ʿAbdelsalām non era un sindacalista, né un semplice operaio. «Era un attivista sindacale» tengono a precisare gli amici del sindacato USB (Unione Sindacale di Base), di cui faceva parte. Quando ho sentito quella definizione, sono stato portato a concludere che esistano anche i sindacalisti inattivi; siccome un sindacalista che non si attiva per la difesa dei diritti dei lavoratori o dei disoccupati non è un sindacalista, ho allora parafrasato quella definizione, e tra me e me ho coniato il termine di «passivista sindacale». Lo scorso lunedì 31 ottobre, la sera, ho incontrato alcuni operai della SEAM, amici di ʿAbdelsalām, venuti a Firenze per parlare della loro lotta. Questi, hanno raccontato che non erano nati sindacalisti, né attivisti, ma che lo sono diventati per causa di forza maggiore, anche perché i primi sindacati a cui si erano rivolti avevano risposto che non potevano fare molto, perché temevano il ricatto occupazionale (eccoli, i «passivisti sindacali»).

Poi, grazie all’energia di ʿAbdelsalām, hanno cominciato a bussare ad altre porte, finché hanno trovato chi li ascoltasse chez USB. ʿAbdelsalām aveva trasformato questi ragazzi, molti di loro egiziani come lui. Era un amico, prima che un compagno. «Ci ha insegnato il valore della solidarietà» riferiscono i ragazzi in un buon italiano. «Ci diceva sempre: “Dobbiamo stare uniti,  siamo qui per tutti”». Chiedevano contratti di assunzione a tempo indeterminato per una trentina di operai precari. La vertenza era esplosa già in febbraio, quando l’azienda aveva licenziato otto lavoratori, tra cui alcuni «attivisti sindacali». Altri ventisei operai avevano contratti a termine, e allo scadere degli stessi non tutti erano stati richiamati in servizio, pur in assenza di una reale contrazione delle attività[1]. La logistica è un settore dove lavorano molti stranieri, in condizioni incerte, disposti a stare in un capannone tutta la notte per pochi soldi. Al posto degli egiziani, l’azienda voleva impiegare dei neri africani perché meno costosi. Una vera e propria guerra tra poveri. «Eravamo abituati a lavorare dalle nove di sera alle sei del mattino, senza pausa» rivela uno degli operai egiziani.

Sono giovani, hanno lasciato il loro Paese per farsi una vita migliore, molti hanno anche attraversato il mare illegalmente, e non sono certo le condizioni imposte da una azienda a spaventarli; portano con loro una carica rivendicativa che molti nostri connazionali non conoscono più, la loro determinazione è ormai sconosciuta ai più; è una determinazione pacifica, ma ferma, non distruttiva ma indistruttibile, non antagonista, ma vigilante. ʿAbdelsalām veniva da un villaggio del governatorato di Daqahliya. Il villaggio, chiamato Mait al-Kuramā’, «il borgo dei Generosi», è stato soprannominato Mait al-Ghuraqā’, «il borgo degli Annegati», a causa del numero elevato di compaesani scomparsi in mare. Poi è arrivata l’emigrazione regolare, e le cose sono diventate più facili. Si contano in quattromila le persone partite per l’Italia da quel villaggio. Anche ʿAbdelsalām era partito nel 2001 con regolare permesso. ʿAbdelsalām, oltre che determinato, era anche solidale ed amato da tutti gli operai. Pur aderendo al picchetto, non era tra quelli minacciati di licenziamento, ma voleva dare l’esempio, e si era dunque mobilitato con gli altri sessanta operai.

Forse anche per questo ʿAbdelsalām Ahmed el-Danaf è morto. I ragazzi che incontro a Firenze sono venuti per dire che non si è trattato di un incidente stradale. Era il 15 settembre scorso, periferia di Piacenza. Gli operai stavano davanti ai cancelli della SEAM, azienda di logistica che opera in appalto per conto della GLS, bloccavano da tre giorni l’uscita dei trasportatori, bloccavano le attività dell’azienda. Ad un certo punto, un autotrasportatore, forse un padroncino incazzato, ha premuto sull’acceleratore ed ha messo sotto ʿAbdelsalām. L’autotrasportatore dice di non averlo visto. «Non è possibile» mi spiega uno degli operai «ʿAbdelsalām era proprio davanti». L’unica spiegazione plausibile, ritengono, è che abbia fatto finta di non vederlo. Gli operai vogliono la verità, USB pure, ma nel frattempo, anche se un’indagine è in corso, l’autotrasportatore è a piede libero. Avrà bestemmiato mentre premeva l’acceleratore? Avrà mandato al diavolo un qualche «clandestino islamico»? Avrà pensato in dialetto, tirando fuori il meglio del proprio orgoglio italico? Difficile provarlo. Quel che è certo è che ʿAbdelsalām è stato ammazzato durante la «Festa del sacrificio», ʿEid al-Adhā, quando si ricorda la disponibilità di Abramo a sacrificare il figlio Ismaele su richiesta di Dio, la festa più importante tra i musulmani insieme al periodo di Ramadan.

ʿAbdelsalām aveva cinquantatre anni e  cinque figli, come in quella canzone di Francesco de Gregori, e lavorava alla GLS da tredici anni. Non era più rientrato in Egitto da quel giorno in cui lo aveva lasciato.

«di cinquant’anni e di cinque figli,
venuti al mondo come conigli,
partiti al mondo come soldati
e non ancora tornati[2]».

I suoi figli sono già partiti, hanno già abbandonato il Paese baciato dal Nilo, e un giorno, forse, vi torneranno. Il loro padre, non più. Secondo molti, il conducente del camion è stato invitato a forzare il picchetto da un addetto vicino all’azienda. Oltre ai soprusi di un settore caratterizzato da disinvoltura e spregiudicatezza, è arrivata la morte. Uno degli operai egiziani che incontro ha gli occhi velati, siamo al CPA, un centro sociale fiorentino posto in Oltrarno. Bandiere rosse e poster di donne combattenti curde. Proclami rivoluzionari e elaborazioni ideologiche, ma anche qualche disattenzione umana, quando, alla cena di raccolta fondi per la moglie di ʿAbdelsalām, cena che segue l’intervento degli operai, si offrono polpette di carne di maiale. Operaio, immigrato, musulmano, peggio di così, appunto, si muore.

La logistica nasce come servizio proprio agli esercizi militari, e oggi è il nervo della vita moderna basata sulla disponibilità di merci che vengono da altrove, a partire dal caffè che beviamo la mattina, fino al dentifricio con cui ci laviamo i denti la sera. Non c’è forse una singola operazione della nostra giornata che non dipenda dalla logistica, il vero sistema nervoso del Capitalismo, e dove dunque la forza lavoro possiede ancora i connotati dell’immaginario proletario: fatica fisica, velocità delle operazioni, turni pesanti, padronato, precarietà. La logistica è infatti l’insieme delle attività organizzative, gestionali e strategiche che governano nell’azienda i flussi di materiali e delle relative informazioni dalle origini presso i fornitori fino alla consegna dei prodotti finiti ai clienti e al servizio post-vendita[3]. Bloccare o picchettare un nervo del sistema di distribuzione delle merci significa colpire il circuito del commercio, l’anima del Capitalismo. In un settore in cui la maggioranza dei lavoratori sono stranieri, il picchettaggio è dunque una pratica da estirpare, perché se si diffonde, rischia di paralizzare l’intero Paese. C’era forse anche questa considerazione dietro chi ha suggerito al camionista di premere l’acceleratore, se così è veramente stato? Gli operai egiziani ne sono convinti, e studiano ricorsi anche a livello internazionale.

Il sito di GLS dichiara: «Persone di diversa origine etnica, cultura, religione e convinzione lavorano in e per GLS. Apprezzamento, rispetto e comprensione nell’interazione con i dipendenti e i collaboratori sono alcuni dei principi più importanti del Gruppo. […] Lo sviluppo delle risorse umane è la chiave fondamentale per garantire il successo a lungo termine per l’azienda e i suoi dipendenti.»[4] Che sia un ambiente multiculturale, è una certezza, ma non dimentichiamoci che ciò è dovuto al fatto che quelle condizioni lavorative non sono più accettate da molti italiani, che si possono ancora permettere di non lavorare a qualsiasi condizione. Così non è per gli stranieri. Uno degli operai che incontro è di al-Mansoura, una città importante posta sul delta del Nilo. Anche lì, una micidiale miscela di corruzione, autoritarismo, degrado urbano e crisi economica spinge i giovani a cercare fortuna altrove.

E le autorità egiziane, si sono fatte sentire? Sì, ma non quanto avrebbero potuto. Forse per neutralizzare un possibile «effetto Regeni bis»?  Perché gli attivisti democratici egiziani presenti in Italia non sono stati zitti ed hanno contribuito a parlare del caso nel loro Paese, mostrando la grande solidarietà che ʿAbdelsalām aveva raccolto pubblicamente tra i piacentini e in altre realtà sociali e politiche, a differenza di quanto è successo con Giulio Regeni al Cairo. C’è da dire di più: il console generale egiziano di stanza a Milano si è recato sul luogo dell’accaduto solo tre giorni dopo la tragedia. Non vi sembra un poco tardi? Secondo me, per come trattano i loro concittadini in Egitto, il pensiero di dover difendere un eroe sindacalista non ha destato molte simpatie negli ambienti governativi, ed hanno sperato che quegli operai egiziani piegassero la testa e si rassegnassero. Insomma, non volevano un Giulio Regeni egiziano. Pensate a quello che hanno recentemente fatto con gli operai dei cantieri navali di Alessandria d’Egitto. Nel maggio di quest’anno, gli operai alessandrini hanno cominciato a protestare per il peggioramento delle condizioni remunerative e lavorative. La dirigenza ha licenziato l’intero corpo di duemila e quattrocento operai, e poiché i cantieri appartengono al Ministero della Difesa, sotto il nome di Alexandria Shipyard Company, 26 operai sono stati deferiti alla corte militare. Sono in galera dal mese di maggio, in attesa di un processo. Da notare che una corte militare non prevede il diritto di appello! Dei licenziati, solo seicento sono stati reintegrati, e questo anche grazie alle campagne locale e internazionale di solidarietà[5].

#ammazzatecitutti è l’hashtag che venne creato dagli attivisti egiziani che vivono in Italia dopo la vicenda el-Danaf. A questo, è seguita la campagna USB Schiavi mai!, lanciata il 21 ottobre scorso. Intervistata da Aswat Masriya, la sorella germana di ʿAbdelsalām ha dichiarato: «È forse il sangue di Regeni più prezioso di quello di mio fratello? È forse la determinazione del governo italiano più grande di quella del governo egiziano?»[6].

Di un altro eroe non c’è bisogno. È certo che questo caso costituirà un precedente, comunque si concluda. Nascondere le verità significa per il nostro Paese colpire sindacalismo e lotta oltre i confini linguistici e culturali, impedire che si creino alleanze transnazionali. In questo, Egitto e Italia paiono intendersi bene.

È una piccola storia, certamente non così meritevole di attenzione proprio mentre aspettiamo i risultati delle elezioni americane, ma ve la volevo raccontare. Agli occhi di molti è passata inosservata. Non vorrei che lo fosse, perché ne va del futuro dei nostri diritti e dell’impunità di cui potrebbero godere coloro che ne abuseranno. La buona notizia, è che addì, 7 novembre, quei ventisei lavoratori hanno vinto la vertenza e firmato un contratto a tempo pieno e indeterminato. ʿAbdelsalām non è morto per nulla.

Firenze, 7 novembre 2016.

[1] Come denuncia USB. Cfr. Redazione, «Logistica, incontro in prefettura sui licenziamenti alla SEAM », in Il Piacenza, 5 febbraio 2016.

[2] Generale (1978) è la canzone di de Gregori.

[3] Definizione di AILOG, l’Associazione Italiana di Logistica e di Supply Chain Management. Fonte: ailog.it

[4] Cfr.: gls-italy.com/it/azienda/vision-valori/sostenibilita/responsabilita-sociale?Itemid=113

[5] «Special report: How the Alexandria Shipyard workers’ defiance of the generals sparked a new solidarity movement», in egyptsolidarityinitiative.org, 14 settembre 2016.

[6] In un articolo firmato da Mohammad Bāzīd, pubblicato il 19 settembre 2016.

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