, provocando su suolo europeo la peggiore crisi umanitaria degli ultimi decenni. Perché la Lega non parla di questo lato della medaglia nella sua narrazione nazionalistica? Non lo fa, anzi: il Ministro degli esteri Moavero si dice pronto a riaprire l’ambasciata italiana e Damasco come se nulla fosse, come se i crimini di guerra compiuti in questi anni su suolo siriano si possano semplicemente omettere, rimuovere, come se tutti possano rientrare a casa e le imprese italiane possano partecipare alla ricostruzione semplicemente seppellendo i morti e demolendo le celle di tortura e detenzione con i corpi dentro[4]. Ricordo di un attivista democratico siriano che, a chi gli aveva chiesto perché non tornasse in Siria ora che il regime ha ristabilito l’ordine, le ostilità sono cessate e il Paese può essere ricostruito, ha risposto: “Se Mussolini e i suoi alleati avessero vinto la Seconda Guerra Mondiale, Lei sarebbe tornato in Italia, la cui pacificazione e ricostruzione sarebbe stata affidata a colui che aveva portato il Paese in un disastroso conflitto?”. Noi invece, siamo pronti a fare questo passo, a metterci di nuovo in alleanze con regimi autoritari, illiberali, antidemocratici con la leggerezza con cui una squadra di calcio cambia i giocatori a mezza stagione. Questa leggerezza, questa insostenibile leggerezza si avvale di continue riscritture della realtà basate su menzogne, rimozioni, semplificazioni e rifacimenti linguistici, ed è pericolosissima, perché si mettono sul tavolo di gioco i valori fondanti la nostra società repubblicana come fossero pedine di scambio. Meno libertà, meno diritti, meno democrazia.

In cambio di cosa? Del Made in Italy, della bilancia commerciale, di un fantomatico allineamento ideologico à la “Dio, Patria, Famiglia”?

Questa semplificazione corrode tutti, inclusi molti settori del mondo politico, economico e sociale. Anche nei fatti meramente interni e di rilevanza regionale. Pensiamo alla vicenda della TAV. Assistiamo negli ultimi giorni a intense campagne che fanno della vicenda della galleria di alta velocità Torino – Lione un fatto di vita o morte del Paese intero. Qualcuno evoca un referendum del Nord, o addirittura a livello nazionale. La vicenda inizia già nei lontani anni ’90, ed io stesso me ne occupai dal Parlamento europeo in quell’epoca. Sono passati trent’anni e siamo ancora ai tunnel geognostici. Se le cose vanno a così a strattoni una ragione di dubitare della necessità di questa opera ci sarà, al di là degli slogan su quello che vuole il Nord. Veramente il nostro futuro dipende da una cosa tanto contestata, ritenuta da molti studiosi del settore inutile, sicuramente imposta sulle comunità valligiane attraversate, e dai grandi costi ambientali e sociali difficilmente quantificabili? Veramente portare mozzarelle fresche ogni mattina sulle tavole dei ristoranti parigini è una questione nazionale? La galleria servirebbe infatti innanzitutto al trasporto merci. Veramente sono queste le infrastrutture che porteranno a un rilancio dell’economia, oppure siamo accecati da litanie ripetute e mai rimesse in discussione? Il neo-ministro degli Esteri del Brasile ha dichiarato che il cambiamento climatico è un “complotto marxista”[5]. Se una tale affermazione ci scandalizza tanto, non dovremmo a maggior ragione scandalizzarci del fatto che neppure l’Italia abbia ancora preso sul serio la necessità di lanciare la transizione ecologica riformando radicalmente l’economia? Non è forse questa la verità che dovrebbe riempire le pagine dei giornali, smuovere i parlamentari, mettere davanti alle proprie responsabilità gli amministratori pubblici e interrogare profondamente il mondo imprenditoriale?

Se facciamo confusione tra superfluo e necessario, oppure tra effimero e permanente, sarà più facile per i sobillatori e i prepotenti mescolarsi tra le file e indebolire la coscienza civile, al punto da rendere tutto passabile, dall’offesa all’aggressione, dalla discriminazione alla rinuncia alle libertà fondamentali. Non ci dovremmo dunque stupire se prossimamente dovessimo entrare in una fase in cui ritorni anche la violenza politica. L’assassinio del sindaco di Danzica Pawel Adamowicz è un segnale. È avvenuto in un Paese dell’Unione europea interessato da anni da un crescente discorso nazionalistico e illiberale. Adamowicz era conosciuto per le sue politiche in favore dei diritti delle minoranze e dell’integrazione degli stranieri. Adamowicz è stato assassinato si dice da uno squilibrato solitario, ma il suo nome era però stato oggetto di campagne di minaccia da parte di formazioni di destra. La sua morte ha scatenato un rinnovato dibattito sul discorso d’odio[6], quello stesso che così intensamente sta penetrando anche nel nostro Paese.

Destabilizzante. Questo ininterrotto ricorso alle parole che confondono le idee pur di non mostrare le cose come sono è semplicemente destabilizzante. In America, il primo politico che ne ha fatto un uso sistematico e professionale è il presidente Trump, al punto che le sue uscite, provocazioni e proposizioni inquietanti ormai seminano dubbi e inquietudini anche tra le fila del partito che lo aveva candidato. Al punto che le istituzioni statunitensi percepiscono la loro democrazia come minacciata, ed aprono addirittura un’indagine di contro-informazione sul suo ruolo come “operatore” pagato dai Russi[7]. E lo fanno per difendere i principî su cui si è fondata l’America. In Italia, di fronti ai toni del discorso d’odio, l’uso della menzogna e gli accenti propagandistici che si stanno moltiplicando, dovremmo preoccuparci anche noi della salute e della difesa della nostra democrazia repubblicana. Un Mattarella non basta. Avessimo anche noi dei Servizi di Intelligence consapevoli dei rischi che fronteggia il nostro Paese, aprirebbero un’inchiesta.

È una battuta, ma non troppo.

Firenze, 15 gennaio 2019.

 

[1] Cfr. Nello Scavo, “Porti chiusi? Solo parole. «In realtà restano aperti»”, Avvenire, 8 gennaio 2019.

[2] Tweet di Matteo Salvini 8 gennaio 2019, ore 11.19.

[3] “La povertà e la miseria. Verità dei fatti, parole e scelte cattive” è il titolo dell’editoriale di Marco Tarquinio su Avvenire dell’8 gennaio scorso.

[4]   Cfr. Moavero: «Valutiamo riapertura ambasciata italiana in Siria»”, Repubblica, 11 gennaio 2019. Per chi ama le parole eccitate di chi non vede l’ora di fare affari nella ricostruzione, basta leggere questo articolo: Gian Micalessin, “L’Italia torna a Damasco: la rinascita della Siria un affare da 300 miliardi”, Il Giornale, 13 gennaio 2019.

[5] Cfr. Jonathan Watts, “Brazil’s new foreign minister believes climate change is a Marxist plot”, The Guardian, 15 novembre 2018.

[6] Cfr. “Niedergestochener Bürgermeister gestorben”, Die Zeit, 14 gennaio 2019.

[7] A.Goldman, M.Schmidt and N.Fandos “F.B.I. Opened Inquiry Into Whether Trump Was Secretly Working on Behalf of Russia”, New York Times, 11 gennaio 2018.

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