Il fascismo avanza, tra i tessuti molli di società disattente e divise, avanza meno veloce della luce, ma accecante nella sua subdola prepotenza. La tragicità della guerra in Siria consiste non solamente nella morte giornaliera inflitta alla sua popolazione, ma anche nell’impotenza e nella subordinazione della Comunità internazionale di fronte ai crimini perpetrati dal regime di quel Paese e dai suoi protettori, da quest’anno con la Russia in prima linea.

Scusate se affronto un tema così cupo d’estate, ma vedo nubi nere addensarsi nei cieli. Certe cose non si dovrebbero raccontare a Ferragosto, quando cerchiamo disperatamente meritato riposo e distacco dopo un lungo anno, ma la distruzione pianificata di Aleppo e di altre città siriane mi porta a pensare al peggio. Il peggio è la cultura dell’assedio. Non solo l’assedio di Aleppo o Deraa o Homs, ma l’assedio prossimo venturo dell’Europa. Deliro, lo confesso, e non porto prove, e quando in inutili conversazioni da salotto avverto amici e famigliari che di questo passo Putin sarà alle porte di Berlino entro dieci anni, sono giustamente deriso. Quanto però io vedo è questo: l’assedio dell’Europa. Un assedio si può preparare con mezzi materiali, ma anche con mezzi politici e umani. E il recente avvicinamento tra Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdoğan è sembrato uno di quegli incontri destinati a lasciare il segno, ed in cui due capi di stato dispotici, che interpretano e gestiscono la democrazia come strumento di mantenimento del controllo politico e di tutela di interessi economici e commerciali ristretti, pensano ad un gioco più grande.

Entrambi hanno ambizioni imperiali, dispongono di eserciti potenti, ed hanno oltre alle armi e agli eserciti veri, armi non convenzionali capaci di destabilizzare l’Europa: combustibili fossili, l’uno, e rifugiati siriani, l’altro. Se i due aspiranti imperatori si mettono insieme, ne vedremo delle brutte.

Innanzitutto, nonostante le differenze ideologiche e culturali, hanno entrambi un’idea autoritaria della società e fanno capo a interessi economici che si sovrappongono e si confondono con le istituzioni dello stato. Erdoğan sta imparando velocemente da Putin, innanzitutto neutralizzando o eliminando fisicamente critici e oppositori interni. Come mi ha raccontato la settimana scorsa Emel Kurma, direttrice di Helsinki Citizens’ Assembly, una piattaforma di associazioni che difendono i diritti umani e che ha sede a Istanbul, ormai tutto viene attribuito a Fethullah Gülen, il nuovo capro espiatorio utilizzato per giustificare la virata autoritaria da parte di Erdoğan dopo il tentato golpe del 15 luglio scorso. Ormai, si racconta pubblicamente che Gülen sarebbe responsabile dell’abbattimento del jet russo del 24 novembre u.s.; così come sarebbe responsabile dell’incendio avvenuto nella miniera di carbone di Soma il 13 maggio 2014, e che provocò la morte di 301 minatori; oppure che sarebbe responsabile dell’attacco aereo dei caccia turchi a Roboski il 28 dicembre 2011, che provocò la morte di 34 civili kurdi, episodio che riattizzò lo scontro armato tra autorità turche e resistenza curda.

Cominciata mirando a Hizmet, il movimento fondato da Gülen, la repressione si è negli ultimi giorni allargata ad altri. A farne le spese, oltre ai difensori dei diritti umani, il partito curdo democratico (HDP – Peoples’ Democratic Party). L’11 agosto scorso, la polizia turca, scortata con tanto di blindati e elicottero, ha saccheggiato l’ufficio di HDP ad Istanbul ed arrestato 17 persone. Questo, nonostante HDP abbia pubblicamente denunciato la strategia di guerriglia urbana adottata dal PKK – Kurdistan Workers’ Party.

Avevo difeso pubblicamente l’operato delle autorità turche nei giorni immediatamente successivi al fallito golpe, ma il presidente turco – invece di consolidare il dialogo tra le forze democratiche – ha deciso per un’operazione di imposizione di una de facto repubblica presidenziale, adducendo a sé poteri straordinari e neutralizzando le forze sociali, politiche e culturali critiche nei confronti del suo disegno. Ha svuotato così di senso la mobilitazione popolare trasversale in favore della democrazia successiva al tentato golpe. È così che, alle «celebrazioni per la democrazia e i martiri» tenute a Istanbul il 7 agosto scorso, che hanno visto la partecipazione di almeno due milioni di persone, HDP è stato escluso e più dell’80% dei partecipanti erano dei sostenitori di AKP, determinando la perdita di quel carattere di trasversalità proprio alle manifestazioni anti-golpe della prima ora[1].

La «presidenzializzazione» dello stato turco è cominciata su diversi fronti, cercando di imporre attraverso la legge di emergenza (adottata dal parlamento turco il 21 luglio scorso) radicali misure accentratrici senza passare per una riforma costituzionale. In particolare, il controllo degli Affari religiosi e dei Servizi segreti (Intelligence) è passato dal primo ministro al presidente Erdoğan.

Sebbene scartasse categoricamente l’idea di un golpe fabbricato dallo stesso governo turco per giustificare le successive misure prese da Erdoğan, Emel chiariva durante la nostra intervista che l’unica cosa certa è che i turchi difficilmente sapranno veramente quanti gruppi e quali portatori di interessi stessero dietro il tentato golpe. Il dibattito politico si è infatti fatto più difficile: «Se prima era l’apparato di AKP, il partito di Erdoğan, a dominare la scena, ora è Erdoğan stesso che, personalizzato il gioco politico, ha schiacciato il partito sotto la sua autorità, svuotandolo di ogni forma di dibattito» ha commentato Emel.

Ritorniamo all’incontro tra Putin e Erdoğan. Molto probabilmente, tra quello che il presidente turco ha negoziato con Putin, a fianco di ingenti investimenti nel settore energetico e di un rilancio del commercio bilaterale, vi è l’impegno russo a ostacolare qualsiasi rivendicazione indipendentista da parte curda, o la creazione di una qualsiasi entità statuale curda ai confini con la Turchia. Nel frattempo, l’ipotesi di una soluzione pacifica della questione curda in Turchia si allontana ulteriormente, e come viene brutalmente calpestato il diritto all’autodeterminazione del popolo siriano, così rischia di esserlo con simile durezza quello del popolo curdo. Un nuovo blocco di fascismo a oriente dell’Europa si consolida, e né l’Europa, né la Comunità internazionale sono capaci di fermarlo. È un palco di oscena pornografia quello che il Consiglio di sicurezza ONU ormai rappresenta. In esso, che dovrebbe garantire la pace e la sicurezza internazionale, siede una potenza che bombarda direttamente e protegge l’operato criminale dell’aviazione siriana su città come Aleppo, mirando esplicitamente a ospedali e quartieri residenziali; la sua funzione in quel Consiglio è di minare in partenza qualsiasi iniziativa internazionale[2]. La Comunità internazionale, non solo si è auto-delegittimata nell’assistere impotente al massacro siriano[3], ma ha anche de facto permesso che le istituzioni ONU nella loro impotenza subita o voluta diventassero complici dello stesso. Alcuni media si adeguano all’affermazione di questo blocco fascista orientale; è quello che se ne ricava leggendo ad esempio l’editoriale di Sergio Romano sul Corriere della Sera del 14 agosto 2016[4]. Poiché l’asse Assad-Putin è militarmente vincente, sarebbe inutile illudersi di lavorare per un ponte aereo umanitario su Aleppo, così conclude l’articolista. Dovremmo dunque lasciare che vinca il nuovo asse fascista, che uccida finché non si imponga? Dovremmo dunque adeguarvicisi? Un articolista del calibro di Romano avrebbe fatto strada dopo la Marcia su Roma del 1922.

Parlavamo di due armi da utilizzare contro l’Europa. La prima è legata alla dipendenza energetica europea dalla Russia. La Russia non domina solo il gas europeo, ma anche il petrolio: viene infatti da Mosca oltre un terzo (35%) di tutto il greggio importato in Europa[5]. Perdere il cliente europeo non conviene ai russi, almeno fintantoché non sia aperto il gasdotto Power to Siberia verso la Cina (non operativo prima del 2019). E qui interviene Erdoğan. L’accordo firmato il 9 agosto scorso prevede di portare il gas russo fino alla Turchia con il gasdotto Turkstream, e di seguito in futuro, chissà, verso altri paesi del Medioriente. Diversificare la clientela del gas significa per Putin avere un’arma di coercizione in più nei confronti dell’Europa. La seconda arma sono i profughi siriani. Aleppo è diventata una fabbrica di morte la cui sola alternativa è scappare. Immaginate se Putin e Erdoğan si mettessero d’accordo e le frontiere turche si aprissero riversando un nuovo flusso di rifugiati sulla rotta europea, proprio alla vigilia delle prossime elezioni presidenziali austriache del 2 ottobre, in cui Alexander Van der Bellen e Norbert Hofer si affronteranno di nuovo. Oppure se ciò avvenisse alla vigilia delle elezioni presidenziali francesi della primavera 2017, con Marine Le Pen già data per favorita. Una nuova ondata di profughi siriani assicurerebbe la vittoria dei partiti conservatori populisti e xenofobi. Che Putin finanzi questi partiti fa parte della sua strategia di accerchiamento. Secondo il New York Times, sarebbero quindici i partiti europei di estrema destra che mantengono relazioni con Mosca[6]. Certo, la Russia in Siria è in primo luogo interessata al mantenimento delle sue basi militari nel Mediterraneo, a Tartus e Latakia, e recentemente ha consolidato la sua presenza militare e annunciato l’allargamento della base di Latakia[7]. La Siria, però, è solo una tappa, ed il cinismo con cui Putin colpisce con le sue armi l’indomita popolazione siriana indicano che in nome dell’imperialismo russo tutto si potrà giustificare. Il vero obiettivo è minare la democrazia liberale, e quando l’Europa sarà ormai frantumata, rimetterci piede.

L’assenza di una forte volontà europea per fermare l’opera di distruzione portata avanti dal regime siriano e il mercanteggiamento interessato con la Turchia per non affrontare di petto la crisi dei rifugiati siriani sono l’indicazione della nostra endogena debolezza nel fronteggiare l’ascesa del fascismo in Europa, e nel ridimensionare i pericoli che vengono da un asse tra governi autoritari a oriente dell’Europa.

Ci siamo dimenticati che la nostra libertà si è ottenuta combattendo, e che se non sappiamo più combattere per la libertà, siamo esposti al ritorno del fascismo. Basta vedere come vengono raffigurati i rivoluzionari siriani ispiratisi alla cosiddetta Primavera araba del 2011, che volevano liberare il proprio Paese dalla dittatura e che ora sono schiacciati in solitudine tra la brutalità criminale siro-russa e lo Stato islamico: «ribelli», così vengono definiti. Ovvero rivoltosi, che mettono a repentaglio la stabilità. Sono stato recentemente a visitare il museo della Resistenza di Valibona, sui monti della Calvana, a pochi km da Prato e Firenze. Quella casa tra i boschi venne assalita dalle forze dell’ordine del regime fascista, e la banda di partigiani che vi si nascondeva e operava nell’area debellata. Fu un agguato, che ebbe luogo il 3 gennaio 1944. I giornali dell’epoca sono esemplari: «Bande di ribelli annientate da reparti della Guardia repubblicana», «L’azione contro i banditi sulle pendici di Monte Morello», «Energica azione di polizia contro una banda di ribelli» sono alcuni dei titoli di quei giorni. Definendo ribelli i giovani siriani di città come Aleppo facciamo quello che già i servili giornalisti dell’epoca facevano scrivendo sulla stampa quotidiana. Opporsi a fascismo e oppressione costa più pena che accomodarvisi.

«Temo che i nostri figli conosceranno la guerra» ho detto impudentemente ieri a Paolo Bergamaschi, allievo di Alexander Langer e caro amico e consigliere in materia di politica estera al Parlamento europeo, in coda ad un animato scambio su quello che ci aspetta. «Non lo escluderei» mi ha risposto, mentre pagava la spesa alla cassa del supermercato, senza girarsi verso di me.

Verso Skopje, 15 agosto 2016

 

[1] Secondo una rilevazione citata da Emel Kurma (Helsinki Citizens’ Assembly), durante la mia intervista.

[2] L’uso indiscriminato del veto, d’altronde, è stato già applicato più volte in passato dagli Stati Uniti a favore di Israele.

[3] Leggete i dati di chi uccide civili in Siria su http://whoiskillingciviliansinsyria.org/.

[4] Dal titolo «L’illusione di un ponte per Aleppo».

[5] Il Vecchio continente importa in totale quasi l’85% del suo fabbisogno di oro nero. Cfr. Lorenzo Colantoni, «Le opzioni dell’Europa contro la dipendenza energetica dalla Russia», Limes, 15 settembre 2014.

[6] Peter Baker, Steven Erlanger, « Russia Uses Money and Ideology to Fight Western Sanctions», New York Times, 7 June 2015.

[7]« روسيا توسع قاعدتها باللاذقية وتناور بالمتوسط [La Russia amplia la base di Latakia e le manovre sul Mediterraneo]», Al-Jazeera Arabic, 11 agosto 2016.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...