L’Italia si è divisa in due per il referendum confermativo di riforma della Costituzione. Nei dibattiti si parla di tutto e del contrario di tutto, al punto che si paragona questo referendum a un turno elettorale politico, nel quale decidere se dare la fiducia alla maggioranza che governa il Paese, oppure se mandarla a casa. Più che un referendum costituzionale, è diventato un referendum sul governo. Alcuni media lo paragonano, dovesse vincere il «No», alla prossima grande virata populista contro le istituzioni, dopo la Brexit e l’elezione del signor Trump. Vedere nei salotti e nelle piazze la Lega Nord, Forza Italia e Fratelli d’Italia arringare il popolo contro la riforma costituzionale, in nome della democrazia e della sovranità popolare, mi fa venire il voltastomaco e interrogare seriamente sui rischi di una deriva destrorsa e post-fascista nel nostro Paese. Trovo pure irritante ascoltare i comizi e le invettive di altre forze politiche, come il Movimento 5 Stelle, che pur facendo un lavoro di denuncia e proposta politica molto importante, in questa fase pre-referendaria alza i toni, moltiplica le espressioni colorite e attacca qualsiasi misura presa dal governo come se non ne indovinasse neppure una, dipingendo uno scenario manicheo dell’ «O stai con me, o stai contro di me», e ricorrendo a siti sensazionalistici e propagandistici come Tzetze[1]. Nel mio Paese, non vorrei un governo che elogia il signor Trump, adora il signor Putin e sputa sul faticoso cammino di integrazione europea che il nostro continente ha percorso con fatica dal dopoguerra in poi. Solamente questa sarebbe, a mio modesto avviso, una buona ragione per votare «Sì» questa domenica 4 ottobre 2016.

Una parte importante della riforma, d’altronde, riguarda il superamento del bicameralismo paritario, che non è un male in sé, anzi si ispira ad altre forme di bicameralismo in vigore in Europa. Avere un senato che rappresenti le istituzioni territoriali e funga da raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica non è una cosa bizzarra. In Francia, il senato rappresenta le collettività territoriali, e i senatori sono eletti a suffragio universale indiretto da 150.000 grandi elettori. D’altro lato, il Bundesrat tedesco rappresenta i 16 stati della Repubblica tedesca; i suoi membri non sono eletti, né tramite voto popolare, né dai parlamenti dei 16 stati, bensì essi sono delegati dai governi degli stessi. A differenza del Senato francese, che condivide i poteri legislativi con l’Assemblée nationale,  i suoi poteri sono ridotti rispetto a quelli del Bundestag. In entrambi questi due paesi, tuttavia, la democrazia funziona. Ecco un’altra ragione per cui si potrebbe serenamente votare «Sì».

Inoltre, diverse sono state le riforme costituzionali nel corso della storia repubblicana di questo Paese. A parte l’approvazione o la modifica degli statuti delle Regioni ad autonomia speciale, e le leggi che hanno introdotto norme di rango costituzionale, ben quindici sono state le riforme che hanno modificato il testo originario della Costituzione[2]. L’ultima risale alla modifica dell’art. 81 della Costituzione che ha introdotto il principio del pareggio di bilancio. Fu in quell’epoca, stiamo parlando dell’autunno del 2011 – dopo che il Presidente del Consiglio Berlusconi aveva perso la maggioranza in Parlamento – il Governo Monti, un governo non uscito dalle urne, a accelerare tale riforma costituzionale proposta dal suo predecessore. I voti favorevoli al disegno di legge superarono i due terzi dei membri di entrambi i rami del Parlamento, non fu dunque necessario ricorrere ad un referendum confermativo. Quindi, oggi non siamo di fronte ad un atto eccezionale.

D’altro lato, però, i motivi di preoccupazione restano. Innanzitutto, per come la riforma è nata. Anche questa riforma, siamo al Governo Renzi, è stata promossa da una maggioranza non uscita dalle urne, sostituendo il «governo di larghe intese» di Enrico Letta, costituitosi a sua volta in seguito all’impossibilità di avere maggioranze equivalenti a Camera e Senato dopo le ultime elezioni politiche del febbraio del 2013. La differenza è che la riforma costituzionale Boschi-Renzi non ha ottenuto i voti dei due terzi dei membri di entrambi i rami del Parlamento, per cui è necessario ricorrere ad un referendum confermativo. La cosa straordinaria è che il sistema elettorale con cui sono stati eletti gli attuali deputati e senatori è stato dichiarato incostituzionale con motivazioni pesanti, come quella di alterare la rappresentanza democratica[3]. In nome del principio della continuità dello Stato, la Corte ha sostenuto che gli atti di questo parlamento siano validi; come ha potuto, però, questo parlamento sentirsi legittimato a modificare la Costituzione, essendo esso stesso stato eletto con legge elettorale incostituzionale[4]? Come ha potuto farsi «Assemblea costituente» e approvare la modifica di ben 47 articoli della Costituzione, travalicando dunque i ben più ristretti limiti che impone il principio della continuità dello Stato? È questo il peccato originale che macchia questa operazione politica.

Un altro elemento di preoccupazione è la deriva delle nostre democrazie parlamentari in nome della cosiddetta «governabilità». Conosciuta è la comunicazione della banca d’affari JP Morgan, che nel 2013 stigmatizzava le costituzioni dell’Europa mediterranea adottate dopo la caduta dei regimi fascisti per essere troppo socialiste, e responsabilizzava le carte costituzionali dell’incapacità di reagire alla crisi e riformare la politica economica e finanziaria per i troppi vincoli sociali.[5] Un testo interessante per capire i rischi di deriva oligarchica è quello di Pierre Rosanvallon.  Nel suo ultimo libro Le bon gouvernement[6], il sociologo francese mette in guardia da una deriva presidenzialista degli organi esecutivi di molte democrazie. I programmi elettorali sono sempre meno caratterizzanti, alle elezioni si vota ormai per una persona, colei che prenderebbe la guida dell’esecutivo, e non per un programma che la compagine politica che lo sostiene si dà. Siamo ovvero, secondo Rosanvallon, entrati in una nuova e pericolosa fase di sviluppo delle democrazie, nella quale l’esecutivo «governa» il legislativo, che si trasforma sempre più in un organo che si limita a concedere un nullaosta a misure elaborate nel minimo dettaglio, ma in un crescendo di opacità, da parte dell’esecutivo. Le leggi, quando arrivano in parlamento, sono ormai state preconfezionate dietro le quinte di saloni ministeriali, senza essere passate attraverso il dibattito dei rappresentanti del popolo e delle parti sociali. Cita il caso dell’Obamacare, la riforma del sistema sanitario voluta da Obama, che include più di 30.000 pagine, o quello delle normative tedesche, ormai veri e propri cataloghi di misure e parametri. Come non pensare ora alle similarità con questa riforma costituzionale che modifica ben 47 articoli della Costituzione italiana senza passare per un’Assemblea costituente? La personalizzazione della battaglia politica ha sostituito il dibattito sui programmi, e il guanto di sfida dell’attuale Presidente del Consiglio italiano che minaccia di dimettersi se vince il «No» ne è la migliore rappresentazione, quasi che il testo costituzionale fosse materia di destini personali. Il corpo elettorale ha forse come unica funzione quella di legittimare il capo del governo, di riconoscerne la autorità per poi scomparire dalla scena politica? Non è forse una casualità dunque che la riforma costituzionale preveda di innalzare il quorum degli strumenti di democrazia partecipata: centocinquantamila firme invece di cinquantamila per le proposte di legge di iniziativa popolare[7]. È vero che si propone di abbassare il quorum del referendum abrogativo, ma solo se sono state raccolte almeno ottocentomila firma (invece delle cinquecentomila), e sappiamo bene quanto il tetto delle ottocentomila firme sia arduo per chi non ha la macchina dell’amministrazione pubblica e grandi capitali al proprio fianco.

Se vogliamo infine parlare di tagli alle spese della politica, secondo il Governo Renzi, si risparmierebbero tra i 100 e i 500 milioni € annui, secondo diverse stime circolate in queste settimane[8]. Eppure, basterebbe eliminare alcune grandi opere inutili e dannose per raggiungere risultati simili per i prossimi decenni. Secondo il piano economico, approvato dal consiglio d’amministrazione della Stretto di Messina Spa il 29 luglio 2011, il costo complessivo dell’opera sarebbe di 8,5 miliardi €. [9] Il costo della tratta italiana della TAV Torino-Lione sarebbe invece di 7,8 miliardi € [10]. Questo, solo per citare due opere contestate da più parti e tenute in vita dagli appetiti di alcune cordate imprenditoriali e politiche. Oppure basterebbe ridurre le retribuzioni dei parlamentari e i rimborsi elettorali[11].

In questo dilemma, e qui concludo, ho dunque deciso di seguire il mio istinto antifascista e solo quello. Ascolterò dunque l’orientamento dell’ANPI, l’associazione nazionale partigiani d’Italia, che rappresenta l’anima di quell’Italia che si sacrificò per la libertà e produsse la Costituzione di cui tanto parliamo in questi giorni.

«Cara elettrice e caro elettore, io spero vivamente che tu abbia letto attentamente la legge di riforma del Senato; per parte mia ho la coscienza a posto per averla illustrata e spiegata, nei suoi contenuti essenziali, in tutta Italia, dal Piemonte alla Sicilia, in tutti i luoghi che le mie forze mi hanno consentito di raggiungere. A questo punto, posso solo riassumere: bisogna bocciare questa riforma perché crea un soggetto “mostruoso”, un Senato non più eletto dai cittadini, occupato da Senatori eletti (non si sa bene come) dai Consiglieri regionali che manterranno la loro funzione originaria di Consigliere o di Sindaco e dunque svolgeranno il fondamentale lavoro legislativo part time (cioè, in modo impossibile); che sarà “a porte scorrevoli” perché non avrà una durata precisa come la Camera, ma vedrà i Senatori decadere all’atto del venir meno, per qualsiasi motivo, dell’organismo da cui sono stati eletti; che avrà troppe funzioni per la sua stessa composizione e troppo poche per essere una vera Camera (che, in teoria, dovrebbe essere “alta”); che insomma, non potrà funzionare. […] Insomma, con un colpo solo (tenendo conto della legge elettorale tuttora vigente) finiremo per avere una Camera che fa tutto ed ha tutti i poteri, dominata dal partito che ha vinto le elezioni ed ha avuto il vistoso premio di maggioranza, e dal suo stesso “Capo” (il cui nome deve essere preventivamente indicato da chi si candida a governare)» ha scritto Carlo Smuraglia, presidente ANPI, sul sito dell’associazione il 30 novembre u.s.

Voterò contro questa riforma non per mandare al rogo il signor Renzi e il suo partito, né per aprire la strada a certi ambigui oppositori di non-provata fede antifascista. Lo farò in onore di chi ha dato la propria vita per questa Costituzione.

 

Note

[1] Una delle sue fonti preferite è Sputnik, un sito web creato dal Cremlino per diffondere propaganda russa. Tzetze riproduce i titoli e copia direttamente la versione degli eventi mondiali dalla prospettiva del Cremlino su Sputnik. Cfr: Alberto Nardelli, «Movimento Cinque Stelle primo In Europa a diffondere notizie false e propaganda russa», in BuzzFeedNews, 30 novembre 2016.

[2] Cfr. Piattaforma didattica sulla Costituzione italiana, in http://piattaformacostituzione.camera.it/

[3] Sentenza della Corte costituzionale 1/2014.

[4] Legge Calderoli 270/2005, ribattezzata Porcellum.

[5] «The political systems in the periphery were established in the aftermath of dictatorship, and were defined by that experience. Constitutions tend to show a strong socialist influence, reflecting the political strength that left wing parties gained after the defeat of fascism. Political systems around the periphery typically display several of the following features: weak executives; weak central states relative to regions; constitutional protection of labor rights; consensus building systems which foster political clientelism; and the right to protest if unwelcome changes are made to the political status quo. The shortcomings of this political legacy have been revealed by the crisis». J.P. Morgan, The Euro area adjustment: about halfway there, 28 maggio 2013, pag.12.

[6] Edizioni Seuil, 2015.

[7] Un istituto questo, tra l’altro, sostanzialmente ignorato fino ad oggi dal parlamento. Tre sono le proposte diventate legge, e questo solamente perché accorpate in Testi Unificati con proposte di iniziativa parlamentare o governativa. La riforma Boschi-Renzi contempla che i nuovi regolamenti parlamentari dovranno regolare tempi, forme e limiti per la discussione e la votazione finale delle proposte di legge di iniziativa popolare, ma niente garantisce che i regolamenti la favoriranno. Tra l’altro, seppure possa sembrare molto bassa la percentuale di leggi di iniziativa popolare approvate in via definitiva (1,15%), la stessa è comunque molto più alta della percentuale delle proposte di legge presentate dai parlamentari (0,66%): nel 2014 su oltre 4.000 proposte di legge presentate da membri del Parlamento Italiano, solo 26 leggi furono approvate (cfr. OpenBlog, «Leggi di iniziative popolare, dimenticate dalla nostra politica», 31 ottobre 2014; «Disegni di legge dei Parlamentari, neanche l’1% diventa legge», 10 ottobre 2014).

[8] Vedasi ad esempio Barbara Fiammeri, «Senato e autonomie, i risparmi della riforma», in Il Sole 24ore, 30 novembre 2016.

[9] Fonte: Wikispesa, Istituto Bruno Leoni, ottobre 2015.

[10] Fonte: Antonio Pitoni, «Alta velocità Torino-Lione, i costi aumentano: due miliardi in più di spese», in Il Fatto Quotidiano, 3 febbraio 2015.

[11] Il Movimento 5 Stelle ha restituito finora allo Stato ben 80 milioni € di fondi pubblici, di cui circa 20 milioni destinati alla retribuzione degli eletti in parlamento, e 47 milioni di rimborsi elettorali. Dati presentati in occasione del Restitution Day tenuto a Firenze il 28 novembre u.s.

One thought on “Referendum costituzionale: sì o no?

  1. Caro Solera, tu scrivi “Una parte importante della riforma, d’altronde, riguarda il superamento del bicameralismo paritario, che non è un male in sé, anzi si ispira ad altre forme di bicameralismo in vigore in Europa”.
    Scrivi anche che “In Francia, il senato rappresenta le collettività territoriali, e i senatori sono eletti a suffragio universale indiretto da 150.000 grandi elettori. D’altro lato, il Bundesrat tedesco rappresenta i 16 stati della Repubblica tedesca; i suoi membri non sono eletti, né tramite voto popolare, né dai parlamenti dei 16 stati, bensì essi sono delegati dai governi degli stessi”. questa sarebbe una ragione per votare serenamente SI.
    purtroppo il senato configurato dalla riforma Renzi – Boschi- Verdini non ha nulla a che vedere con quello di Germania e Francia. In Germania i membri del bundesrath sono vincolati dal voto dei Land, in Italia i senatori non hanno alcun vincolo di mandato rispetto alle regioni di provenienza. In Francia i senatori sono eletti da 150.000 grandi elettori, eletti apposta per nominare i senatori. In Italia i senatori, senza alcuna ragione plausibile rispetto agli intenti perseguiti dalla riforma, saranno eletti dai consigli regionali, tra gli stessi consiglieri e tra i sindaci, e non avranno alcun vincolo di mandato, essendo evidentemente vincolati solo alle direttive dei rispettivi partiti.
    I consigli regionali tra l’altro sono eletti con sistemi maggioritari, e dunque non vi sarà più alcuno spazio per le opposizione al senato. Questa riforma con gli attuali consigli regionali garantisce al PD già il 60 % del senato. Magari avessimo copiato da Francia e Germania, non sarei così preoccupato. Questo è un modo per espropriare la sovranità ai cittadini, non per garantire la rappresentatività dei territori. La Liguria avrà due soli senatori rispetto agli 8 attuali, di che partito saranno? il Trentino ne avrà 8 pur con la metà della popolazione, la VdA 2 come la liguria con meno del 10% della popolazione. La riforma del senato è un ottimo motivo per votare NO.
    ciao
    dario

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