Ero stato a Rimini il 23 e 24 settembre 1989, ero un poco più giovane di oggi, lo ammetto. Si celebrava la IX assemblea nazionale della Federazione delle Liste Verdi. I Verdi erano già entrati nel Parlamento italiano nel 1987, e nella primavera del 1989 in quello europeo. Era un periodo euforico. Una forza progressista che pretendeva di schierarsi aldilà dei blocchi ideologico-politici che avevano dominato tradizionalmente la politica italiana. Ci dicevamo “né di Destra, né di Sinistra”, ma portavamo avanti istanze certamente progressiste, che attaccavano i fondamenti di un sistema mercantilistico che avrebbe portato alla crisi ecologica, alla precarietà sociale e ai conflitti militari che conosciamo oggi. In quell’epoca, tra i Verdi si predicavano regole dell’agire politico che rompevano con la partitocrazia: la rotazione a metà mandato degli eletti, la limitazione del numero dei mandati e la pari rappresentanza dei sessi, dunque un rifiuto radicale della professionalizzazione della politica, e piuttosto la valorizzazione della squadra, del collettivo politico. Sui manifesti elettorali che affiggevamo ad ogni tornata di voto apparivano idee, pensieri, mai facce, né presunti leaders. I Verdi si dicevano trasversali, e non pensavano neppure di costituire un blocco politico permanente che si insediasse in modo stabile nel panorama dei partiti, piuttosto un corpo elastico, a cavallo tra istituzioni e società civile.

Vi scrivo di ritorno da Rimini, esattamente 28 anni più tardi, da un’altra assemblea, Italia 5 Stelle, in cui il movimento fondato da Beppe Grillo ha dichiarato le sue intenzioni di conquistare il governo del Paese. C’erano molti volti simili a quelle che si sarebbero potute incontrare nel movimento verde. Alcuni attivisti gridavano: “Onestà!”. Luigi di Maio, candidato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, difendeva la regola dei due mandati per tutti gli eletti del M5S. Si ascoltavano ancora dichiarazioni quali: “Non siamo né di Destra, né di Sinistra”; la senatrice Paola Taverna definiva il M5S come il partito del buonsenso. Entusiasmo, e dibattiti che continuavano nei diversi padiglioni, in cui i “portavoce” (gli eletti in parlamento), sindaci o consiglieri delle amministrazioni regionali si alternavano nel presentare e discutere il programma del M5S o le iniziative portate avanti o programmate per rispondere alle sfide di governo, allargando lo spazio della partecipazione democratica.

Lo spirito del sentirsi diversi e del piazzarsi oltre le speculazioni elettorali per costruire un futuro migliore per il Paese e il pianeta, che caratterizzava la prima onda ecologista, è profondamente presente nel movimento fondato da Beppe Grillo. Non è un caso che questi, quando faceva il comico, abbia appoggiato molte campagne ecologiste. Certo, in un improbabile confronto tra le due stagioni, tra le due Rimini, dobbiamo evidenziare differenze importanti. Innanzitutto nei numeri. Dopo le elezioni europee del 1989, i Verdi erano la quarta forza politica del Paese, anche se con due anime che si uniranno l’anno seguente (Sole che ride e Verdi arcobaleno). Il M5S è invece davanti a tutti nei sondaggi. I numeri influenzano anche il discorso politico, per cui i Verdi difendevano la trasversalità, incarnavano la missione di trasformare il modello di sviluppo agendo su tutte le anime dello schieramento politico, dunque un ruolo di trasformazione della Politica dall’interno. Il M5S si vuole invece egemonico, si contrappone a tutti e rivendica una differenza nella pratica politica che ne legittima la vocazione ad essere sopra di tutti.

Certamente sono successe tante cose, e lo stile burlesco ed aggressivo del fondatore Grillo ha contribuito a spingere verso questa radicalità nella contrapposizione perché il sistema politico nel suo complesso è ritenuto marcio. Non è la mela che è marcia, ma l’albero, si ripete tra i grillini. È difficile non dar ragione al M5S di questo desolante panorama, ma vi è un elemento nello stile e nella modalità del fare politica che mi preoccupa e che il movimento dovrebbe mettere in discussione per crescere e maturare.

Una donna, che partecipa per la prima volta a Italia 5 Stelle, mi dice sotto l’ultimo sole settembrino: “Non condivido la cultura dell’opposizione a tutti gli altri, né dell’offesa a chi non sta con te. Dobbiamo educare alla consapevolezza, senza offendere”. Secondo lei, il punto era il “come” si fa politica, più che il “cosa” si fa in politica. E c’è molto di vero in questa riflessione. La proposta del “come” fa la differenza, soprattutto in uno Stato relativamente giovane come il nostro, in cui la coscienza civica è debole e il senso della responsabilità collettiva e nazionale sovente ancora deriso. Vi è nella narrativa del M5S un “noi” e un “loro”: o noi o loro, perché quello che fanno loro è sempre sbagliato, quello che è stato fatto in questi ultimi decenni è sbagliato, e la responsabilità è dei partiti o delle istituzioni. Basta leggere i post che vengono pubblicati sul sito del M5S. Questa è la linea prevalente del “come” nelle piazze come sul blog. È vero che a Italia 5 Stelle, durante le sessioni tematiche, quando i “portavoce” raccontano la pratica parlamentare, si registrano altre modalità. Ovvero che alcune iniziative politiche siano state appoggiate da altre formazioni politiche, o che certi contenuti portati dal M5S siano stati acquisiti da altre formazioni politiche. La questione del “noi” o “loro” domina però la narrativa diffusa tra eletti e militanti. Così come si è diffusa una tonalità espressiva da Boulevard magazine, con proclami gridati, titoli forti e condanne irreversibili.

Certo, tale tonalità ha fatto parte anche della cultura del dissenso e della lotta di classe delle forze politiche e sindacali di Sinistra. La via della denuncia gridata in stile pentastellato, però, sovente non prende di mira le diseguaglianze tra classi sociali, bensì nazioni e gruppi svantaggiati: “Europa colonia tedesca”, si legge sulla copertina della rivista pentastellata Copernico.

Riguardo al “cosa”, i contenuti sono importanti, coraggiosi e guardano lontano, hanno sostanzialmente una prospettiva progressista, di giustizia sociale, eguaglianza, trasparenza e sostenibilità ambientale. E chi non lo vuole vedere, non conosce bene il movimento. Tra le agorà che ho seguito, ho notato nel mio taccuino direttive del genere:

Multilateralismo e ripudio della guerra nelle relazioni internazionali; sanzionare gli stati membri dell’UE che non rispettano i principî europei sul commercio delle armi. Tagliare i fondi sulle grandi opere inutili e investire nella prevenzione del dissesto idrogeologico e nella protezione del patrimonio forestale; aggiornamento e completamento della cartografia geologica nazionale, oggi ferma agli anni ’80. Riduzione delle sovvenzioni ai combustibili fossili e incentivi in favore del riuso dei materiali di scarto; ri-pubblicizzazione dei servizi idrici e chiusura del ciclo di gestione idrica da prelievo e potabilizzazione a depurazione. Controllo da parte dello Stato della Banca d’Italia e tutela dei risparmiatori in caso di crisi fallimentare di un istituto di credito. Introduzione di canali di immigrazione legale e condivisione degli oneri di accoglienza a livello europeo, attraverso sanzioni agli stati membri che non rispettano gli impegni e la rinegoziazione del Regolamento di Dublino. Chiusura dei Centri di accoglienza richiedenti asilo e dei Centri di accoglienza straordinaria, in cui si annidano gli interessi speculativi maggiori del business dell’immigrazione, e ampliamento del sistema di accoglienza diffusa SPRAR. Rafforzamento del capitolo di cooperazione allo sviluppo nei paesi terzi attraverso progetti di micro-sviluppo accessibili a tutta la popolazione. “Noi siamo contro chi affama, non contro chi ha fame” dichiara un attivista durante un agorà. “Non è vero che i migranti ci rubano il lavoro” aggiunge un’altra. Riduzione del debito pubblico nelle amministrazioni locali riducendo gli sprechi e non tagliando i servizi; semplificazione delle procedure amministrative (“È mai possibile che chi vuole mettere un pannello solare debba ottenere prima ben 26 timbri?” si chiede il candidato alla presidenza della Sicilia Giancarlo Cancelleri). Reddito di cittadinanza e riduzione dei privilegi di alcune categorie. Incremento e riqualificazione del personale dei centri per l’impiego e facilitazione alla creazione di impresa mettendo in rete chi cerca lavoro. Accesso ai servizi sanitari in tempi ragionevoli; sottrazione alla Politica della nomina dei direttori delle ASL. Nuovi strumenti di partecipazione popolare come i referendum propositivi senza quorum; principio del recall, ovvero la necessità di sottoporsi al voto del collegio elettorale per l’eletto che cambia di casacca durante la legislatura.

Il cambio di stile dei facenti politica introdotto dal movimento è innegabile e rivoluzionario. Pensiamo semplicemente alla riduzione dei costi della Politica. Con i 22m € ottenuti tagliando gli stipendi degli eletti M5S a Camera e Senato, sono state create imprese che hanno dato lavoro a 14.000 persone. Nessun partito ha mai osato fare tanto. Su questo, vi è un abisso tra il movimento e tutte le altre forze politiche, incluse quelle della Sinistra. Così come innegabile è stato il ruolo di argine giocato dal M5S nei confronti della crescita esponenziale dell’astensionismo nelle consultazioni elettorali, e dell’affermazione di forze populiste che raccolgono la frustrazione e i timori diffusi tra la gente, ma che si caratterizzano per una matrice radicalmente xenofoba come la Lega Nord. Se l’Italia non ha ancora un’Ultradestra incalzante, come quella che abbiamo visto affermarsi domenica scorsa alle elezioni politiche tedesche, è anche grazie al M5S.

Ritrovo però delle contraddizioni di fondo che non appartengono alla storia di impegno ecologista o pacifista di molti di noi, soprattutto in materia di politica estera e di solidarietà internazionale. Nelle sessioni di dibattito si difendeva il principio dell’autodeterminazione dei popoli, ma poi si attaccava la comunità internazionale quando interviene nelle vicende interne di repressione e violenza, Siria in primis. Alla domanda di un’attivista M5S su cosa fare del dittatore al-Asad (lei stessa lo qualificava tale), il deputato Manlio di Stefano rispondeva che devono decidere i Siriani e che non è giusta una politica in cui si sostituisce un dittatore con “un’altra forma di dittatura”. Peccato che il dittatore attuale sia ancora al governo grazie all’intervento di Russia e Iran, alla faccia dell’autodeterminazione dei popoli. In materia di diritti umani, il M5S sta facendo un eccellente lavoro di denuncia del legame tra commercio di armi e silenzio sulla repressione in certi paesi (ad es.: intervento armato saudita in Yemen), ma non assume o così non mi è parso dai dibattiti posizioni forti sulla difesa dei difensori dei diritti umani in tutti i paesi, inclusi quelli che non appartengono alla sfera di influenza europea o occidentale. Ricordo che, qualche mese fa, un consigliere del Gruppo verde al Parlamento europeo, durante uno scambio informale sulla situazione dei diritti umani con europarlamentari M5S, disse: “Ragazzi, perché restate in silenzio sulla repressione in paesi come la Russia? Sapete che se voi stessi foste attivisti politici in quel paese sareste ora in galera?”. Sulla solidarietà internazionale, invece, la caduta si è manifestata nelle esternazioni sull’operato delle ONGs nei salvataggi in mare. A Italia 5 Stelle circolava una cartolina colorata stampata dal gruppo M5S al Parlamento europeo che dichiara:  “Le ONG che operano nel Mar Mediterraneo sono trasparenti? La risposta è no”. Viene in un certo senso già emessa una sentenza popolare anche se la magistratura sta ancora indagando.

La mia valutazione è la seguente: troppe persone nel M5S non esprimono e non comunicano una cultura della solidarietà, e hanno utilizzato la vicenda migratoria per ritagliarsi un profilo di azione politica specifico sulla questione, anche al fine di conquistare nuove simpatie elettorali. Inoltre, vi è un’altra componente che è affascinata dai principî del “sovranismo” e della ri-nazionalizzazione di alcune politiche per difendere “gli interessi nazionali”, spinti da uno spirito patriottico che attribuisce ad altri paesi o nazioni le responsabilità delle crisi. Non tutti, però, la pensano così, e il confronto serrato tra di Maio e Fico non riguarda solo la governance del partito, ma anche le politiche del movimento su temi sensibili come l’immigrazione.

Quando mando un SMS a mia sorella da Italia 5 Stelle elogiando il fatto che questo movimento abbia portato a innovare il panorama asfittico della Politica italiana nelle visioni e nelle misure, lei mi risponde: “Non mi riconosco praticamente in nulla, e la maggior parte di loro sono incompetenti, senza spessore di idee e pensieri, di Destra”. Poi aggiunge: “La democrazia non consiste nel fatto che chiunque, con una manciata di voti su Internet, ci possa rappresentare ed entrare nelle istituzioni”.

Da qui la questione della democrazia interna, che deciderà l’essere di Sinistra o di Destra. Luigi di Maio è stato scelto come candidato premier ottenendo 30.936 voti su 37.442 voti espressi, ovvero l’82% dei consensi. I suoi avversari erano ridicolmente non competitivi. Se inoltre consideriamo che gli aventi diritto al voto online erano circa 140.000, sono in realtà andati a votare il 27% degli aventi diritto. Dunque, in realtà, una consultazione democratica falsata e non rappresentativa. Si può dire ciò che si vuole, che il vincitore fosse il migliore, che fosse l’unico candidato a raccogliere insieme le diverse anime del M5S, che gli esponenti più illustri del M5S si siano guardati prima in faccia ed abbiano deciso collettivamente chi dovesse concorrere a Palazzo Chigi, come è stato spiegato da alcuni esponenti a Italia 5 Stelle. Qualunque siano le buone ragioni a difesa di questa scelta, il problema è che la consultazione è stata una farsa. Alle primarie del PD del maggio scorso votarono 1.839.000 persone, e 266.054 furono gli iscritti al partito che parteciparono alla consultazione, ovvero circa il 60% degli iscritti; e questo mentre il PD, in base agli ultimi sondaggi, sta dietro il M5S! Trovo dunque assurdo che il partito di maggioranza relativa scelga il suo premier tramite l’espressione di voto di meno di quarantamila iscritti!

La questione della democrazia interna deciderà per il M5S se essere di Sinistra o di Destra, non  nel senso della collocazione formale in uno scenario partitico sempre più spurio e intercambiabile, bensì nel senso della difesa dei valori costituzionali di giustizia e coesione sociale, sviluppo umano, csolidarietà ed equità, perché senza democrazia partecipata e ragionata, il rischio di traghettare il M5S verso posizioni elettoralmente redditizie, ma anti-questo o anti-quello, più legate agli umori e alle paure diffuse nel popolo, è più alta. Così come alto è il rischio di autoreferenzialità. Il “come” di cui parlava quell’attivista che ho incontrato, se privo di dialettica interna, di confronto anche acceso sulle politiche da assumere, rischia di schiacciare il dibattito, alimentare l’autoreferenzialità e colpevolizzare il dissenso. Proteggere il dissenso, esercitare lo spirito critico, anch’esso è parte del patrimonio della Sinistra. Fare l’opposto, porta a Destra. E se il movimento va in questa direzione, sarà anche più facile cadere nella tentazione di venir meno alla propria specificità, rappresentata ad esempio dal limite dei due mandati e dalla rinuncia ai privilegi istituzionali.

Di Maio, nel suo discorso di investitura, dichiarava che si tratta di cambiare l’Italia, non il M5S, e difendeva a spada tratta il codice del limite di mandato. Anche i Verdi difendevano a spada tratta la rotazione di mandato e cose simili, e poi fecero l’opposto. Persero la loro specificità, persero dunque la loro credibilità. Negare che i 5 Stelle abbiano un problema di legittimazione democratica tra i propri militanti delle proprie scelte non fa bene né ai 5 Stelle, né a chi spera che releghino la partitocrazia agli annali della storia italiana, né all’Italia. Smettiamo di pensare di avere sempre ragione. La democrazia online non funziona e camuffa i cortocircuiti del dibattito democratico.  Se il M5S non mette seriamente mano al “come”, alla governance democratica del partito, rischia di perdere la credibilità che ha capitalizzato sinora e di neutralizzare il “cosa”, quei contenuti di riforma profonda in materia sociale, economica e ambientale di cui il Paese e l’Europa hanno bisogno, e che altre forze politiche non sono più capaci di incarnare.

Rimini, 25 settembre 2017.

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