Quanto sta succedendo in Catalogna non rimette solo in discussione il principio della indissolubilità dello Stato-Nazione, ma anche quello di autodeterminazione popolare. Di fronte ad un movimento che rivendica il diritto a votare sulla propria identità nazionale e sulla sua traduzione istituzionale, si è scatenata la reazione internazionale di tutte le cancellerie, dei partiti storici e di Bruxelles contro la convocazione di un referendum sull’indipendenza. Sembra quasi che i governi che contano e le grandi imprese si siano schierate massicciamente contro, probabilmente temendo che quanto succede ora in Catalogna possa riprodursi in altre regioni d’Europa. Non vi è stata una sola parola di riflessione su come questo possa essere capitato nella regione più aperta dello Stato spagnolo, quella più europea ed europeista, quella più mediterranea. Nella regione più dinamica e creativa, dove personaggi come Picasso o Gaudì hanno potuto nel secolo scorso rivoluzionare arti come la pittura o l’architettura, dove in questi ultimi decenni si sono sperimentate le forme di municipalismo democratico tra le più all’avanguardia d’Europa, a partire in primis dal governo della città di Barcellona. Personalmente, non sono nazionalista, e le battaglie contemporanee per l’indipendenza non mi appassionano per nulla. In Catalogna, non siamo di fronte all’iniziativa di un movimento di lotta per la liberazione dall’oppressore, la Catalogna già gode di prerogative di autonomia. Inoltre, non siamo neppure di fronte alla lotta di una regione depressa contro un regime vessatorio, anzi, la Catalogna è la comunità autonoma più ricca dello Stato spagnolo. Si potrebbe al contrario dire che la volontà degli indipendentisti è di sciogliere il vincolo di solidarietà che fa della Catalogna un contribuente netto alle politiche di coesione economica e sociale dello Stato spagnolo. Ovvero, che gli indipendentisti catalani si muovano come la Lega Nord dei primi anni.

Questa lettura, però, è parziale, e non tiene conto dell’aspirazione all’autodeterminazione che il popolo catalano porta con sé, in particolare dal franchismo in poi. Dobbiamo guardare alla realtà dei giorni nostri misurando il peso della Storia. La Spagna non ha mai fatto veramente pace con se stessa ammettendo i propri crimini, in particolare quelli in cui incorse il franchismo. La legge di amnistia dell’ottobre del  1977 secondo molti ha impedito che si indagassero i delitti più gravi del franchismo, incluso quelli di genocidio e contro l’umanità. Nemmeno il tentativo di aprire un processo da parte del giudice Baltasar Garzón sui 130.000 desaparecidos della dittatura ebbe buon esito[1]. È una ferita aperta che pesa sull’immaginario collettivo.

Il partido popular spagnolo ha dimostrato in molte occasioni di voler imporre le proprie politiche, con le buone maniere o se necessario manu militari; le sue modalità prepotenti hanno ereditato la presunzione di monopolio della verità che ha sovente alimentato il franchismo più militante. Durante il governo di José Maria Aznar, mi sono battuto a fianco di molti movimenti sociali dello Stato spagnolo contro la politica di esproprio delle risorse idriche e di cementificazione che il partido popular portava avanti in tutta il Paese, a svantaggio in particolare delle comunità dei Pirenei e della Catalogna (il travaso del fiume Ebro era il progetto più ambizioso e aggressivo di quel Plan Hidrológico Nacional Español).  In quegli anni, ho conosciuto l’autoritarismo utilitaristico camuffato in democrazia di quella classe dirigente, e posso capire un poco la volontà di riscatto di molti catalani. La storia non scivola via velocemente, lo spettro dei delitti non riconosciuti della dittatura stuzzica l’anima indipendentista della Catalogna, e le modalità presuntuose e aggressive della classe dirigente erede di quella stagione non facilitano le cose.

Se guardiamo a come si è organizzato il referendum del 1 ottobre 2017 sull’indipendenza catalana, non possiamo non rilevare come alcune condizioni di trasparenza, legalità ed imparzialità siano venute meno. Oltre al fatto che il referendum non sia stato riconosciuto dalle autorità dello Stato spagnolo, Tribunale costituzionale incluso, è stato riscontrato ad esempio come fosse possibile che uno stesso elettore si sia potuto recare alle urne più di una volta; o che alcune urne elettorali siano state trasportate dopo il voto senza sigilli di protezione; o che – poco prima di aprire i seggi – venisse ammesso il voto anche in circoscrizioni in cui non si era registrati. Tuttavia, tali vizi devono essere analizzati nel quadro di un corso storico più lungo, non tanto per giustificarli, quanto per capire il contesto nel quale si è svolto il referendum. Nel corso degli anni, si è tentato di delegittimare il diritto di autodeterminazione, e il punto critico è stato raggiunto nel 2010 con la dichiarazione di incostituzionalità da parte del Tribunale costituzionale del nuovo Statuto della Catalogna, dopo che questo era stato approvato prima dal Parlamento catalano e poi, una volta emendato, dalla Camera dei deputati spagnola (2005), e infine accettato dagli elettori catalani tramite referendum (2006). Il ricorso al Tribunale costituzionale venne presentato dallo stesso uomo che ora presiede il governo spagnolo, Mariano Rajoy. Tra gli argomenti utilizzati nel ricorso vi fu quello che la Catalogna non sia una nazione, e che dal punto di vista costituzionale non vi sia che la nazione spagnola a godere della titolarità di sovranità. Il Tribunale diede ragione al partido popular, dichiarando che la definizione della Catalogna come nazione non potesse avere efficacia giuridica. La cosa singolare fu che quello Statuto era stato approvato da tutti i gruppi politici catalani ad eccezione del solo partido popular. La mia opinione è che il dichiararsi una nazione non possa che competere a chi appartiene a quella comunità, almeno così dovrebbe essere in democrazia.

Detto questo, ha ragione il giornalista catalano Francesc-Marc  Álvaro quando scrive che non vi è altra via di uscita che il dialogo tra la Generalitat – il governo di Catalogna – e lo Stato spagnolo. Il dialogo, però, non fa purtroppo parte della storia politica della Spagna. Gaziel, un grande giornalista e scrittore catalano che sognava una Spagna plurale (Gaziel era il suo pseudonimo, il suo vero nome era Agustí Calvet Pascual), scrisse nel 1925: «Fino ad ora, ogni volta che in Castiglia ci si è posti il problema delle diversità della penisola [iberica], la  tendenza predominante è stata quella di trattarle utilizzando un metodo assolutamente anacronistico: quello dell’uniformità imperialista» [2]. Sono passati più di novant’anni, una guerra civile, una guerra mondiale ed una dittatura sono nel frattempo intercorse, ma quelle parole restano di attualità. Sono di ieri le dichiarazioni di Rafael Hernando, il portavoce del partido popular nella Camera dei deputati spagnola, che ha affermato che è in corso un colpo di stato e che i responsabili saranno presto arrestati [3]; o quelle di Pablo Casado, vice-segretario di comunicazione dello stesso partito, che ha suggerito di rendere illegali i partiti indipendentisti[4].

Non mi appassionano le cause nazionalistiche, ma che non mi si venga a dire che la Catalogna stia minacciando il progetto dell’Unione europea. È stato uno Stato-Nazione, un ex-impero come il Regno Unito, a voler recentemente svincolarsi dal costrutto europeo, sono altri Stati-Nazione come la Polonia o l’Ungheria ad aver calpestato con i piedi il principio di solidarietà europea nella vicenda dei rifugiati arrivati in Grecia o in Italia; nessuna nazione senza stato in questo continente rifiuta l’idea di un’Europa libera e unita. Se invece del dialogo si offrirà ai catalani ferro e fuoco, allora purtroppo scopriremo quello che molti temono: che la democrazia viene trattata come un orpello inutile quando si tratta di mantenere il controllo di un territorio a discapito della volontà di autodeterminazione dei suoi abitanti. E non dimentichiamo un dettaglio fondamentale che non è stato adeguatamente sottolineato. I promotori del referendum vogliono una repubblica, non vogliono più sottostare ad una monarchia, benché possa essere parlamentare come quella spagnola. Già immagino quante monarchie temano il peggio se dovesse venire dichiarata la repubblica di Catalogna.

Per capire lo spirito catalano, dovete ammirare le opere di Gaudì. Una delle più sorprendenti è la cripta della Colònia Güell, che anticipò l’impresa della Sagrada Familia. Un’opera di perfetta ingegneria, che utilizza materiali differenti, talvolta di scarto, si ispira alla complessità e alla diversità della Natura, mescola sacro e profano, e sorprende in quel suo continuo rompere gli schemi e inventare nuove forme. Gaudì è solidità, bellezza e inclusione allo stesso tempo. Anche l’attrazione per la repubblica ha molto a che vedere con queste caratteristiche, ed è per questo che è così radicata tra i catalani; e quando l’espressione della volontà popolare è minacciata, diventa irresistibile. Dobbiamo farcene una ragione.

Firenze, 13 ottobre 2017.

 

[1] Fonte: Wikipedia, Ley de Amnistía en España de 1977.

[2] Scritto nel giornale madrileno El Sol l’11 dicembre 1925, come ricorda Álvaro in «No hay salida sin diálogo», La Vanguardia, 12 ottobre 2017.

[3] «El PP advierte de que “se están contemplando todo tipo de medidas” frente al independentismo», El País; «Hernando no descarta detenciones por haberse producido “un golpe de Estado”», La Vanguardia, 13 ottobre 2017.

[4] «Casado lanza la idea de que se ilegalice a los partidos independentistas», La Vanguardia, 13 ottobre 2017.

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