A metà luglio, Andrej Babis, Il primo ministro della Repubblica Ceca, commentava la richiesta dell’Italia agli Stati dell’Unione europea di prendere alcuni dei 450 migranti in attesa al largo di Pozzallo, avendo le autorità italiane negato l’accesso al porto, nei termini seguenti: «È la strada verso l’inferno». Aveva aggiunto che il suo Paese non avrebbe preso nessun migrante e chiesto di attenersi al «principio di volontarietà» per il quale ci si era accordati al Consiglio europeo. Secondo alcuni quotidiani, il primo ministro avrebbe anche detto che misure simili «non fanno altro che motivare i trafficanti e aumentare le loro entrate», e aggiunto: «Dobbiamo aiutare i migranti nei Paesi dai quali vengono, al di fuori dei confini dell’Europa, per impedire loro di mettersi in viaggio»[1].

In quel braccio di ferro tra Italia ed Europa, Andrej Babis diceva cose che avevano un fondo di verità, forse a sua insaputa, e vi spiego il perché. Mentre il primo ministro faceva quelle dichiarazioni, mi trovavo in Senegal. Stavo visitando l’isola di Goré, situata di fronte al porto di Dakar, e da dove partivano le navi schiaviste dirette alle Americhe. Nella «Maison des esclaves», l’edificio simbolo della detenzione degli schiavi prima del loro imbarco, queste persone venivano ammassate in stanze piccolissime al piano terra, e i recalcitranti venivano malmenati e quindi rinchiusi in una cella bassa dove erano costretti a tenere la testa tra le gambe. Gli uomini portavano una palla di ferro al piede, e le donne più giovani venivano sovente recuperate dai mercanti europei per soddisfare i loro appetiti sessuali. Era molto facile. I mercanti vivevano infatti al piano superiore, godevano di tutti gli agi necessari, e bastava loro ordinare che quelle donne facessero un piano di scale. Gli schiavi erano considerati una mercanzia, al loro arrivo venivano pesati come qualsiasi altra derrata, ripartiti in stanze diverse a seconda del sesso e dell’età, e ingrassati a forza di leguminose se non ancora adeguati ai lavori. Le condizioni igieniche in quelle stanze erano molto precarie e gli schiavi erano costretti ad espletare i loro bisogni fisici dove dormivano.

Anche altri stabilimenti collocati sul mare dell’isola di Goré avevano la funzione di centri di detenzione degli schiavi. Nonostante Goré non fosse secondo molti storici il punto di concentramento principale della tratta negriera del Continente africano, l’isola è diventata un simbolo dell’epoca della schiavitù che ha arricchito Europa e Americhe. Per quello scoglio devono almeno essere transitati circa 15.000 schiavi tra il 1726 e il 1755, e un numero equivalente tra il 1761 e il 1848, anno nel quale venne abolita la schiavitù nei territori francesi. Tutti ne beneficiarono. L’isola era stata colonizzata dai portoghesi nel 1444, a cui seguirono nel corso dei secoli olandesi, inglesi e francesi.

Le tratte negriere hanno caratterizzato i rapporti tra Europa e Africa durante i secoli. Se il corridoio occidentale sviluppatosi a partire dal XV sec. d.C. aveva come destinazione finale principale le colonie situate nelle Americhe, il corridoio orientale, molto più antico, ha alimentato il mercato degli schiavi dell’Europa meridionale fin dal Medioevo, durante la presenza araba, e poi con i domini spagnoli, ed ha raggiunto anche la Russia via l’Impero ottomano[2].

Quando vediamo ora delle prostitute nigeriane sul bordo della strada, o dei ragazzi dalla pelle scura ricurvi sui campi di pomodori, non dimentichiamoci che le loro condizioni di vita attuali, fatte le dovute proporzioni, non sono forse così distanti da quelle di generazioni di giovani vittime delle tratte negriere.  E quando pensiamo al debito che i Paesi europei hanno contratto con l’Africa nei secoli attraverso il commercio degli schiavi e lo sfruttamento delle risorse naturali, non dovremmo far altro che ridere per i numeri insignificanti di migranti che arrivano sulle coste europee. Questi, ci chiedono inconsciamente di ripagare un debito storico colossale. Ancora oggi, resistono meccanismi di sudditanza economica palesi e contradditori. Vi do un esempio: la più grande catena commerciale presente in Senegal è quella dei supermercati Auchan, sui cui scaffali i prodotti francesi ed europei fanno la parte del leone. Prendiamo il latte: a parte quello in polvere di fabbricazione occidentale, l’unico latte che trovi nella Capitale è quello a lunga conservazione prodotto nelle Ardenne francesi (!)[3]. Mi sono informato presso alcune associazioni di promozione dello sviluppo locale, e pare che vi sia un solo produttore di latte in tutto il comprensorio di Dakar, che conta circa tre milioni di abitanti. È vero che la bevanda principale è il tè alla menta, non il caffè, ma il latte resta comunque un alimento importante in una società dove il 42% della popolazione ha meno di 15 anni[4]. Questo è solo un esempio, per indicarvi una tendenza, una regola: quella della sottomissione.

Nella sala della «Maison des esclaves» di Goré, dove sono raccolte foto e ricordi di visitatori importanti dell’isola, si legge una famosa frase di Martin Luther King, ripresa da Barack Obama: «Our lives begin to end the day we become silent about things that matter». Il numero dei visitatori eccellenti di questo luogo esposto verso l’Atlantico aperto è straordinario. Non noto tra loro, però, i nomi di quelli che governano oggi, in Europa come negli altri Paesi con un peso politico, economico e militare importante. Il Senegal ha una lunga tradizione di emigrazione verso l’Europa, inclusa l’Italia, e altri Paesi africani, ed il 5% della sua popolazione vive ormai all’estero. Le rimesse dei migranti rappresentano il 13,6% del PNB, e solo il 6% di chi parte rientra in patria, anche perché il ritorno è percepito come una sconfitta[5]. Per cambiare questo scenario, deve cambiare anche il modello di sviluppo, ovvero «aiutarli a casa loro» significa rivedere le politiche di aiuto allo sviluppo, del commercio internazionale, delle risorse energetiche. Siamo veramente in grado di assumere fino in fondo una tale sfida e di rinunciare al modello Auchan? I nostri governanti non mi paiono consapevoli di cosa significhi veramente «aiutarli a casa loro».  La tratta degli schiavi venne sconfitta grazie agli sforzi congiunti dei filosofi del Secolo dei lumi, dei movimenti abrogazionisti e delle rivolte degli schiavi che costarono la vita a migliaia di coloni[6]. Ci vorrà una congiunzione di fenomeni simili a ridimensionare la propaganda anti-migranti e le dottrine dell’invasione dei poveri e degli illegali.

Perché ho ripreso quell’espressione del primo ministro ceco, «la strada per l’inferno»? Perché nella «Maison des eclaves» vi è una porta stretta che accede direttamente al mare. Per essa, passavano uno a uno uomini, donne e bambini per essere imbarcati, destinati a essere venduti come schiavi nelle Americhe, se riuscivano a sopravvivere al viaggio. Questa porta viene chiamata la «Porta dell’inferno». Ora notate il paradosso? Il nostro governante europeo dice che vanno all’inferno se offriamo loro soccorso, se li sottraiamo ai pericoli del mare, perché così facendo alimentiamo la tratta dei migranti, mentre a Goré l’inferno era il destino di chi partiva sapendo di non tornare più, né vivo, né morto.

Le parole pesano più dei macigni, e il loro abuso prepara tristi scenari, perché temo che sarà più facile lasciare le scialuppe in balia delle onde e i fuggitivi in balia dei carcerieri libici piuttosto che «aiutarli a casa loro». La ragione è molto semplice. Per fare quest’ultima cosa, dovremmo innanzitutto risarcire l’Africa per i milioni di esseri umani venduti in Europa e nelle Americhe e per le risorse naturali sottratte a man bassa in Paesi che in alcuni casi portano addirittura il nome della mercanzia di cui venivano derubati, come la Costa d’Avorio o la Costa d’Oro (l’odierno Ghana). Dovessimo veramente saldare i nostri conti con la Storia[7], i costi economici e politici che dovremmo sostenere ci porterebbero a pensare che ad imboccare la strada per l’inferno potremmo essere ben presto noi cittadini d’Occidente, eredi e beneficiari delle vestigia coloniali passate. Allora, forse, sarebbe meglio fare buon viso a cattiva sorte, dimostrarci accoglienti a ospitali nei confronti dei migranti, e salvare le nostre casseforti da una giusta sentenza. Il silenzio, come potete ben capire, a volte può essere veramente d’oro.

Firenze, 5 agosto 2018.

 

Note

[1] Giorgia Baroncini, «Migranti, Repubblica Ceca accusa: “Approccio Italia è via per l’inferno”», Il Giornale, 15 luglio 2018.

[2] Cfr. «Traites négrières», Wikipedia. Secondo lo storico Olivier Pétré-Grenouilleau, ben 17 milioni di neri furono investiti da questa tratta tra il VII sec. d.C. e il 1920. Il corridoio occidentale avrebbe comportato invece la tratta di 10 – 12 milioni di schiavi (fonte: museo della «Maison des esclaves», Goré).

[3] Chez Auchan, devi altrimenti ricorrere al latte cagliato, quello sì di provenienza africana.

[4] Cfr. ANSD, Situation économique et sociale du Sénégal en 2015, gennaio 2018.

[5] Cfr. Flavia Bernardini, Senegal: bastion of democracy, migration priority for the EU, Parlamento europeo, febbraio 2018.

[6] Fonte: museo della «Maison des esclaves», Goré.

[7] Una buona sintesi di come l’Africa sia stata depauperata dall’Europa nel corso dei secoli si può leggere sul blog Immigré choisi: https://immigrechoisi.com/comment-l%E2%80%99afrique-fut-piegee-explication-historique-de-la-pauvrete-economique-somme-toute-relative-du-continent-africain/2168/; https://immigrechoisi.com/comment-afrique-fut-piegee-endettement-des-pays-africain/4344/

Una risposta a "La Porta per l’inferno"

  1. Preg.mo Gianluca,
    complimenti per i tuoi articoli sempre interessati, spero di incontrarti presto per un confronto su alcuni temi chei stanno a cuore.
    Cordiali saluti Domenico Mallardo

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