Finalmente il governo. Il governo del cambiamento. Con cinque donne su una ventina di ministri. Anche il governo Gentiloni ne aveva cinque, il governo Renzi ne aveva sei. Almeno da questo punto di vista, di cambiamento non è. Queste, però, sono quisquiglie. Quello che conta è che è nato un governo un poco di destra e un poco di sinistra, anzi né di destra, né di sinistra, ma un governo che prima di ogni Consiglio dei ministri si alzi in piedi per declamare: “Prima gli Italiani”. Bene. Peccato che nel 2017 il numero di acquisizioni di cittadinanza italiana abbia toccato un nuovo record. L’anno scorso, i nuovi cittadini hanno toccato quota 224mila e un terzo di loro ha meno di 15 anni[1]. L’Italia è di gran lunga al primo posto in Europa per numero di acquisizioni di cittadinanza, e la Lombardia del Carroccio è al primo posto in Italia sia per numero assoluto di nuovi cittadini, sia per aumento percentuale. Meglio così, vuol dire che la propaganda serve solo a vincere le elezioni, non a dividere la società. E così è stato per tutte le cose dette e il contrario delle stesse dal leader del M5S e dalle sue più gettonate Primedonne: prima il fango sulla Lega, poi il “governo politico”, prima la demolizione sistematica del Centrosinistra, poi la politica dei due forni, prima la richiesta di impeachement contro il Presidente della Repubblica, poi la ritrattazione, prima le grida contro il complotto dei Mercati e dei suoi servitori, poi il calcio nel sedere a Paolo Savona, prima le lusinghe al presidente-dittatore russo, poi la professione di fede europeista. E non è finita qui, il Trasformismo post-ideologico è diventato il modus cogitandi della politica di questo millennio. A questa si accompagna l’arte della guerra contro i deboli, capro espiatorio e moneta elettorale, e la promessa di ordine e autorità, con cui la Lega ha avvelenato gli studi televisivi e i mercati rionali. Siamo tutti avvertiti: al primo segnale di destabilizzante dissenso, verrà ripristinato l’Ordine repubblicano.

È nato il governo del cambiamento, in cui non sarà più importante che cosa cambierà e in che verso, quanto piuttosto il racconto che ne verrà fatto. Prendiamo questa vicenda dell’Europa cattiva, di questa maledetta Europa che ci tratta come servi del Capitalismo germanico. E in particolare parliamo del debito pubblico. Il contratto Lega-M5S dice: “L’azione del Governo sarà mirata a un programma di riduzione del debito pubblico non già per mezzo di interventi basati su tasse e austerità – politiche che si sono rivelate errate ad ottenere tale obiettivo – bensì per il tramite della crescita del PIL, da ottenersi con un rilancio sia della domanda interna dal lato degli investimenti ad alto moltiplicatore e politiche di sostegno del potere di acquisto delle famiglie, sia della domanda estera, creando condizioni favorevoli alle esportazioni. Al fine di consolidare la crescita e lo sviluppo del Paese, riteniamo prioritario indurre la Commissione europea allo scorporo degli investimenti pubblici produttivi dal deficit corrente in bilancio, come annunciato più volte dalla medesima Commissione, ma mai effettivamente e completamente applicato”[2]. Bellissimo. Quindi la questione del debito è una bazzecola, e se non l’abbiamo risolta ancora è perché la Commissione europea ci impedisce di  condurre una politica economica espansiva. Alla fine del 2017 la voragine accumulata dall’Italia era pari a 2.263.056 milioni €, ovvero il 131,8% del PIL. In altre parole, per ogni 100 € di valore aggiunto creato in Italia, se ne contano 131 di esposizione verso i creditori. La cosa interessante è che il debito italiano è per due terzi in mani nazionali, banche e Banca d’Italia, e per un terzo all’estero[3]. Il problema del debito è nostro e lo possiamo risolvere solo noi se siamo consapevoli del fatto non solo che rappresenti un ostacolo al benessere delle nostre famiglie e alla crescita delle nostre imprese, ma anche un macigno che sgretola il futuro dei nostri figli.

Nel caso comunque il governo del cambiamento non riuscisse nel suo intento di sgonfiare il debito e allo stesso tempo generare sviluppo, i malumori verranno sopiti dal grande regolatore sociale di cui l’alleanza si è dotata: l’espulsione dei migranti irregolari. E poiché la narrazione conta più dei risultati, basterà espellerne qualche migliaia per mantenere il consenso della classe media italiana impoverita da politiche economiche e fiscali fallimentari. “Ad oggi sarebbero circa 500 mila i migranti irregolari presenti sul nostro territorio e, pertanto, una seria ed efficace politica dei rimpatri risulta indifferibile e prioritaria” denuncia il contratto Lega-M5S[4]. Che, una volta effettuati i rimpatri, pensa di risolvere il problema esternalizzando la gestione delle domande di protezione internazionale nei Paesi di origine o di transito, “in strutture che garantiscano la piena tutela dei diritti umani”. Ma in che mondo vivono questi nostri legislatori? Non sanno che la gente scappa dalla miseria e dall’oppressione, e che la “piena tutela dei diritti umani” in quei Paesi è pressoché impossibile? Invece di proporre politiche di cooperazione internazionale basate sul rafforzamento delle istituzioni democratiche, dello stato di diritto e della tutela dei diritti umani, inclusi i diritti economici e sociali della popolazione, invece di proporre l’apertura di corridoi umanitari, invece di riconoscere e regolarizzare i flussi migratori al di là della questione dell’asilo attraverso la programmazione di ragionevoli quote di mobilità, il contratto di governo Lega-M5S parla di rendere trasparente il finanziamento dei fondi alla cooperazione (attualmente lo 0,27% del PIL, una dotazione miserabile[5]), di bloccare la vendita di armi ai Paesi in conflitto (ma la legge n. 185 del 1990 già lo vieta, solo che molti istituti di credito fanno da ponte, come la Banca Valsabbina, una popolare di terra leghista, divenuta uno dei più importanti istituti da cui passano le maggiori transazioni finanziarie legate all’esportazioni di armi[6]), e di prevenire e contrastare il terrorismo internazionale di matrice islamista. Come se tutto questo servisse a “fermare” i flussi.

Suvvia, non preoccupiamoci. Basterà seguire i lavori del Consiglio dei ministri in diretta Facebook  per sentirsi tranquilli. E se al governo del cambiamento dovesse venir impedito di governare, per colpa dei tedeschi, di Bruxelles, del trasformismo parlamentare o di qualche ministro caduto in disgrazia, basterà votare online per riconquistare la legittimità perduta. Naturalmente, si voterà “sì” o “no”, i “se” e i “come” non saranno contemplati.

È nato il governo del cambiamento. Un governo nel cui programma lo sport vale 681 parole, la cultura la sua metà (342) e la politica estera il suo terzo (279)! I suoi artefici, se non sono irriconoscenti, dovranno prima o poi ringraziare la piccolezza di un ex-partito come il PD, che durante questa trimestrale crisi di governo ne ha facilitato la formazione, comportandosi come un non-vedente alla guida di una corriera granturismo. Il governo del cambiamento ci farà sentire più italiani e meno europei, e quindi più felici. Festeggiate il 2 giugno, compleanno della Repubblica, mi raccomando! Qualcuno pensava di andare quel giorno a Roma con le forche, ed invece dovrà ora semplicemente sventolare dei Tricolori… Coraggio, festeggiate lo stesso: per le forche, c’è ancora tempo.

Novoli, 1 giugno 2018.

Note

[1] “2 giugno: Nel 2017 ancora record di acquisizioni di cittadinanza”, www.ismu.org, 31 maggio 2018.

[2] Contratto per il Governo del Cambiamento, pag. 17.

[3] Marco Zatterin, “Grandi bugie su un debito che fa paura”, La Stampa, 29 maggio 2018.

[4] Contratto per il Governo del Cambiamento, pag. 27.

[5] Andrea Carli, “Cooperazione allo sviluppo, dall’Italia 4,5 miliardi all’anno: obiettivo 0,5% del Pil”, Il Sole 24 Ore, 24 gennaio 2018.

[6] Carmine Gazzanni, “Vergogna made in Italy: vendiamo sempre più armi a regimi sanguinari (e ne andiamo fieri)”, Linkiesta, 1 maggio 2017.

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