Ci sono due fenomeni che hanno devastato anima e corpo dell’Italia quest’estate: da un lato la piaga degli incendi boschivi, d’altro lato il dilemma dei salvataggi in mare. Da un lato muoiono animali, piante e paesaggi, d’altro lato muoiono persone, mentre il Paese resta dilaniato da polemiche, accuse incrociate di responsabilità, provocazioni, nonché da malcelate indifferenza o disinteresse.

L’ultimo incendio a cui ho assistito da vicino è stato nella mia terra natale, il Garda. Sulle pareti scoscese della riva occidentale del lago, proprio di fronte alla veneta Malcesine, si era propagato un incendio verticale. Erano i primi di gennaio di quest’anno, un inverno senza neve aveva reso già più secchi i boschi di leccio e pino silvestre che crescono a strapiombo sul lago, e due Canadair ed un elicottero si alternavano nel ricaricare acqua del lago. In alcune ore, l’incendio venne circoscritto, ed ora basta alzare gli occhi per osservare la macchia rossastra che ha lasciato sulla montagna, rendendo la ferita immediatamente riconoscibile. Spegnerlo fu un gioco da ragazzi, se vogliamo: era inverno, le emergenze erano poche e sotto l’area vi era il bacino lacustre più grande d’Italia.
Sei mesi più tardi, in una settimana, tra l’8 e il 16 luglio sono andati in fumo 27.000 ha di terreno, ovvero più della metà di quanti ne bruciarono in tutto il 2016 (circa 48.000 ha). Siamo consapevoli di cosa significa questo? Dall’inizio dell’anno a metà luglio, di ettari ne sono bruciati più di 52.000 1. Il nostro Paese ha un patrimonio boschivo unico, che copre il 36% della superficie nazionale. Non solo un patrimonio inestimabile dal punto di vista ambientale e paesaggistico, ma anche una ricchezza per l’economia locale, un fattore di equilibrio per l’assetto idrogeologico, la stabilizzazione del clima e la lotta al surriscaldamento globale, e una riserva di biodiversità animale e vegetale. Ebbene, da trent’anni a questa parte, abbiamo già perso il 12% di boschi e foreste 2. È vero che dal punto di vista delle precipitazioni i dati riportano una deviazione dalla media di -48% per la primavera 2017, la terza più secca dal 1800, con l’estensione conseguente del rischio anche alle zone montane (pensiamo all’incendio che ha devastato i boschi del Gran Sasso ai primi di agosto). Questo, però, non fa altro che facilitare il gioco degli incendiari, piromani professionisti al soldo di interessi particolari, gruppi criminosi o menti malate. Sempre secondo Legambiente, nelle quattro regioni a tradizionale insediamento mafioso (Sicilia, Calabria, Campania, Puglia) si sono verificati il 58% dei roghi registrati nel 2016 3. All’uso intuitivo ed economico del fuoco nelle pratiche colturali, pastorali e di preparazione alla caccia da parte di una società rurale arcaica, si accompagnano le azioni di vendetta o ritorsione contro l’amministrazione pubblica, quelle per mantenere un sistema di emergenza antincendio pubblico oneroso e clientelare 4, per eliminare illegalmente i rifiuti, impedire il collaudo di opere abusive o eseguite non correttamente, o i conflitti tra privati e gruppi di interesse locali (nel settembre del 2015, assistetti a un incendio nei querceti sopra Badolato, località sita nella Calabria Jonica, appiccato secondo voci locali in seguito a una faida tra cacciatori). Per Legambiente 5,una parte significativa degli incendi boschivi è opera delle stesse mani illegali, e sarebbe stata sufficiente un’azione preventiva di vigilanza e controllo rafforzato in sole 10 province italiane per salvare più del 60% del patrimonio boschivo bruciato sinora quest’anno.

Ed invece si accumulano i ritardi da parte degli enti pubblici nell’adozione di piani e strumenti antincendio o nell’organizzazione degli stessi, a partire dalle Regioni con i Piani Antincendio Boschivo, che dovrebbero includere sia misure di lotta che di prevenzione, o nella classificazione delle aree percorse dal fuoco, responsabilità questa degli Enti locali, che dovrebbero realizzare e aggiornare costantemente il Catasto di quelle aree, al fine di predisporre vincoli di uso del suolo e impedire così speculazioni economiche sulle stesse 6. Naturalmente, i piromani dovrebbero essere severamente perseguiti, non solo per incendio doloso, ma anche per disastro ambientale, reato che prevede pene fino a 15 anni di reclusione 7. Distruggere ecosistemi e paesaggi è un crimine contro la collettività e la Terra, un furto alla Nazione di pezzi di patrimonio storico e culturale che fanno l’identità della stessa, e un attacco all’integrità ecosistemica, che in un contesto di surriscaldamento globale e perdita di biodiversità assume le proporzioni di gravità di un attacco terroristico nei confronti della popolazione o di impianti industriali.

Dulcis in fundo, l’abolizione del Corpo Forestale dello Stato da parte della riforma della Pubblica amministrazione del ministro Madia ha creato confusione e ridimensionato un patrimonio di conoscenze e professionalità al servizio dell’ambiente in Italia. E con il danno, la beffa: il Governo avrebbe dovuto emanare decreti importanti conseguenti all’assorbimento del Corpo Forestale dello Stato in altre amministrazioni, e la cui non emanazione ha contribuito al disordine organizzativo e operativo; sono inadempienti sia il ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, che quello degli Interni e quello dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare. Ad esso, secondo Legambiente, si aggiunge il fatto che il Corpo nazionale dei Vigili del Fuoco è carente di organici (3.314 unità per tutto il territorio nazionale!).
Secondo numerosi mezzi di informazione, le conseguenze della riforma Madia per i Forestali sono state: direttori operativi dequalificati, presidio sul territorio smantellato, complicazioni burocratiche interminabili e Regioni depotenziate 8.

In nome del principio di contenimento delle spese pubbliche, in nome dell’ideologia dell’austerity, abbiamo cancellato un corpo di servitori dello Stato per la tutela del patrimonio naturale. Abbiamo soppresso una parte di Stato per rispondere a criteri di presunta efficacia budgetaria mettendo a repentaglio natura e paesaggio, parte consustanziale del patrimonio pubblico, e dunque una parte della nostra identità nazionale. Tutto questo per sottostare a una dottrina di politica finanziaria legata alla visione neoliberale del rispetto senza condizioni dei vincoli di bilancio. Ed abbiamo svalorizzato risorse umane, intelligenze e competenze che contro ignoranza, indifferenza e ritardo culturale cercavano con il loro lavoro di spiegare perché proteggere la natura sia dovere civile e investimento culturale e economico per l’intera collettività.

Se mi permettete l’analogia, nella vicenda dei salvataggi in mare abbiamo assistito a un simile processo di decomposizione, con la lenta esposizione critica del lavoro di molte organizzazioni senza scopo di lucro, che ha incrinato la loro credibilità, messo in dubbio il valore civile del loro servizio, squalificato competenze ed esperienza di terreno ed aggravato la questione gestione dei flussi. Gli interrogativi che i mezzi di informazione e alcune forze politiche hanno contribuito a sollevare negli ultimi quattro mesi riguardavano meno quante persone venissero salvate, e più come mai le salvassero. Sono in combutta con gli scafisti? Sono pilotate da governi stranieri che vogliono mettere in difficoltà l’Italia? Hanno fatto accordi di interesse lucrativo con cooperative che gestiscono l’accoglienza nel Paese? Nascondono dietro una missione di solidarietà interessi materiali? Perché non si indaga su chi le paga e chi le influenza? Questo dibattito iniziato a fine primavera ha in poche settimane contribuito a rovesciare nella volgata popolar-nazionale un principio che credevamo acquisito nella coscienza civile del Paese: la solidarietà. Abbiamo assistito a un dibattito, che seppur velatamente, metteva in discussione l’art. 2 della Costituzione italiana («La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.»), che riconosce l’esistenza dei diritti naturali, di diritti, cioè, che appartengono per natura all’uomo e perciò precedono l’esistenza stessa dello Stato e di una determinata cittadinanza.

Mentre gli incendi iniziavano a imperversare e l’opinione pubblica era disattenta, è uscita una ricerca dettagliata che rende ragione del fatto che queste organizzazioni, con i loro salvataggi in mare, non hanno contribuito a moltiplicare il traffico illegale via mare, e che le accuse che vengono rivolte a queste organizzazioni si basano su analisi parziali e imprecisi collegamenti di causalità 9. Più precisamente, le accuse rivolte alle ONG sono:

(1) Le ONG operanti nei pressi delle acque territoriali libiche costituiscono un “fattore trainante” che porta più migranti a tentare l’attraversamento del mare.
Il rapporto dimostra che il numero maggiore di attraversamenti registrato nel 2016 non è stato il prodotto del presunto “fattore trainante” costituito dalle ONG, ma rappresenta la continuazione di una tendenza già iniziata indipendentemente dalla presenza delle stesse ONG. Questo aumento delle traversate (in particolare dei migranti provenienti dall’Africa centrale e occidentale) è il risultato di un peggioramento delle crisi economiche e politiche che hanno colpito diversi paesi e regioni in tutto il continente africano, inclusa la Libia.
(2) Le ONG aiutano seppur non intenzionalmente i criminali, spingendo i contrabbandieri a ricorrere a barche di qualità ancora più povera e a tattiche di attraversamento più pericolose.
La ricerca dimostra invece che le ONG hanno risposto a esistenti sistemi di tratta in continua evoluzione, incoraggiati da un lato dalle dinamiche endogene alla Libia, e rafforzate d’altro lato da EUNAVFOR MED, l’operazione anti-tratta dell’UE. Al centro del continuo degrado delle condizioni di attraversamento sin dal 2013 è stata la violenta e caotica situazione in Libia, che alla fine del 2015 ha portato all’affermazione di un nuovo e più pericoloso modello di tratta controllato da milizie. L’operazione EUNAVFOR MED, inoltre, ha avuto un impatto importante sulle tattiche dei contrabbandieri: vietando e distruggendo le imbarcazioni utilizzate da questi, le ha confinate alle acque territoriali libiche e ha contribuito al passaggio dall’uso di barche di legno a gommoni a buon mercato.
(3) Le ONG rendono l’attraversamento più pericoloso per i migranti nonostante le loro buone intenzioni.
Il rapporto contraddice questa affermazione e rivela il ruolo cruciale delle ONG nel soccorso marino. Se è vero che nel 2016, anno che ha visto il più alto numero di ONG di soccorso presenti in mare, abbiamo assistito a un numero record di decessi (4.576) e a un tasso di mortalità in mare in aumento rispetto all’anno precedente (da 1,83 a 2,46), un’analisi approfondita di tutto l’anno porta alla luce infatti una storia molto diversa. Il tasso di mortalità in mare dei migranti era aumentato all’inizio del 2016 prima che le navi delle ONG tornassero nel Mediterraneo centrale dopo la pausa invernale, è diminuito in parallelo al loro dispiegamento e si è rialzato solo quando la presenza delle ONG si è ridotta alla fine dell’autunno.

Dal titolo significativo di «Accusare i soccorritori», la ricerca vuole ridare dignità al principio di solidarietà, in un contesto nel quale si afferma subdolamente l’ipotesi moralmente dubbia che sarebbe sbagliato offrire ai migranti un’opportunità di lasciare situazioni estremamente difficili in Africa e attraversare il Mediterraneo. Chi invoca questo argomento implicitamente legittima l’uso della prospettiva della morte in mare come deterrente. «Gli attacchi contro le ONG dovrebbero essere letti in relazione a questo più ampio tentativo di criminalizzazione [della solidarietà], che non solo mette a rischio i diritti e la vita dei migranti, ma anche il diritto dei cittadini europei di essere solidali e la loro capacità di esercitare una sorveglianza civile alle frontiere europee» dichiara il rapporto 10. Criminalizzare la solidarietà permette di oscurare i fallimenti delle politiche europee nei confronti dell’Africa e in materia di immigrazione, di rafforzare la deterrenza nei confronti di chi vuole venire in Europa, e di giustificare l’esternalizzazione dei controlli di frontiera come unica soluzione alla crisi.

Ben hanno fatto alcune ONG a forzare una serrata negoziazione con le autorità italiane sul «Codice di condotta» per chi partecipa alle operazioni di ricerca e salvataggio. Questo «Codice» contiene solo tre punti su dieci che sono nuovi rispetto alla prassi seguita finora dalle organizzazioni umanitarie, ed è proprio su questi che si è aperto un dialogo serrato, che ha portato ad esempio una di loro, SOS Méditerranée, a firmare il «Codice» poco prima di Ferragosto, dopo aver ottenuto un protocollo chiarificatore che sostanzialmente tutela il diritto alla solidarietà nel pieno rispetto delle regolamentazioni nazionali ed internazionali 11. Bene hanno fatto anche quelle che hanno mantenuto delle riserve chiedendo di rivederlo ed ampliarlo, perché il «Codice non riafferma con sufficiente chiarezza la priorità del salvataggio in mare, non riconosce il ruolo di supplenza svolto dalle organizzazioni umanitarie e soprattutto non si propone di introdurre misure specifiche orientate in primo luogo a rafforzare il sistema di ricerca e soccorso» 12.

Vi sembrerà poco opportuno parlare di emergenze incendi e sbarchi e di tirare delle conclusioni ravvicinate valide per entrambi fenomeni, ma mi sento di dire che la sensazione che provo è che queste emergenze siano il risultato di un indebolimento del senso dello Stato e dei valori fondativi dei nostri ordinamenti democratici. Sono le stesse istituzioni che creano le condizioni perché un patrimonio inestimabile della collettività come natura e paesaggio venga saccheggiato perché ritenuto di poco valore, in nome del contenimento del ruolo dello Stato, attraverso continue inadempienze delle stesse amministrazioni, e a causa di riforme che penalizzano i pubblici servizi. Sono le stesse istituzioni che rimettono in discussione diritti inviolabili della persona, chiudendo frontiere e dando credito a forze politiche che esaltano discriminazione e non-umanità in nome della nazione, del benessere acquisito o del potere conquistato. A perdere sarà lo Stato e il suo patrimonio di intelligenze, saperi e valore di coloro che hanno creduto in e dato le migliori energie per ordinamenti repubblicani giusti, solidali e nonviolenti. A vincere sarà il disprezzo di tutto ciò che è collettivo, comune, in nome della difesa di privilegi economici e di feudi elettorali. A perdere sarà il senso civile e umano della convivenza. Stimo molto sia quei volontari che si buttano a capofitto tra le fiamme di un bosco per salvare il salvabile, sia quegli operatori che passano nottate in mare per sottrarre alla morte degli sconosciuti. Così come stimo vigili del fuoco, guardie forestali, capitani di porto e marinai che passano l’estate facendo un mestieraccio con profondo senso del dovere.

Personalmente, allo Stato ci credo ancora, e non dobbiamo provare vergogna se paghiamo per esso e per i suoi servizi. Il mio Stato è quello che ad esempio «tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». Il mio Stato è quello che dichiara che «lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica». Ed ho citato, per chi non se ne fosse accorto, due articoli per l’appunto della Costituzione italiana 13.

Malcesine, 19 agosto 2017.

Note

1 Fonte: European Forest Fire Information System (EFFIS); http://effis.jrc.ec.europa.eu. EFFIS registra gli incendi che hanno interessato aree di almeno 30 ha; questi rappresentano mediamente l’80% degli incendi, per cui a tali statistiche si dovrebbe sommare un altro 20%.

2 Fonte: Protezione Civile; http://www.protezionecivile.gov.it.

3 Legambiente, Ecomafia 2017, Roma, 3 luglio 2017.

4 Il giornale Il Mattino scrive ad esempio a proposito dell’incendio del Vesuvio: «Ma torniamo alle piste. Bonifiche, frange di disoccupati organizzati che fino a qualche mese fa bussavano (invano) alla porta della Regione per entrare – guarda caso – nella gestione degli incendi, ma anche una possibile strategia per colpire l’Ente parco del Vesuvio sulla sua campagna antiabusivismo edilizio. Facce della stessa realtà napoletana, lo stesso leit motiv: creare a tavolino emergenza in grado di risollevare la paralisi economica del territorio.» (Leandro Del Gaudio, «Emergenza senza fine: ecco chi sta incendiando la Campania», Il Mattino, 17 luglio 2017).

5 Legambiente, Dossier incendi 2017, Roma, 27 luglio 2017.

6 Come previsto dalla legge 353/2000 in materia di incendi boschivi, adottata anche al fine di neutralizzare la speculazione edilizia e gli appetiti delle imprese di rimboschimento sulle aree percorse dal fuoco (Gazzetta Ufficiale, n. 280 del 30 novembre 2000).

7  Delitto di incendio doloso: art. 423 bis del Codice penale; reato di disastro ambientale: art. 452 quater del Codice penale.

8 Vedasi ad esempio: Roberto Giovannini, «Nel Paese a rischio incendi, sette regioni senza mezzi aerei», La Stampa, 12 luglio 2017; Valerio Valentini, «Incendi, non solo elicotteri fermi: con “l’estinzione” della Forestale non c’è più neanche la prevenzione dei boschi», Il Fatto Quotidiano, 14 luglio 2017.

9 Charles Heller, Lorenzo Pezzani, Blaming the Rescuers, Goldsmiths College, Università di Londra, 9 giugno 2017.

10 Charles Heller, Lorenzo Pezzani, Ibidem, sezione «From toxic narrative to toxic effects».

11 «SOS MEDITERRANEE firma versione aggiornata del Codice di Condotta durante l’incontro di Roma», http://sosmediterranee.org, 11 agosto 2017.

12  «Codice di Condotta: perché MSF non ha firmato»,  ttp://www.medicisenzafrontiere.it, 31 luglio 2017.

13 Art. 9: «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». Art. 10: «L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge. Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici.»

 

 

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