Avevo conosciuto Predrag Matvejević una decina di anni fa, a Napoli, durante un incontro della fondazione Anna Lindh. L’autore di Breviario mediterraneo era un personaggio leggero, eloquente narratore di episodi e faits divers, sorridente e ironico, mai offensivo, affabile dispensatore di complimenti per le signore. A tavola, raccontava di questa incredibile cultura del cibo che condividiamo tra Venezia, Beirut e Tangeri, credo di ricordare che dicesse che più di mille e trecento siano i tipi di pane sfornati attorno al Mediterraneo. Poi ci si sedeva, e i presenti – lui tra i primi – ascoltavano la canzone napoletana con diletto e attenzione. Matvejević è scomparso qualche giorno fa. Era nato a Mostar, da padre russo nato ad Odessa, in Ucraina, e madre di etnia croato-bosniaca; italiano di adozione, Matvejević era un vero figlio della contaminazione tra culture e lingue. Interrogandosi sulle possibilità di una «alternativa mediterranea» alla globalizzazione selvaggia, all’eurocentrismo e ai conflitti interetnici, e facendo appello al potenziale di rinnovamento che ha sempre caratterizzato lo spirito mediterraneo, aveva formulato un pensiero, quello della «identità del fare», un’identità da recuperare, ritrovare, rilanciare, prassi collettiva che dia forma a una società sempre nuova, trovando alimento in una possibile cultura inter-mediterranea, necessariamente fatta di più culture, che nella continua ricomposizione del quotidiano, nella pratica dello scambio e dell’arrangiamento di soluzioni a bisogni e conflitti cerca nuove maniere di contenere le società, e non di dividerla in gruppi, escludendo gli uni o gli altri[1].

Pochi giorni prima della scomparsa di Matvejević, il 27 gennaio u.s., il neo-presidente americano aveva fatto scandalo con l’editto che vietava per tre mesi l’accesso dei cittadini di sette paesi musulmani al territorio degli Stati Uniti d’America e la sospensione per quattro mesi del programma di ammissione di rifugiati[2], in attesa dell’introduzione di misure di ingresso più restrittive. Lo aveva fatto in nome della lotta al terrorismo, per difendere il popolo americano da potenziali intenzioni criminali che associava ad alcune nazionalità e ad una fede religiosa, mescolando dunque una sedicente predisposizione culturale al crimine da parte dell’Islam con l’instabilità e i conflitti che interessano alcuni paesi, tutti arabi a parte l’Iran e la Somalia (Iraq, Libia, Siria, Sudan, Yemen). Le prime cose che mi sono venute in mente quando l’editto è stato promulgato sono state le seguenti:

— se l’amministrazione americana avesse voluto colpire le reti del terrorismo islamico che potrebbero minacciare l’incolumità del popolo americano, avrebbe dovuto mettere al bando non sette, ma decine di nazionalità, colpendo tutti quei paesi dove l’Islam ha una diffusione importante e la tentazione della lotta armata da parte di alcuni ha un seguito. E questo bando avrebbe dovuto interessare i detentori di un passaporto di quei paesi, non solo i richiedenti asilo degli stessi. Pensiamo ai paesi del Maghreb, che hanno prodotto decine di terroristi che hanno operato in patria e in Europa; pensiamo ai paesi del golfo Persico, le cui articolazioni finanziarie si intersecano con certi gruppi armati, o ancora ad alcune repubbliche o regioni dell’ex-URSS, che hanno formato le nuove leve del jihadismo; pensiamo infine all’Europa stessa, dove agiscono giovani terroristi con passaporto francese, belga o britannico. Insomma, l’America avrebbe dovuto imporre un isolamento diplomatico su grande scala.

— con questo editto, si è voluto applicare il principio della «punizione collettiva» di interi popoli, come se essere vittima di conflitti interni, sfollamenti e fughe, avventure coloniali di organizzazioni armate di sedicente fede islamica, bombardamenti e repressione di Stato equiparasse quelle vittime ai loro assassini. Una tale premessa implica una definitiva delegittimazione delle aspirazioni democratiche di quei popoli – colpevoli di aver voluto mettere in questione i regimi dei loro paesi – e indebolisce le stesse vittime della radicalizzazione islamica, rifiutate dalla Patria delle libertà e dei diritti universali, l’America. Questa «punizione collettiva» riporta alla memoria le rappresaglie tedesche perpetrate durante la Seconda Guerra mondiale, quando si fucilavano in massa i civili delle località dove operavano dei partigiani, o la politica israeliana degli arresti a tappeto o della distruzione delle case di famigliari e vicini di giovani terroristi palestinesi durante la seconda Intifada e dopo.

— la mescolanza di messaggi subliminali («i musulmani sono pericolosi», «lottiamo contro la discriminazione dei cristiani nel mondo», «chi fugge dalle guerre si arrangi») con misure dall’impatto straordinario su istituzioni, giustizia, ordine pubblico e sistema di trasporti dimostra che la retorica prevale sull’amministrazione, la formazione di blocchi ideologici sulla soluzione di questioni complesse, e la semplificazione della realtà sull’analisi della stessa. Parafrasando Matvejević, potremmo dire che questa nuova filosofia politica si fonda su una «identità del disfare», dove  si moltiplicano sia le divisioni, siano esse esterne o  interne (avete visto le immagini delle proteste davanti agli aeroporti americani? Avete sentito parlare del dispaccio dei diplomatici statunitensi contro il Muslim Ban?[3]), che le fratture lungo presunte linee religiose, razziali o culturali attraverso il globo. Le divisioni in realtà rischiano di moltiplicarsi anche in funzione delle classi sociali – con l’annunciata abolizione ad esempio della riforma che nel 2010 ampliò l’accesso universale alla salute e estese la copertura pubblica dell’assistenza sanitaria (Obamacare) – e di fronte alla volontà di affidare la regolazione dell’economia alle grandi corporazioni economiche – volontà esplicitata dalla nomina a segretario per il commercio del miliardario Wilbur Ross, detto il «re delle bancarotte» – per aver rilevato attività in difficoltà e averle rese profittevoli tagliando i posti di lavoro e de-localizzando all’estero la produzione – o di quella a segretario di Stato di Rex Tillerson, fino a pochi giorni fa amministratore delegato della compagnia petrolifera ExxonMobil.

Se fossimo in una realtà virtuale, mi siederei nella Stanza Ovale, cambierei le regole del gioco, e invece di mettere al bando i cittadini di quei sette Paesi canaglia, adotterei una politica di limitazione della libertà di circolazione nei confronti di sette categorie:

a) coloro i cui beni e le cui remunerazioni superano in modo straordinario e ingiustificato quelle dei propri colleghi di lavoro;

b) coloro che predicano pubblicamente che il proprio dio è l’unico vero dio, e che in nome di questa verità fomentano la discordia e giustificano le chiamate alle armi;

c) coloro che rapinano la natura e avvelenano l’aria e l’acqua su larga scala, distruggendo gli ecosistemi, portando all’estinzione le specie animali e vegetali e facendo ammalare uomini e donne di cancro;

d) i profittatori della corruzione politica e economica, ma siccome sono tanti, solo i recidivi e coloro che grazie alla corruzione si sono fatti una proprietà immobiliare del valore di almeno trecentomila euro, il vitalizio del parlamentare, l’auto di lusso o la barca di alto bordo;

e) i produttori di armi, fino a quando provano di non condurre affari in nero e triangolazioni commerciali; se però mi stanno antipatici, i produttori di armi tout court;

f) i criminali di guerra, e coloro che li hanno mandato in prima linea;

g) e last but not least, i produttori di propaganda, notizie false e chiacchiericcio attorno alla politica, lo spettacolo, lo sport o i personaggi pubblici.

Naturalmente, tutto questo non è possibile; tuttavia, siccome scrivo sullo spazio virtuale per eccellenza che è Internet, mi concederete questa fantasia. Forse, l’ultima categoria vi apparirà la più innocente, eppure io credo che sia la più subdola, e gli effetti della cui azione siano i più insidiosi, perché neutralizzano il pensiero critico, addomesticano l’opinione pubblica e «disfano» la realtà, con le sue menzogne e i suoi incitamenti al crimine, come fosse un castello di sabbia in balia delle onde.  Secondo la giornalista francese Anne Dufourmantelle, l’intossicazione informativa è sempre esistita, così come la propaganda, ed è difficile dissentire su questo. La novità sta nel fatto che l’opinione pubblica è oggi diventata ormai insensibile alle rettifiche per amor di verità, ed i media perdono di influenza e utilità. Questo divorzio tra l’opinione pubblica ed i media viene da lontano, e non è la sola responsabilità degli apparati politici, bensì anche dei media stessi, percepiti dalla gente come gli «agenti» di tali apparati. I giocatori di post-verità alla Trump, alla Putin, e allo stile degli agitatori politici nostrani che si rifanno a loro, hanno vita facile in un contesto in cui i media sono delegittimati. I giocatori di post-verità fanno leva su un pubblico che «si attende da un politico che incarni il fantasma di cui ha bisogno ad un certo momento. Fantasma di sicurezza, di progresso, di rinnovamento, di ricchezza, tutto ciò che gli è più utile dell’onestà o della rettitudine» spiega la giornalista, aggiungendo che Trump è plebiscitario perché incarna il fantasma di cui i suoi sostenitori hanno bisogno. «Poiché questi non si aspettano da lui la verità, da buon opportunista, lui, non la offre»[4].

Pulsioni, disinibizioni, capricci, fantasie sono i nuovi motori di una identità sociale disposta a disfare la realtà, qualunque ne siano le conseguenze, perché le verità fattuali sono percepite come orpelli che ci appesantiscono l’esistenza. Di fronte a questa deriva, la stampa americana di qualità decide di fare meglio quello che ha sovente fatto: indagare la realtà, verificare e raccontare i fatti, denunciare i messaggi di natura propagandistica che non corrispondono ai fenomeni in corso. Il New York Times, ad esempio, ha annunciato che la sua priorità nel 2017 sarà la copertura informativa della presidenza Trump, rafforzando l’équipe di indagine e i servizi che trattano la fiscalità, l’immigrazione, l’istruzione e il cambiamento climatico, mentre al.Washington Post, attraverso la voce del co-capo redattore Cameron Barr, i suoi giornalisti fanno sapere di aver l’intenzione di continuare ad essere i cronisti rigorosi della nuova amministrazione americana, come lo furono con le precedenti[5]. E la nostra informazione? Sarà all’altezza di intralciare i piani dei disfattisti della realtà?

D’altro lato, sta invece ai politici offrire un immaginario politico ancorato ai principî fondamentali delle costituzioni europee nate dopo l’ultima guerra mondiale, rinunciare al cinismo e alla demagogia, ridurre il fossato tra ricchi e poveri frenando l’impoverimento delle classi popolari, tutelare l’accesso universale ai servizi essenziali, rendere trasparente la gestione delle risorse pubbliche, governare l’economia invece che lo facciano i grandi gruppi di interesse, smettere di dipingere stranieri e emarginati come capri espiatori della crisi di sistema che attraversiamo, e isolare i politici e gli amministratori che approfittano della propria posizione per ricavarne un beneficio personale. Quindi, per cortesia, basta disfare la nostra eredità repubblicana, basta giustificare l’aggressione, basta esaltare le soluzioni autoritarie e semplificatrici, basta fare propaganda. «Disfare» significa oggi abbandonare le nostre radici e ignorare la nostra storia, anzi riscriverla con conseguenze che ancora non possiamo prevedere e che rischiamo di sottovalutare. Vi invito a consultare il programma della candidata alle elezioni presidenziali francesi Marine Le Pen, presentato questa domenica 5 febbraio a Lione.  Uno dei punti riguarda la riscrittura della storia. Per rafforzare l’unità nazionale, il suo partito propone di promuovere il «romanzo della nazione», Cosa vuol dire? Presentare la nazione francese come il risultato di un passato glorioso, rinunciando ai ravvedimenti inutili sul proprio passato («renforcer l’unité de la nation par […] le refus des repentances d’Etat qui divisent»), nutrire l’immaginario collettivo nazionale ed esortare al patriottismo[6].

Rinunciare ai ravvedimenti? La cosa mi rende nervoso, e vi spiego il perché. Nel 1989 partecipai al pellegrinaggio da Parigi a Chartres organizzato dai tradizionalisti cattolici che dissentivano con le riforme apportate dal Concilio Vaticano II. Quell’anno, i tradizionalisti si divisero e ne tennero due di pellegrinaggi: il primo convocato dai Lefebvriani, i seguaci del vescovo ribelle Marcel Lefebvre, che iniziò a ordinare vescovi rompendo con il Vaticano; il secondo convocato dai tradizionalisti che decisero di restare sotto l’autorità del Papato, in cambio di alcune concessioni. Mi feci quei 110 km a piedi due volte nel giro di una settimana, per capire chi fossero costoro. Durante il secondo, mi invitarono a cenare sotto il grande tendone del clero e degli organizzatori. Numerosi erano i simpatizzanti del Front National di Jean-Marie Le Pen. Parlando di Europa, una delle organizzatrici prese la parola e acclamò: «Noi siamo per l’integrazione europea, ma non questa, bensì quella che era quasi riuscita quarant’anni fa, con Mussolini, Hitler e il maresciallo Pétain». Quello che governava da Vichy.

Questa è l’Europa che sognano, e che non dispiace alla leadership americana e russa. Se ci sta bene, continuiamo a fare finta che tutto vada bene. Se non ci sta bene, riprendiamoci l’eredità di persone come Matvejević e usciamo allo scoperto, pronti a tutto.

Parigi, 6 febbraio 2017.

 

[1] Vedasi anche Predrag Matvejević, «The Mediterranean and Europe», Quaderns de la Mediterrània, 10, 2008.

[2] Sospensione che resta in vigore sine die nel caso di richiedenti asilo siriani.

[3] A fine gennaio, più di mille funzionari del Dipartimento di Stato statunitense hanno inviato un dispaccio formale di dissenso alla Casa Bianca per denunciare il fatto che il Muslim Ban violerebbe i valori costituzionali e popolari dell’America e metterebbe a repentaglio sicurezza nazionale e alleanze politiche.

[4] A. Dufourmantelle, «Vérité contre propagande, l’éternelle question», Libération, 3 febbraio 2017.

[5] Fonte: dossier sulla stampa americana  nell’era Trump, pubblicato da Libération il 3 febbraio 2017, pag. 2-6.

[6] Fonte: «144 engagements présidentiels. Marine 2017», raccomandazione 97, http://www.frontnational.com.

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