Ospitiamo un contributo della mia amica Lisa Ariemma [*] su SabirFest 2017 e sul processo Sabir Maydan. Come figlia di emigrati italiani in Canada, Lisa legge la nostra contraddittoria relazione con la vicenda migratoria, costringendoci a pensare oltre le inquietudini del presente, ma forti della storia di mescolanze che ci caratterizza.

 

Attraverso la storia, lo Stretto di Messina è stato luogo d’incontro e di passaggio, dove due mari si uniscono: il Tirreno a ovest e lo Ionio a est, che a causa delle forti e complesse correnti fanno della navigazione una sfida. Sia Giasone e i suoi argonauti, sia Ulisse, sono sopravvissuti al passaggio – che è di tre chilometri nel punto più stretto – sfidando, con l’aiuto delle dee Teti e Circe, i mostri Cariddi, che si nascondeva sull’isola di Sicilia, e Scilla, appostata sul “continente”.

È appropriato, quindi, che una discussione sul futuro dell’Europa e del Mediterraneo si sia svolta lungo questa costa, a Reggio Calabria, come parte della 4ª edizione – dal 5 all’8 ottobre – di SabirMaydan, la componente più intellettuale di SabirFest, che si svolge a Messina, Catania e Reggio Calabria. Sabir era una lingua franca parlata lungo le coste del Mediterraneo mischiando francese, spagnolo, arabo, catalano, greco, turco e lingue della penisola italica come il veneziano e il siciliano. Maydan significa “spazio aperto” in diverse lingue, incluso il persiano. In effetti, i partecipanti al convegno rappresentavano una vasta gamma di Paesi: la Grecia, la Libia, la Croazia, l’Egitto, la Spagna e la Turchia, per citarne alcuni.

Quando consideriamo la domanda su quale sarà il futuro dell’Europa e del Mediterraneo, dobbiamo anche valutare se siamo all’altezza di far fronte alle numerose sfide socio-economiche, culturali e democratiche dei nostri tempi. Non possiamo parlare dell’Europa senza parlare del Mediterraneo poiché esso è una parte integrante del suo passato, del presente ed è inevitabilmente legato al suo futuro.

SabirMaydan quest’anno si è concentrato sull’accoglienza. All’interno del tema sono presenti concetti centrali quali la migrazione e la cittadinanza, che sono ineluttabilmente connessi tra loro. È indispensabile analizzare la natura delle “narrative” che accompagnano questi termini, e come queste possono formare la maniera nella quale vediamo e interpretiamo il nostro mondo, per poter capire come il Mediterraneo si rapporti con l’Europa. In questo caso, è stata adoperata la seguente definizione dal dizionario Oxford: “Una rappresentazione di una situazione o un processo in una tale maniera da riflettere o confermare una serie di obiettivi o valori nel loro complesso”.

Se consideriamo che l’autorità pubblica dipende fortemente dalla comunicazione per rendere legittimo il suo potere, il legame tra le narrative giornalistiche e istituzionali diventa importante, poiché entrambe tendono a formare la narrativa dominante che si perpetua nella società civile.

Io sono originaria di Toronto, Canada. La mia nazione ha affrontato una sua sfida quando nell’autunno 2015, il neo-eletto primo ministro Justin Trudeau ha promesso di mantenere l’impegno elettorale di accettare 50.000 profughi siriani nel giro di pochi mesi.

Quello stesso autunno, dopo l’attacco terroristico a Parigi, una moschea in una piccola città canadese chiamata Peterborough è stata incendiata. Tutta la comunità promosse una campagna su Facebook e raccolse in 48 ore i fondi per ricostruire la moschea. All’interno di questo contesto, l’impegno di accomodare un tale flusso di profughi siriani non era certamente senza le sue difficoltà.

A dicembre di quell’anno, l’amministratore delegato dell’Istituto canadese per la cittadinanza ha scritto un articolo pubblicato nel quotidiano canadese The Globe & Mail. In quell’articolo, ha definito l’abilità del Paese di essere all’altezza di affrontare quel flusso di profughi come una prova collettiva di cittadinanza, e ha riferito come i 250.000 immigranti che arrivano in Canada ogni anno non solo contribuiscono al tessuto culturale della nazione, ma aiutano a mantenere prospera l’economia canadese e a controbattere il declino delle nascite.

Infatti, si stima che entro il 2030, tutta la crescita demografica in Canada sarà dovuta all’immigrazione. Suona famigliare? Secondo un’edizione di luglio 2017 dell’Economist, le stime di Eurostat indicano che, entro il 2050, la crescita demografica senza l’aiuto della migrazione sarà solo possibile in Irlanda, Francia, Norvegia e Regno Unito, mentre la Germania e l’Italia, senza nuovi arrivati, si troveranno di fronte a un declino del 18 e del 16 per cento, rispettivamente.

Quindi, la situazione in Europa è abbastanza simile a quella canadese. Certamente, la storia del Canada è molto diversa da quella europea, tuttavia, mostra di essere un esperimento di buone pratiche quando si tratta di accomodare nuovi cittadini, e non credo ci possa fare del male a prendere in considerazione il modello canadese anche qui sul Vecchio Continente.

L’Europa si sta mostrando all’altezza della situazione? Io credo di no. Abbiamo fatto degli accordi con la Turchia e la Libia per poter bloccare migranti e profughi in quei Paesi, sottraendoci alla nostra responsabilità collettiva verso migliaia di esseri umani che fuggono da situazioni di vita e morte – probabilmente anche violando convenzioni internazionali – insieme a coloro che semplicemente sognano una vita piena di speranze; come gli oltre 57.000 italiani che attualmente lavorano nel Regno Unito.

La differenza è che, mentre gli italiani che guardano all’Europa in cerca di nuove opportunità hanno semplicemente bisogno di una carta d’identità, i loro coetanei della costa sud del Mediterraneo e oltre devono spesso rischiare la vita per attraversarlo. Infatti, la rotta mediterranea è la più pericolosa per i migranti a livello globale. Secondo il rapporto sull’andamento della migrazione 2015 dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM), i decessi registrati durante gli spostamenti nel Mediterraneo quell’anno sono state 3.777. Solo l’area del Sud-Est asiatico si avvicina a questi dati con 789 morti.

Il modo in cui affrontiamo le sfide della migrazione e ri-definiamo la cittadinanza in Europa è chiaramente decisivo per il futuro del continente e le nazioni che condividono le sponde del Mediterraneo. L’Unione Europea assicura la libertà di movimento dei suoi cittadini e un’apertura verso culture diverse. Tuttavia, la migrazione e il modo come la percepiamo sta influenzando anche la nostra libertà di movimento come cittadini dell’UE: mentre le mura si alzano per i migranti, i termini dell’Accordo di Schengen si sbriciolano.

Cronache recenti di quest’autunno possono essere collegate a diversi argomenti pertinenti: il referendum in Catalogna, l’attacco a Edmonton, Canada, e la devastante sparatoria a Las Vegas.

Anche se condotto illegalmente, il referendum in Catalogna è stato una specie di prova del nove di come le istituzioni rispondono al rifiuto dello status quo. Mentre solo poco più del 40 per cento della popolazione della Catalogna ha votato, più del 90 per cento di questi ha votato a favore dell’indipendenza dalla Spagna. Il governo spagnolo ha risposto con brutalità – le prime notizie parlavano di più di 800 feriti. Benché sia ancora poco chiaro cosa voglia dire per l’Europa, senza dubbio indica il livello di disagio istituzionale di fronte a una richiesta di cambiamento drammatica.

Ho seguito da vicino il recente attacco terroristico a Edmonton, durante il quale un poliziotto è stato pugnalato e quattro persone sono state ferite. Nella sua dichiarazione ufficiale, il primo ministro Trudeau ha affermato: “Non possiamo lasciare – e non lasceremo – che la violenza estrema prenda piede nelle nostre comunità. Sappiamo che la forza del Canada viene dalla nostra diversità e non saremo intimiditi da coloro che cercano di dividerci e promuovere la paura …” Nessun gruppo terroristico, zona del mondo o fede religiosa è stata additata. Il Premier dell’Alberta e il Sindaco di Edmonton hanno seguito l’esempio di Trudeau, come hanno fatto anche i giornalisti canadesi.

Durante il viaggio in pullman da Messina all’aeroporto Fontanarossa di Catania, ho viaggiato con un’italiana che lavora con Amnesty International in Tunisia. Abbiamo parlato un po’ del Canada e la risposta istituzionale all’attacco di Edmonton. Mi ha detto che lei e il suo compagno tunisino avevano le lacrime agli occhi nel vedere il sindaco di Edmonton insieme a un imam che parlavano della “nostra” comunità mussulmana dopo l’attacco. Non avevano mai visto una cosa del genere prima.

Nel frattempo a Ventimiglia, diventata un punto caldo per migranti e profughi che cercavano di andare dall’Italia alla Francia nel 2016, il giornale Libero riusciva a collegare la crisi umanitaria al terrorismo argomentando che “jihadisti stavano fomentando i richiedenti asilo mussulmani a ribellarsi contro la polizia”. Questo tipo di narrativa rende molto difficile raccogliere il consenso attorno all’idea di trasformare i migranti in cittadini.

Ma guardiamo agli Stati Uniti e consideriamo il decreto del Presidente Donald Trump dello scorso febbraio che vieta l’accesso a quel Paese a cittadini provenienti dall’Iran, l’Iraq, la Libia, la Somalia, il Sudan, la Siria e lo Yemen. Nelle sue dichiarazioni, Trump ha detto che chiedeva “un totale e completo fermo all’accesso di mussulmani negli Stati Uniti.”

Eppure, se guardiamo le statistiche raccolte dall’Huffington Post, il numero di morti connessi alla violenza causata da armi da fuoco private è molto più alto di quello dei morti causati dal terrorismo. La recente tragica sparatoria a Las Vegas – con 59 morti e più di 500 feriti – lo dimostra chiaramente. Con l’eccezione del 2001, il numero di americani uccisi da terroristi dall’11 Settembre 2001 non ha mai superato i 100 in un anno. Durante lo stesso periodo, il numero di americani uccisi da armi da fuoco private non è mai sceso sotto i 10.000 all’anno.

Lo stesso è valido se guardiamo alle statistiche globali sul terrorismo e consideriamo l’Europa in particolare. Secondo l’Indice globale sul terrorismo del 2016, i primi cinque Paesi colpiti dal terrorismo sono: l’Iraq, l’Afghanistan, la Nigeria, il Pakistan e la Siria. Il primo Paese europeo che appare sull’elenco è la Francia al rango 29. Gli Stati Uniti sono collocati al rango 36, mentre il Canada e l’Italia sono al 66 e 69 rispettivamente. Mentre questo non giustifica, né condona nessun atto di violenza, fornisce un’idea più chiara dei numeri veri dietro gli attacchi terroristici.

Nello stesso tempo, un’analisi a lungo termine del terrorismo in Europa, che considera il periodo dagli anni 1970 ai 1990, illustra che il fenomeno non è nuovo sul continente e ha prodotto più danni durante quel periodo che oggi. A marzo 2016, un articolo su La Stampa ha riportato elementi del Global Terrorism Database indicando che il numero di atti terroristici in quel periodo era sensibilmente più alto, e il numero di vittime, all’apice, fu quasi il doppio di quello degli anni peggiori successivi al 2001.

Queste lacune d’informazione si trasferiscono nelle statistiche sui migranti. Mentre il presidente della regione Lombardia Roberto Maroni lamentava “l’invasione” che si sta svolgendo, il Dossier immigrazione 2016 del Centro Studi e Ricerche IDOS indica che nel 2015 c’erano più italiani all’estero (5,5 milioni) che residenti stranieri in Italia (5.026.000). Per metterlo in prospettiva, nel 2016 l’Italia ha affrontato l’arrivo di 130.000 migranti, tanti dei quali sono destinati a essere ri-collocati in altri Paesi europei, mentre l’Uganda ne ha gestiti 750.000.

Inoltre, il rapporto 2015 sulle tendenze della migrazione globale dell’OIM ha notato che la maggior parte dei migranti irregolari che vivono in Europa sono “persone che si sono trattenute” con visti scaduti, ma che sono entrati in Europa regolarmente.

Come rientra tutto questo nel quadro della migrazione? Con l’accordo UE con la Turchia, la quale Amnesty International ha qualificato “luogo non sicuro per i profughi”, la rotta dei Balcani è stata effettivamente chiusa. Più recentemente, l’accordo con la Libia, ritenuto frutto di una politica che causerebbe “sofferenze orrende” da Amnesty International, ha, in effetti, bloccato la rotta mediterranea verso Malta e l’Italia dalla Libia, intrappolando migliaia di persone in condizioni di vita brutali.

Eppure, nel 2015 l’Europa ha accolto circa un milione di profughi, corrispondente allo 0,2 per cento della sua popolazione. Ciò nonostante, le iniziative di ri-collocamento dell’UE sono rimaste, a dir poco, un fallimento. Come parte del meccanismo di risposta all’emergenza dell’UE nel 2015, delle 60.000 persone da ri-collocare in Francia, Olanda, Germania, Polonia e Ungheria, 1.415 solamente erano stati sistemati a luglio 2016. A settembre di quest’anno, l’UE ha fatto un altro sforzo per ri-distribuire i profughi di Grecia e Italia nel resto dell’Europa: vedremo come andrà a finire nei prossimi mesi.

Come nota il rapporto dell’OIM, contrariamente a quanto spesso raccontato nei media, in tutte le regioni del mondo – con l’eccezione importante dell’Europa – le persone sono più a favore che contrarie alla migrazione. I residenti europei sono, in media, i più negativi verso l’immigrazione globale, quindi c’è del lavoro da fare per convincere gli europei che questi potenziali nuovi cittadini sono un vantaggio e non un danno. E una parte di questo impegno è cambiare le narrative, fornendo contro-informazione a quello che domina nelle istituzioni e nelle notizie.

Tra le sessioni del convegno, ho avuto l’occasione di visitare alcuni siti culturali: il Museo regionale interdisciplinare di Messina e il Museo nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria. La bellezza, il genio, la diversità estetica e la gamma d’innovazione dei dipinti, delle sculture, dei mosaici e dei relitti archeologici nei musei mi hanno confermato lo stato naturale del Mediterraneo come una culla multiculturale di civiltà: normanna, veneziana, romana, araba, germanica, greca. Inoltre, notevoli sono anche le influenze da culture meno conosciute. Storicamente, molto di questo mescolare era imposto. Ciò su cui un gruppo di cittadini mediterranei e altrove, incluso me stessa, sta lavorando oggi, è un ritorno a questo mescolare, ma per scelta.

Il museo di Reggio Calabria ospita anche i bronzi di Riace, due statue di dei guerrieri greci di 2.500 anni fa, recuperate sulle coste calabresi dal fondo del Mar Ionio 45 anni fa. Direi di aver provato una versione più lieve della Sindrome di Stendhal: un disturbo psicosomatico che causa forti reazioni nel vedere capolavori. Mentre giravo attorno ai guerrieri nudi e alti quasi due metri, all’improvviso e inspiegabilmente delle lacrime scorrevano sulle mie guance. Ripensando all’esperienza più tardi, credo che la mia reazione sia stata causata dalla combinazione della straordinaria bellezza dei bronzi con l’idea che qualcuno abbia creato un tale splendore due millenni e mezzo fa. Noi esseri umani siamo creature terribili, ma anche meraviglie della natura.

Nel 1941, mentre la brutalità umana della Seconda Guerra Mondiale era in piena furia, viene scritto da un gruppo di antifascisti in esilio il Manifesto di Ventotene, che richiede “un’Europa libera e unita”. L’ultimo giorno di SabirMaydan, mentre dozzine di persone scomparivano al largo della costa tunisina dove una barca piena di migranti si era scontrata con una nave, un pre-manifesto è stato presentato ad attivisti, partecipanti al convegno e al pubblico intitolato: “Verso un manifesto per la cittadinanza mediterranea”.

Sicuramente, come ha detto il filosofo ghanese-inglese Kwame Anthony Appiah nel suo libro sul cosmopolitismo, la coesistenza e il rispetto richiedono sia un riguardo universale sia il rispetto per differenze legittime. Questi fattori possono scontrarsi, ma forse questa è proprio la sfida per una coesistenza pacifica. Un nuovo tipo di conversazione deve iniziare in Europa e attraverso il Mediterraneo. Come possiamo farlo? Bene, questa è la nostra sfida come persone che credono in un futuro unito dal dialogo, dall’empatia e dalle radici comuni. Dobbiamo cambiare la narrativa per poter aprire porte piuttosto che costruire muri. Siamo noi che dobbiamo iniziare quella conversazione.

Qui le slide presentate e le fonti utilizzate in questo articolo

 

[*] Lisa Ariemma è una ricercatrice, scrittrice e attivista freelance. Abita a Meana di Susa, ma è originaria di Toronto, Canada. Fa parte del movimento No TAV.  È infine l’unica nordamericana nel gruppo SabirMaydan, che sta lavorando sul Manifesto per una cittadinanza mediterranea e per un Mediterraneo libero e unito.

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