Prima di leggere questo scritto, avrete sicuramente già visto le immagini delle valli alpine devastate dal vento, migliaia di abeti e pini abbattuti da raffiche inusuali a 190 km orari. Tra i venticinque e i trentamila ettari di bosco in Veneto i cui alberi sono caduti come i bastoncini dello Shangai; il 40% della superficie boschiva bellunese compromessa. Nella stessa Val di Fiemme, in poche ore il vento ha abbattuto più alberi di quanti ne possano tagliare tutti i boscaioli del Trentino in tre anni. I tecnici dell’ufficio foreste della Provincia autonoma di Trento hanno calcolato che si tratta di un milione e mezzo di metri cubi di legname, mentre probabilmente il numero di piante abbattute supera questa cifra[1]. Cifre diverse in termini di ettari e volumi di piante interessate, ma che danno la misura della catastrofe. Le Dolomiti, le mie montagne preferite, sono state colpite da una mano assassina che le ha sfregiate passando il pugnale nel loro ventre. Ogni anno, ormai, dovremo sperimentare fenomeni naturali devastanti. L’anno scorso fu il caso di una siccità interminabile, che alimentò incendi spaventosi, come quelli nei boschi del Gran Sasso o della Valsusa. Ho il cuore spezzato, perché non vedo cambiamenti di rotta di fronte all’aggravarsi delle condizioni climatologiche dovute all’effetto-serra, che consisteranno in fenomeni avversi sempre più estremi.

Mentre un ottobre con temperature praticamente estive ci concedeva giornate meravigliose fino in alta quota, il report dell’IPCC (Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico) mandava al mondo l’ennesimo grave allarme, dicendoci che i cambiamenti climatici stanno correndo più veloci di noi, e che abbiamo solo 12 anni per correre ai ripari, mantenere il riscaldamento globale ad un massimo di 1,5 gradi, ed evitare catastrofi sempre più frequenti, quali inondazioni e siccità. I venti di questi giorni ne sono l’espressione. La differenza di pressione al suolo viene colmata dai venti, che spirano da zone di alta pressione (dove l’aria più fredda e densa discende) a zone di bassa pressione (dove l’aria più calda e umida risale). Maggiore è la differenza di pressione, che dipende dalle temperature al suolo, maggiore è la forza del vento. La scomparsa delle stagioni intermedie con temperature miti accelererà fenomeni come quelli dei venti impetuosi. Il Mediterraneo è una regione ecologica unica, le cui specificità climatiche ed ecologiche possono essere ritrovate solo sul 2% della superficie terrestre. Il suo clima temperato, che ha addomesticato la calura africana e il freddo atlantico per millenni, dando vita ad una biodiversità straordinaria che include il 20% delle specie animali e vegetali e il 52% delle piante endemiche presenti sulla Terra, mentre il suo bacino marino, che rappresenta meno dell’1% della superficie marina globale, ospita fino al 15% della biodiversità marina planetaria, è oggi messo a rischio.

È passato quasi inosservato l’ultimo rapporto del WWF internazionale – Living Planet Report 2018 – che stima in un 60% la riduzione delle popolazioni animali sulla Terra tra il 1970 e il 2014! Allo stesso tempo, il tasso di estinzione delle specie animali è tra le 100 e le 1000 volte più alto che quello che si registrava prima che la “pressione umana” diventasse un fattore prominente. Questa pressione si misura attraverso quello che si definisce l’Ecological Footprint: l’impronta della specie umana che misura il consumo di risorse naturali. Negli ultimi cinquant’anni, questo indicatore è cresciuto del 190%! Se guardiamo all’Impronta ecologica delle persone su base nazionale, scopriamo che un cittadino italiano ha bisogno di 3,5 – 5,25 ettari globali pro capite (ettaro globale rappresenta la quantità annuale di produzione biologica, per l’uso umano e l’assimilazione dei rifiuti umani, per ettaro di terra e pesca biologicamente produttive; il valore medio per abitante del pianeta si attestava nel 2014 sugli 1,72 ettari globali). L’Italia è debitrice in termini di biocapacità (la capacità degli ecosistemi di rigenerare ciò che gli esseri umani richiedono da quelle superfici) per un valore pari al 358%! Non c’è futuro per l’umanità in un pianeta dove convivremmo solamente con ratti e gabbiani, tra paesaggi degradati e senza vita biologica.

Purtroppo, non abbiamo ancora sviluppato un’intelligenza collettiva sufficiente che ci porti consapevolmente a raddrizzare la rotta. Il meteorologo Luca Mercalli, che ho incontrato quest’estate in Valsusa, cercava di farci capire cosa significasse un aumento della temperature media di 1,5 gradi, comparando l’effetto-serra con il nostro organismo. La nostra temperatura corporea essendo di 37 gradi, è come se dovessimo abituarci a vivere con la febbre a 38,5 gradi: saremmo indisposti permanentemente, riusciremmo a lavorare con molta fatica. Ebbene, gli scienziati ci dicono che abbiamo dodici anni per limitare i danni assestandoci a quell’aumento di temperatura di 1,5 gradi. Oltre, le conseguenze per il pianeta sarebbero irreversibili. Ovvero, sempre utilizzando il paragone di Mercalli, con la febbre a 39 gradi in su saremmo completamente fuori gioco.

Tre giorni fa, mentre sorseggiavo un cappuccino in un bar con la televisione accesa, era metà mattinata, mi sono imbattuto in un demenziale salotto televisivo, fatto di domande inutili, gambe lunghe, futili confidenze e sottintesi incipriati; ho pensato che quella fosse ormai la cultura ordinaria della quale siamo imbevuti, e mi sono fatto prendere dalla depressione. La guerra di notizie, proclami e contrordini di questi giorni sul gasdotto trans-adriatico TAP, il tunnel della TAV in Valsusa o il sistema di comunicazioni satellitari militari americane MUOS nella Sughereta di Niscemi non hanno che rinforzato questo mio stato d’animo. Partiti conservatori, Centrosinistra, giornali di tiratura nazionale come Repubblica o La Stampa fanno il tifo per queste grandi opere. A cui si aggiungono opere quali la Gronda autostradale di Genova o la Superstrada pedemontana veneta, care ai rispettivi governatori Toti e Zaia. Ho letto ieri sul Corriere un’intervista a Luca Zaia, che mentre parlava degli effetti del maltempo sulla sua regione e della necessità di “mettere in sicurezza” il territorio, difendeva anche TAV e Pedemontana[2]. No, non vi è consapevolezza delle sfide del pianeta e della necessità di cambiare rotta allo sviluppo, per nulla. Scrive bene Monica Frassoni, co-presidente dei Verdi europei, quando dice: “C’è una contraddizione totale fra la decisione di considerare strategica e indispensabile la scelta di un gasdotto, la decisione di investire oltre 3 miliardi €  in un tunnel inutile nelle Alpi e l’obiettiva urgenza di attrezzare il nostro Paese e di riorientare il nostro sistema produttivo ai drammatici cambi che si preparano nel nostro modo di vivere e di guardare al tempo che fa fuori dalla finestra” [3]. Cambiare il modello di sviluppo è l’unico vero investimento necessario per l’economia, il lavoro e il pianeta. Smantellare strade, ripristinare linee ferroviarie, rinverdire i tetti degli immobili, rivoluzionare il sistema di produzione e distribuzione energetica, abbandonare le plastiche e i combustibili fossili, investire in ricerca e innovazione, recuperare saperi e tecnologie della riparazione dell’usato, lasciare posto alla natura, rinaturalizzare gli alvei dei fiumi, frenare il dissesto idrogeologico, piantare alberi e valorizzare la biodiversità naturale e agricola sono gli unici cantieri utili di cui ha bisogno il Paese. Il resto serve solo a mostrare i muscoli prima di salire sul patibolo. Francamente, vorrei misurare il grado di consapevolezza delle nostre responsabilità di nazioni e comunità umane non in base ai minuti necessari perché la mozzarella di bufala arrivi sui tavoli dei ristoranti di Parigi, o a quanti minuti possa risparmiare un autotrasportatore tra Vicenza e Treviso, o a quanto metano possiamo procacciarci per continuare a far funzionare le nostre caldaie a combustibile fossile. Se questo è quello a cui aspiriamo per aumentare il PIL, ci comportiamo  come la gioventù di Novi Sad, che – tra agosto e novembre del 1991 – durante l’assedio della vicina città di Vukovar da parte dell’Armata Popolare Jugoslava e delle forze paramilitari serbe, si rifugiò tra i salici lungo il Danubio e, pensando che prima o poi sarebbero crepati anche loro, si diede a pratiche orgiastiche[4]. Stiamo leggendo i tempi moderni con la faciloneria con cui i dinosauri pascolavano alla vigilia della loro estinzione; con una differenza: i dinosauri non avevano tutti gli strumenti per prevedere i rischi a cui andavano incontro.

Dodici anni, diceva il Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico. Quanto basta per almeno sei turni elettorali, tra amministrative, politiche ed europee. Dodici anni sono troppi, è un orizzonte troppo lungo per chi ambisce a vincere elezioni puntando sugli interessi immediati di specifiche categorie economiche, i vantaggi personali di specifiche fasce di reddito o le paure collettive.  Il collasso del pianeta non genera paure fintanto che un incendio o un alluvione non interessino la tua zona; sembra impossibile immaginare tanto, sembra fantascientifico, mentre la paura dell’Uomo nero, dell’immigrato clandestino ha un impatto prepotentemente superiore sull’immaginario collettivo, perché si tratta di persone in carne ed ossa e fa scattare l’idea di gruppi identitari contrapposti, in competizione, che si contendono un territorio, un lavoro, una fede. Di fronte alla crisi del pianeta, la Politica non è matura perché prima di tutto i cittadini, i potenziali lettori non si sono resi conto che il tempo sta per scadere. L’unica forza politica che lo dice apertamente, i Verdi, non ha presa, né consistenza nella nostra parte di Europa, anche se l’ecologia politica è l’unica vera scuola di pensiero ed azione che a mio modo di vedere ha un senso oggi come oggi. Gli altri, gesticolano: predicando bene e razzolando male (come il M5S), predicando male e razzolando peggio (come il PD), oppure semplicemente applicando la filosofia del “Me ne frego” (Lega e Destre varie). Un esempio? A metà ottobre, ho seguito i lavori della Leopolda 9 di Matteo Renzi. Tra sigle musicali e maxischermi, qualche relatore accennava timidamente alle sfide dello sviluppo sostenibile, anche se sovente in chiave di demonizzazione dell’avversario; tra di loro, figurava anche il buon Renzi. A tavola, si dava l’esempio: il buffet veniva servito in piatti di carta e le posate erano di plastica biodegradabile. Sappiamo, però, che il diavolo si nasconde nei dettagli. A fine buffet, sono uscito nel cortile ed ho visto il retroscena: tutti i rifiuti venivano gettati indistintamente in grandi sacchi. Un operatore del catering mi spiegava: “Di cosa si sorprende? Nessuno ha predisposto la Leopolda per la raccolta differenziata, quindi buttiamo via tutto insieme”. Ecco lo sviluppo sostenibile: proclamato sul palco, preso a calci nel retro dello stesso.

Qualcuno potrebbe dire: ci sono cose più importanti da difendere ora in Italia: la democrazia, il lavoro, i diritti.  Mi spiace dissentire. La crisi del pianeta, se non verrà affrontata seriamente, distruggerà la democrazia, moltiplicherà le disuguaglianze sociali e spingerà a reinterpretare i diritti fondamentali in privilegi per una minoranza. Il disordine climatico, le calamità “naturali”, le esternalità del sistema economico e la limitatezza delle risorse sfoceranno o in un “fascismo ecologico”, oppure in un capitalismo di rapina ancora più spregiudicato. Non vedere tutto questo, significa o essere stupidi, o fregarsene. Oppure non voler vedere. Lo scrittore portoghese Saramago, nel suo straordinario romanzo Saggio sulla cecità, ci ha già avvertito che la condizione della cecità si manifesta sovente proprio quando assistiamo alle cose, ovvero le vediamo, senza però capirne il significato: “Siamo […] ciechi che vedono. Ciechi che, pur vedendo, non vedono”[5].

Pisa, 3 novembre 2018.

Note:

[1] Beatrice Raso, “Maltempo Trentino, Dolomiti stravolte: milioni di alberi abbattuti dalla furia dei venti”, MeteoWeb; “Maltempo: strage di alberi nelle Dolomiti. Boschi distrutti dal vento a 190 km/h”, MountainBlog, 1 novembre 2018.

[2] Massimo Rebotti, “«Autonomia ai governatori per prevenire i disastri. La TAV? Non va fermata»”, Corriere della Sera, 2 novembre 2018.

[3] Monica Frassoni, “Tap e Tav non rilanceranno l’economia. E nemmeno l’opposizione”, Il Fatto Quotidiano, 31 ottobre 2018.

[4] Nel bellissimo libro sulla storia dell’Europa del XX secolo di Geert Mak (In Europe. Travels to the Twentieth Century, 2007, pag. 782).

[5] José Saramago, Ensayo sobre a cegueira, 1995 (pag. 276 della traduzione Feltrinelli).

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