Nel 2011, mentre i giovani egiziani inondavano piazza Tahrir al Cairo e i luoghi simbolici di molte altre città del Paese, il re saudita Abdullah bin Abdul-Aziz si trovò la protesta in casa, con migliaia di persone che chiedevano libertà e diritti per tutti nel Regno. Tutto era cominciato con un’immolazione a Samtah, il 23 gennaio (attenzione alla coincidenza di date rispetto alla rivoluzione egiziana, e alla coincidenza di modalità rispetto a quella tunisina). In quell’epoca, vivevo ad Alessandria d’Egitto. Ricordo ancora gli interventi del re saudita alla televisione e i grandi titoli sui giornali che annunciavano estesi aumenti salariali e indennità per tutti. La risposta all’ondata di proteste fu soprattutto di carattere economico.

I cittadini sauditi chiedevano cambiamenti politici ispirandosi alle rivolte che avrebbero rovesciato i dittatori della Tunisia e dell’Egitto, ma il re saudita, invece di rispondere alle richieste di una costituzione[1], di elezione di un parlamento[2] o della liberazione di prigionieri politici, nel febbraio 2011 annunciò un pacchetto di assistenza finanziaria di 35 miliardi di dollari per i disoccupati e per gli acquirenti della prima casa. In marzo, poi, il re annunciò un nuovo pacchetto di 96 miliardi di dollari per misure simili, oltre a creare 60.000 nuovi posti di lavoro nel settore della sicurezza[3].

I manifestanti ottennero alcune concessioni (elezioni municipali nel settembre del 2011, partecipazione delle donne alle elezioni municipali del 2015, e loro ingresso nell’Assemblea consultiva nel 2013, parziale conversione dell’arresto senza processo all’arresto con processo, licenziamento del decano dell’Università King Khalid), ma gli arresti e le detenzioni di carattere politico, oltre alle uccisioni da parte delle forze dell’ordine durante le manifestazioni, non sono cessate[4].

La mia prima reazione alla notizia dell’isolamento del Qatar da parte di Arabia saudita, EAU, Bahrain, Yemen e Egitto (a cui hanno immediatamente applaudito le Maldive, il generale Haftar, che contesta il governo di unità nazionale libico, e Israele), con l’accusa di fomentare il terrorismo internazionale, è stata di farmi una risata. Avevo nella testa le immagini televisive del re saudita che iniettava di soldi il Paese purché i suoi sudditi si calmassero.  E l’altra immagine è quella dei giocatori della Nazionale di calcio saudita, che poche ore dopo la misura anti-Qatar, durante la partita di qualificazione ai Mondiali 2018 contro l’Australia, si è rifiutata di rispettare il minuto di silenzio voluto dalla Nazionale australiana per onorare i connazionali vittime dell’attacco ISIS di Londra del 3 giugno scorso[5].

Il Qatar ha una costituzione, ratificata con referendum popolare nel 2003, ed un’Assemblea consultiva con poteri legislativi (anche se l’emiro deve poi ratificarle) che in base alla costituzione deve diventare elettiva[6]. Le donne hanno diritti politici, possono votare e candidarsi; è stato il primo paese del Gulf Cooperation Council a dare il diritto di voto alle donne (1999), quando in Arabia saudita le donne non possono ancora guidare, e il World Economic Forum, nel suo 2016 Global Gender Gap Report posiziona l’Arabia saudita al 141° posto su 144 paesi sulla parità di genere[7]. Non parliamo poi di diritti umani. Secondo il Freedom in the World Report, l’Arabia Saudita è tra i peggiori dodici paesi al mondo per diritti politici e libertà civili[8]. Secondo il Verisk Maplecroft Human Rights Risk Index, che misura il rischio per le imprese in 198 paesi esaminando ventisei parametri, tra cui i diritti civili e politici, la sicurezza umana e i diritti del lavoro, l’Arabia saudita è classificata tra i 27 paesi dove il rischio è estremo[9]. Non si tratta qui di identificare il peggiore della classe, ma è certo che coloro che attaccano il Qatar non hanno le credenziali per farlo.

Non ho le prove di tutto quanto sto per scrivere, ma come ricordava Radio France quando è stato annunciato l’isolamento del Qatar da parte di quei cinque paesi, non è forse l’Arabia saudita ad avere dato origine al wahabismo, per cui tutti coloro che non praticano l’Islam secondo le modalità da essi indicate sono pagani e nemici dell’Islam, e che respinge tutte le altre correnti dell’Islam che non seguano scrupolosamente e acriticamente i loro dogmi, biasimandole come eretiche? E non è forse il wahabismo la scuola  che ha ispirato Bin Laden e il movimento dei Talebani[10]? E 15 dei 19 membri del commando degli attacchi dell’11 settembre 2001, non avevano forse passaporto saudita? E ISIS, non è forse stata finanziata anche con capitali sauditi? Secondo un opinionista del New York Times, se la madre di ISIS fu l’invasione dell’Iraq, il padre è stato il complesso religioso-industriale saudita[11]. Nella sua lotta al terrore islamico, l’Occidente dichiara guerra a Daesh, ma stringe la mano al padre di Daesh. Questo meccanismo di diniego potrebbe avere conseguenze pericolose, perché la monarchia saudita sopravvive grazie a un’alleanza con il clero religioso che produce, legittima e promuove il wahabismo, la scuola che ha influenzato anche lo Stato islamico. Inoltre, la rete di finanziamento ai movimenti fondamentalisti è particolarmente diffusa. I finanziamenti privati al terrorismo sono un tema sensibile per tutte le monarchie del Golfo, poiché le attività di raccolta fondi privata per gruppi islamici radicali passano per molti canali, come ad esempio la comune e antica pratica di trasferimento informale di denaro tramite intermediari chiamata hawāla [12], la cui unica garanzia di pagamento è l’onore.  ISIS è innanzitutto un sistema ideologico e una cultura, non una banda armata, e se il clero e l’industria di propaganda e informazione che legittimano ISIS restano intatte, a che serve mandare aeroplani a Raqqa?

Allora, se questo è vero, perché i re del Golfo prendono di mira il Qatar invece di sfidare il clero che legittima la lotta armata in nome dell’Islam? Il Qatar è un paese emergente, guidato da un emiro illuminato e intelligente, che sta modernizzando il Paese e ha parzialmente aperto la porta ai valori della cultura liberale. Il Qatar ha dato ampia voce ai movimenti della Primavera araba, ed è stato accusato dai regimi di molti paesi arabi di interferire negli affari interni, seguendo le vicende degli insorti e sostenendoli. Il Qatar ha sostenuto gruppi di rivoluzionari siriani ed ha sempre dato voce ai movimenti dei Fratelli Musulmani, soprattutto durante la transizione democratica dei paesi interessati dalla Primavera araba. I Fratelli Musulmani accettano il gioco democratico e sono per riformare le società attraverso il governo del proprio paese. Con il ritorno della controrivoluzione, il Qatar e il suo canale informativo più conosciuto, Al-Jazeera,  sono stati dichiarati nemici. Guardate in faccia coloro che hanno imposto l’embargo sul Qatar, cos’hanno in comune? Sono tutti regimi autoritari, che disprezzano la democrazia, le libertà civili o l’autodeterminazione popolare. Altrimenti come si spiegherebbe l’adesione immediata dell’Egitto di al-Sisi e dell’Israele di Netanyahu? Oppure sono monarchie che temono gli esiti elettorali. La Giordania, ad esempio, ha degradato le relazioni diplomatiche con il Qatar e revocato la licenza ad Al-Jazeera il 6 giugno scorso, un giorno dopo  l’annuncio anti-Qatar dei cinque paesi. Personalmente, credo che l’Egitto, con la messa al bando dei Fratelli musulmani e gli arresti di massa contro tutti gli oppositori, abbia contribuito a destabilizzare la regione e ad alimentare la lotta armata molto più di quanto possa aver fatto un paese come il Qatar. Ogni tentativo di criminalizzare l’Islam politico che accetta il gioco democratico è destinato a perpetuare il fondamentalismo violento. Con questo, non voglio dare l’impressione di essere un sostenitore convinto del paese dell’emiro Tamim ben Hamad Al-Thani, non ho alcun interesse particolare per quel Paese, non ho appoggiato la tenuta dei Mondiali di calcio in Qatar nel 2022, non sono un seguace dei Fratelli Musulmani, ma spacciare per lotta al terrorismo un’operazione di potere di stampo autoritario, volta a reprimere chi ancora lascia spazio all’espressione del dissenso e alla dialettica politica nel mondo arabo orientale, è un atto particolarmente vigliacco. Il secondo obiettivo dei cinque paesi è quello di imbavagliare Al-Jazeera, che troppo si è spesa a fianco delle proteste sociali e delle voci critiche nei confronti dei regimi arabi e mediorientali. Ce ne saranno sicuramente altri di obiettivi – un messaggio indiretto all’Iran, un colpo basso all’industria qatariota e alla sua compagnia aerea in un mercato sempre più competitivo, un atto di cortesia per ingraziarsi quel cretinetti di Trump – ma gli spettri della libertà di pensiero e della relativizzazione del potere restano i fattori principali, a mio modesto avviso.

Forse, però, approfittando di questa diatriba mediorientale, dovremmo interrogarci su cosa sia il terrorismo e come combatterlo, anche alla luce dei numerosi attacchi avvenuti nelle ultime settimane in alcune città europee e asiatiche. La prima vittima del terrorismo di matrice religiosa è la comprensione tra i popoli e il dialogo tra le culture. Di fronte alla violenza gratuita, chi ha a cuore la comprensione tra popoli e culture deve condannare il terrorismo. Il primo dovere di ogni intellettuale è la denuncia e la solidarietà verso le vittime. Franco Cassano, nel suo intramontabile capolavoro Il pensiero meridiano, ci ricorda che questo è solo il primo dovere, ma non può essere l’unico. Dobbiamo lottare contro altre forme di integralismo, di cui anche la lotta armata di matrice islamica si alimenta. “Si può riflettere sul rapporto tra culture trascurando il condizionamento negativo che la cultura più forte esercita su quella più debole?” si chiede Cassano[13]. Perché l’altro integralismo, il nostro, si fonda sul dinamismo ininterrotto, sulla produzione illimitata, sul “terrorismo della contabilità” che corrisponde all’essenza della logica economica. Cassano lo chiama “l’integralismo della corsa”, l’imperativo dell’espansione illimitata, senza il cui declino è difficile che si riesca a favorire quello degli altri, e dunque anche quello del terrorismo di matrice religiosa. “Solo smascherando la repressione mimetizzata nell’integralismo freddo della competizione e nell’inquieta religione del possesso e del consumo il dialogo può tornare ad essere paritario, può evitare che una cultura sia obbligata a scegliere tra la rinunzia alla propria dignità e la demonizzazione dell’altro” spiega Cassano[14].

La forza di ISIS sta nella sua capacità di attrazione ideologica, valoriale, anti-occidentale, che attrae sia gli esclusi e i perdenti dell’Occidente che gli ultraconservatori e i puristi dell’Oriente. La battaglia contro il terrorismo si vince sul piano dei valori. Quando un paese come il Qatar dà fastidio perché riapre il dibattito su diritti e valori, e mette in discussione regimi autoritari e corrotti (e badate bene, il Qatar non è una democrazia liberale), contribuisce a mettere in dubbio il messaggio culturale del fondamentalismo islamico. E rende un servizio maggiore nella lotta al terrorismo che quello di mandare in giro aeroplani carichi di bombe.

Firenze, 9 giugno 2017.

 

[1] In Arabia saudita vi è una legge fondamentale, al cui articolo 1 si dice che il “Libro di Dio e la Sunna del Suo Profeta” sono la costituzione del Paese.

[2] L’Arabia saudita non ha un parlamento eletto, ma un’assemblea consultiva, I cui membri sono nominati dal re.

[3] Human Rights Watch, “Saudi Arabia: Arrests for Peaceful Protest on the Rise”, 27 marzo 2011.

[4] Si stima che le persone ammazzate durante le proteste siano circa una ventina. Fonte: Wikipedia, 2011–12 Saudi Arabian protests.

[5] Michael Safi, “Saudi Arabia footballers ignore minute’s silence for London attack’s victims”, The Guardian, 8 giugno 2017.

[6] Le elezioni per l’Assemblea consultiva sono state ahimè posticipate al 2019. Cfr. Shabina Khatri, “Legislative elections in Qatar postponed until at least 2019”, Doha News, 17 giugno 2016.

[7] Fonte: World Economic Forum, 2016. Il Qatar è al 119° posto, l’Egitto al 132° posto.

[8] Fonte: The Freedom House, 2016. L’Arabia saudita ottiene un indicatore aggregato di valore 10, il Qatar di valore 27, come l’Egitto (più l’indicatore è basso, meno libertà sono garantite).

[9] Fonte: Verisk Maplecroft, 2016. Per il Qatar, si parla invece di rischio alto, un gruppo questo che include 87 paesi. Anche l’Egitto sta tra i 27 paesi a rischio estremo.

[10] Karl Zéro, “Si j’étais… Tamim ben Hamad Al-Thani”, Radio France, 6 giugno 2017.

[11] Kamel Daoud, “Saudi Arabia, an ISIS That Has Made It”, New York Times, 20 novembre 2015.

[12] Cfr. Eleonora Ardemagni, “The Gulf monarchies’ complex fight against Daesh”, NATO Review, 2016.

[13] Pag. 66, Il pensiero meridiano, Laterza, 1996.

[14] Ibidem, pag. 75.

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