Venerdì sera, 15 luglio, sulla stampa italiana, fin dai primi minuti successivi alla chiusura dei ponti sul Bosforo si riportava notizia di presunte varie richieste di asilo sottoposte a paesi europei da parte del presidente turco Erdoğan. Facebook commentava ironicamente la triste sorte del capo di stato richiedente asilo che solo qualche mese prima aveva ottenuto un lucroso accordo con l’Unione europea sulla circolazione dei cittadini turchi in Europa, in cambio dell’accoglienza dei rifugiati siriani. La stampa tedesca (Die Zeit), inglese (The Guardian) e francese (Le Monde) non riportavano questa notizia, tranne un breve accenno su Le Monde, che qualificava la richiesta di asilo come un pettegolezzo.

I giornali egiziani sbandieravano ai quattro venti la caduta dell’acerrimo nemico del regime autoritario del Cairo. Ancora sabato mattina, 16 luglio, Al Ahram parlava di golpe riuscito, mentre Al Youm 7 pubblicava un articolo sulle ragioni della caduta di Erdoğan. D’altro lato, il giornale russo Pravda riprendeva le accuse rivolte verso Fethullah Gülen – miliardario, predicatore musulmano visionario e moderato, leader del popolare movimento Hizmet descritto come una Opus Dei musulmana[1], ex-alleato e amico del primo Erdoğan fino a quando si distanziò per la corruzione del suo apparato – di aver orchestrato il tentato golpe. E l’agenzia di stampa russa Sputnik avanzava addirittura la tesi secondo cui i piloti che abbatterono il jet russo nel novembre scorso sarebbero implicati nel golpe per timore di essere perseguiti dopo il recente riavvicinamento tra Turchia e Russia.

Invece, per la prima volta nella storia della Turchia repubblicana, un golpe militare fallisce. E questa è la cosa che conta. Per la prima volta nella storia della Turchia repubblicana, i partiti di opposizione si schierano esplicitamente contro l’ingerenza delle forze armate – inclusi il partito kemalista CHP, il partito nazionalista conservatore MHP e il partito filo-curdo HDP. Ed anche questo conta molto. Tutto lo schieramento politico ha denunciato che i tempi bui del para-Stato militare turco sono passati, e che i conflitti devono essere risolti attraverso le istituzioni democratiche. I partiti dell’opposizione hanno dimostrato un grande senso della responsabilità, e hanno dimostrato di dare più valore all’unità nazionale che alle differenze politico-ideologiche. Lo hanno sicuramente fatto anche per evitare che il partito del presidente, AKP, approfitti del fallimento del golpe per eliminare pezzi di Stato che si oppongono alle sue mire presidenzialistiche (riformare la costituzione per il presidenzialismo) e indagano sulla corruzione e le malversazioni di fondi in AKP, e per mettere a tacere i media indipendenti. Circa 2.700 giudici sono stati sospesi sabato stesso con l’accusa di essere legati al movimento Hizmet, anche se Fethullah Gülen ha negato di essere coinvolto nel golpe e lo ha anzi condannato. «La giustizia turca è la branchia istituzionale nella quale Hizmet è più forte. Non è quindi sorprendente che AKP avesse preparato delle liste nere e che questo sia il momento migliore per allontanare i nomi su queste liste. Il governo utilizzerà sicuramente questo golpe per emarginare membri di Hizmet, indipendentemente dal loro coinvolgimento nel tentato golpe» dichiarava ieri il direttore della fondazione Heinrich Böll in Turchia, Kristian Brakel su Die Zeit. Abdul-Hamid Dashti, deputato sciita in Kuwait, arrivava a sostenere sul suo profilo Twitter: «Il golpe è stato messo in scena solo per eliminare l’opposizione completamente e cambiare il comando militare». L’analista Rana Deep islam si chiedeva se il caos generato dal tentato golpe non fosse stato pianificato per ridurre il ruolo dei militari quali garanti dell’ordinamento secolare, e baluardo all’occupazione di posti-chiave da parte di AKP. In questo braccio di forza, «gli attacchi terroristici degli ultimi mesi potrebbero essere stati decisivi nel determinare gli sviluppi di queste ore. Molti turchi hanno infatti perso fiducia nella capacità dello Stato di assicurare ordine e sicurezza. Un parte delle forze militari sembrano aver voluto intervenire per raddrizzare la situazione»[2].

Emel Kurma, direttrice della rete per i diritti umani e le libertà civili con sede a Istanbul Helsinki Citizens’ Assembly, mi scrive nella notte di venerdì: «Spari e aerei da caccia. Non si può dormire. Probabilmente non sapremo mai chi era dietro il tentato golpe. Però, forse, da oggi Istanbul e Ankara capiscono come possono aver vissuto i curdi nelle città del Sudest nell’ultimo anno [in seguito all’escalation militare turca contro la resistenza curda, ndr]». E l’attivista per la democrazia e ricercatore marocchino Montassir Sakhi, di stanza attualmente a Gaziantep, racconta di una città animata da chiamate alla preghiera, movimenti di folla e auto in corsa, manifestazioni e contromanifestazioni, nella quale la gente ha sicuramente reagito ed è scesa in strada contro i militari. La questione è che in queste ore nessuno si interroga sulla popolarità di AKP e del suo leader. Una popolarità che perdura nonostante la guerra civile siriana alle porte, una crescita economica meno aggressiva di qualche anno fa, e i fatti di corruzione che vengono alla luce. Alle ultime elezioni generali del novembre 2015, AKP ha ottenuto il 49,5% dei voti in presenza di una partecipazione al voto pari all’85% degli aventi diritto! Confrontiamo queste elezioni con quelle tenute in un’altro paese della regione guidato da un uomo forte, l’Egitto. Le elezioni generali tenute tra ottobre e dicembre 2015, per nominare il primo parlamento della presidenza al-Sisi, hanno riscontrato un tasso di partecipazione attorno al 20-25%, rivelando la disaffezione della maggioranza degli egiziani verso il nuovo corso. Il parlamento egiziano è occupato da partiti leali al regime, ma una decina di partiti indipendenti boicottarono le elezioni. Erdoğan è invece amato, e dobbiamo capire il perché.

Durante un incontro organizzato da Possibile a Bologna in occasione delle festività del 25 aprile 2016, l’inviato dell’Associazione Giornalisti Italiani a Istanbul Giuseppe Di Donna spiegava come AKP avesse investito massicciamente nei servizi pubblici nelle province turche, e che i tempi di attesa per una visita in un ospedale pubblico in Italia siano normalmente più lunghi che quelli che devi sostenere in Turchia. «Non parliamo mai del ruolo positivo giocato da AKP nella modernizzazione del paese» commentava. L’economia cresce a un tasso del 4% tuttora nel 2016, come rivelato da uno studio dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo economico[3]. Tra i 35 paesi dell’OCSE, la Turchia ha un tasso di povertà (0,178) superiore a quello dei paesi europei, ma inferiore a quello di Stati Uniti (0,179) e Israele (0,184)[4]. Il tasso di discriminazione nei confronti delle donne nelle istituzioni sociali in Turchia è relativamente basso per un paese emergente (0,103)[5].

Torniamo indietro di qualche anno. La Turchia ottenne ufficialmente lo statuto di candidata all’adesione all’UE nel dicembre del 1999. Le negoziazioni iniziarono nell’ottobre del 2005, e dei 35 capitoli necessari a completare il processo di adesione, solamente 15 ne sono stati aperti, ed uno chiuso. Le autorità tedesche hanno sovente palesato opposizione nei confronti dell’adesione della Turchia, in nome di presunte radici cristiane del progetto di integrazione europeo, in realtà sapendo che avrebbero perso la loro maggioranza relativa all’interno del Consiglio dei ministri UE, dove il peso nel voto è ripartito in funzione della popolazione del paese (sistema di voto a maggioranza qualificata, che si applica sull’80% della legislazione europea). Erdoğan diventa primo ministro nel marzo del 2003, carica che manterrà fino all’agosto 2014, quando vincerà le prime elezioni presidenziali dirette. Ebbene, un’altra politica europea, più aperta nei confronti della Turchia, avrebbe probabilmente contenuto la deriva autoritaria degli ultimissimi anni, e certamente archiviato le tentazioni golpiste.

Quando Erdoğan attaccava Israele per il blocco imposto a Gaza (vi ricordate l’assalto israeliano alla nave turca Mavi Marmara della Freedom Flotilla, nel maggio del 2010?) , l’Europa faceva finta di niente. Quando denuncia l’indifferenza europea verso la repressione del regime siriano che ha condotto il paese arabo alla guerra civile e alla distruzione, l’Europa si preoccupa delle sue frontiere[6]. Il recente accordo sulla gestione dei flussi di rifugiati siriani è stato fortemente voluto dall’UE, per disinnescare le divisioni interne, anche a prezzo di sospendere il diritto internazionale di asilo sul proprio territorio.

Un colpo di stato militare non è mai un buon punto di partenza per difendere democrazia e diritti umani. Gli egiziani se ne accorgono ora, dopo aver acclamato la destituzione di Mohammed Morsi. Anch’io, in quell’epoca vivevo in Egitto, ritenevo che la destituzione di Morsi avvenuta il 3 luglio 2013 non fosse il principio di un golpe, bensì l’apoteosi di un movimento di protesta popolare. Bastarono cinque settimane per rivelare le reali intenzioni e modalità delle forze armate. Iniziò un processo di normalizzazione e repressione che ebbe il suo tragico battesimo nello sgombero delle piazze Rabi‘a al-‘Adawiya e an-Nahdha, occupate dai sostenitori di Morsi, il 14 agosto 2013, che causò in un solo giorno la morte di un numero di persone equivalente alle perdite sofferte durante i giorni della rivoluzione del 2011. Sentire oggi Matteo Salvini recriminare che sia un peccato che il golpe turco non sia riuscito, ti fa comprendere molto dell’inconsistenza della nostra visione sul Mediterraneo[7].

Se l’Europa esistesse ancora, dovrebbe ora proteggere con determinazione le opposizioni in Turchia, che hanno mostrato una lucidità ed un senso delle istituzioni straordinari nel denunciare l’inaccettabilità delle soluzioni militari ai conflitti interni di carattere istituzionale e politico. E dovrebbe prendere sul serio la candidatura della Turchia all’UE. In realtà, stiamo perdendo il senso delle responsabilità storiche e delle sfide visionarie, imprigionati dal passato (leggete la curiosa storia dell’espressione «Mamma li Turchi»[8]) e affondati nella cura degli interessi commerciali immediati degli attori economici del presente[9]

Firenze, 17 luglio 2016.

 

[1] Il giornalista investigativo Ahmet Şik pagò con il carcere le sue ricerche sulla rete di potere di Hizmet (M. Thumann, «”Wer schreibt, wird eingeschüchtert”», Die Zeit, 22 marzo 2012.

[2] R. Deep Islam, «Geplantes Chaos?», in Die Zeit, 16 luglio 2016.

[3] OCSE, Economic Survey of Turkey 2016, luglio 2016.

[4] OCSE, Poverty Rate, 2012. Il tasso di povertà in Italia è di 0,127. Il tasso di povertà misura la percentuale di persone il cui reddito cade sotto la soglia di povertà. Il paese OCSE con il tasso più basso è la Repubblica ceca (0,053).

[5] OCSE, Social Institutions and Gender, 2014. Questo tasso misura il grado di discriminazione che limita l’accesso delle donne alla giustizia, a diritti e servizi, e alle opportunità professionali, e mina la loro capacità di decidere sulle loro scelte di vita. Il tasso di discriminazione di genere in Italia è di 0,012. Il tasso più basso si misura in Belgio (0,002). I dati di Stati Uniti ed Israele non sono disponibili.

[6] Il presidente turco non esita a usare parole forti contro l’Europa («Erdoğan says west cares more about gay and animal rights than Syria», The Guardian, 13 maggio 2016.

[7] A.Arachi, «Golpe Turchia, Salvini: “Cacciata di Erdogan buona notizia per il mondo”», in Corriere della Sera, 16 luglio 2016.

[8] http://www.blogsicilia.eu/mamma-li-turchi-detto-ancora-diffuso/

[9] Sempre per riferirsi al nostro Paese, l’Italia è il secondo partner commerciale EU della Turchia dopo la Germania (MAE, «L’interscambio commerciale della Turchia nel mese di luglio 2015», Info Mercati esteri, 21 settembre 2015). Nel dicembre del 1995, l’UE accordò l’unione doganale alla Turchia, misura che servì da un lato a favorire le esportazioni europee e a rimandare la prospettiva di un’integrazione politica della stessa.

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