L’Italia che incontro attorno alle presentazioni di «Riscatto mediterraneo».

Don Emanuele Personeni mi riceve nella sua casa parrocchiale di Ambivere, a una decina di km da Bergamo. Vi vive con altri tre preti che tengono le parrocchie della zona: don Andrea Testa e don Alessandro Nava a Mapello, e don Gianluca De Ciantis a Valtrighe; la sera, però, dormirò da solo, perché si metteranno tutti in una tenda sul sagrato della chiesa. È la loro maniera di vivere il tempo della Quaresima. Coscienti che il prezzo del nostro benessere è la riduzione in miseria di altri esseri umani, lasciando durante quel tempo del calendario religioso la loro casa, i quattro preti vogliono mettere in luce le nostre responsabilità di fronte alla miseria del mondo, per non abituarsi a questo stato di cose.

Ricorda le modalità di battaglia politica dei rivoluzionari arabi e, evidentemente, i mezzi utilizzati dai rifugiati siriani per passare la notte durante il loro migrare. E su questo, i preti di Ambivere sono molto determinati, e per spiegare il loro gesto hanno scritto una lunga lettera ai parrocchiani, in cui in un passaggio si legge:

«L’Europa delle istituzioni scarica sulla buona volontà di molti volonterosi cittadini europei il compito di salvare le apparenze, riservando un pò di umanità a chi raggiunge sfinito le sue coste. Evita però di fare ciò che le spetta: rivedere le politiche economiche e la politica estera a partire dai diritti dell’uomo e dei popoli. Sicché, i poveri vengono assistiti per un pò, dopodichè vengono abbandonati al loro destino. O rispediti indietro o abbandonati nella giungla europea del traffico di esseri umani, dello sfruttamento lavorativo, della clandestinità. I poveri speravano che l’Europa fosse un luogo dove l’umanità venisse prima della cittadinanza, prima del benessere, prima delle differenze religiose, prima di ogni altra cosa. Si sbagliavano. Il pensiero diffuso è che la loro situazione non dipenda da noi – che abbiamo già i nostri grattacapi – e che in fondo i poveri siano la causa del proprio male. Al pari dei singoli Paesi europei, anche i diversi settori della nostra amministrazione statale scaricano sugli altri la responsabilità, adducendo confusione normativa, paventando rischi di terrorismo e brandendo contro i poveri la croniche insufficienze dell’assistenza ai cittadini italiani. […] Noi sacerdoti non possiamo rovesciare le sorti dei poveri. Però possiamo stare dalla loro parte».

Siamo nelle Prealpi bergamasche. Il Corriere della Sera riporta le reazioni disarmanti di alcuni parrocchiani:

«Buffonate» borbotta un pensionato «Che senso ha mettersi a fare i beduini?»

«È una ripicca, perché hanno girato per il paese a cercare chi volesse affittare le case sfitte ai profughi e nessuno ha accettato» commenta una signora.

«Se la pensano così perché non vanno a fare i missionari?» si chiede un terzo.

«Qui si fa troppa politica. Alla messa al Santuario si è parlato più di Israele e Palestina che della Madonna» protesta un quarto. «Mia moglie» racconta un suo amico «è tornata da messa e ha detto: se avessi voluto sentire un’ora di politica stavo a casa a guardare Ballarò.»[1]

Dicevamo, siamo nelle Prealpi bergamasche. È mai possibile che ben quattro preti siano diventati matti e abbiano scambiato la chiesa per un parlamento? Torniamo a quanto diceva quella signora. I preti, effettivamente, dopo che alla fine dell’anno scorso solo ventidue Comuni del Bergamasco su duecento e quarantadue avevano accettato di accogliere i profughi con programmi pubblici[2], avevano bussato a tante porte per proporre, su iniziativa della Caritas, l’accoglienza diffusa dei rifugiati, ma non hanno trovato nessuno disponibile ad accoglierli. Purtroppo, una delle risposte che registrarono suonò così: «Fate i soldi con i clandestini, travestiti da profughi». Fare il prete è un mestiere duro, se il prete rimette in discussione la propria comunità. E allora, hanno alzato la voce, facendosi però umili, perché si usano i poveri di casa nostra contro i poveri alla nostra porta. «A cominciare dalle Regioni fino ad arrivare a moltissime amministrazioni comunali la risposta è sempre la stessa: per loro non c’è posto. Le parrocchie e i cristiani bergamaschi non si stanno comportando meglio. Ci pensi la Caritas, dicono. Neppure l’invito dell’amatissimo Papa Francesco riesce a scuoterli» hanno denunciato. Dall’inizio dell’anno, infatti, la Caritas nazionale ha lanciato l’iniziativa Rifugiato a casa mia, ma su ventiseimila parrocchie in Italia solo 181 hanno aderito, mettendo a disposizione 1060 posti: «Il progetto prevede l’accoglienza di singoli o di nuclei familiari per sei mesi, attivando in famiglie, comunità e territori tutto quanto può fare integrazione»[3]. Mentre don Emanuele e gli altri dormivano nella tenda, io mi godevo la casa parrocchiale in solitudine. Nella dispensa, il cibo era o nostrano, o politicamente corretto, ovvero proveniente dal commercio equo. Mi sentivo un privilegiato.

Le difficoltà della missione dei nostri preti si riflettono nei numeri della politica. Sebbene la lista civica «Per Ambivere» vinse le Amministrative nel 2014 con il 62% dei voti espressi, mentre la Lega Nord si fermò al 37%, il radicamento nel Bergamasco di una formazione esplicitamente ostile agli immigrati è forte. Le tendenze di voto sono in crescita verso i grandi risultati della prima Lega[4]. I preti, però, sono fatti di stoffa antica, e alzano la voce in nome dell’umanità cristiana. Quando scrivo per email a don Emanuele un mese più tardi la mia visita, mi risponde da Idomeni, alla frontiera greca con la Macedonia: «Mi trovo in Grecia per capire la situazione dei profughi». Certo, un parrocchiano potrebbe controbattere: «Cosa va a fare un parroco in Grecia con tutte le necessità che ha la gente qui?». Dietro la chiesa parrocchiale di san Zenone, sale la passeggiata verso il santuario della Beata Vergine Maria del Castello. La mattina presto, lasciando le case di questo benestante paesino e superando il santuario, mi sono inerpicato sulle pendici prealpine tra boschi e vigneti e reso conto della geografia degli insediamenti della piana a occidente di Bergamo; un pullulare di lucine accoglie l’alba, è la Lombardia industriosa. Incrocio dei conigli selvatici lungo il sentiero, e a seconda del lato di costa di montagna che prendo sento o sfuggo all’olezzo che risale da una fabbrica di plastiche. In una viuzza storica di Ambivere, poco lontano dalla signora che tiene una drogheria vecchio stile, dove trovi dalla scopa alla passata di pomodoro, sta una pizzeria tenuta da degli egiziani. Sembra di stare in un luogo in cerca di identità, sospeso tra passato rurale e futuro post-moderno, e la tenda dei nostri preti pare l’Arca di un’alleanza frantumata in mille pezzi, che su una zona di frontiera temporale, forse spirituale, essi cercano di ricucire mettendosi nelle condizioni di un viaggiatore che non fa soste. «D’altronde, se il Papa va a vivere a Santa Marta, perché i preti non dovrebbero stare in una tenda?» si chiede don Emanuele.

Che alla santa messa si parli più di Palestina che di Maria, come diceva quella signora, in realtà, fa onore al santo a cui è dedicata la chiesa parrocchiale. La storia di San Zenone ha inizio nel II secolo dopo Cristo, a circa quaranta chilometri a nord del mar Morto, e più precisamente a Filadelfia d’Arabia (l’attuale Amman), dal nome di Tolomeo II Filadelfo, il re egiziano che l’aveva conquistata cinque secoli prima. Zenone faceva il soldato e combatteva per l’impero, guidato in quell’epoca da Diocleziano. Zenone si rifiutò di adorare gli dei pagani di Roma; perse le insegne militari e venne torturato e decapitato insieme a Zena, suo servo fedele. Siamo nel 304 d.C. I nostri preti, in onore della pace e della giustizia, hanno deciso da tempo di venerare il santo denunciando gli abusi che vengono perpetrati oggi in quella terra. Dopo l’operazione militare israeliana «Margine protettivo», che nell’estate del 2014 provocò la morte di circa duemila persone a Gaza e una settantina tra gli israeliani, soprattutto militari, i sacerdoti Emanuele, Andrea, Gianluca e Alessandro decisero di scrivere sul sagrato della chiesa i nomi delle vittime del conflitto, che avevano ottenuto dall’ospedale di Gaza, proprio a fianco del monumento ai Caduti di tutte le guerre di Ambivere.

Di certo, ben pochi di voi hanno sentito parlare prima di località come Ambivere, Mapello o Valtrighe. Della ragazzina Yara Gambirasio, però, avete sentito parlare. Yara era di queste parti; venne uccisa il 26 novembre 2010 di ritorno dalla palestra, ma il suo corpo senza vita venne ritrovato solo tre mesi dopo. Yara era di Brembate di Sopra, un Comune al lato. Il primo ad essere fermato fu guarda caso uno straniero, Mohammed Fikri, ma non era stato lui. Poi si pensò ad un rapimento camorristico legato alla ditta del padre, ed anche questa pista sfumò. Le cose cambiarono per caso, raccogliendo dati sul dna della gente del posto. Fu un indagine a tappeto, che inizialmente sembrò non portare a nulla, ma poi rivelò figli illegittimi e omertà sociale[5]. Con la storia di Yara, l’idea stessa dell’onore, il mito della buona famiglia, dell’onestà e della laboriosità sono stati messi in dubbio da una miscela esplosiva di tradimento coniugale e omicidio a sfondo sessuale. I Guerinoni, coinvolti nella vicenda, sono dell’Alta Val Seriana, simbolo fino ad allora di buoni costumi e lavoro duro per sfuggire alla miseria, che ha portato frutto con le industrie spuntate lungo il fiume Serio a partire dagli anni ’60. Ci vollero quasi quattro anni per rompere il muro del silenzio sull’omicidio di Yara, e nonostante questo, il caso non è ancora chiuso[6].

«Cos’ha rappresentato il delitto Yara per questa terra?» chiedo ai sacerdoti. «La morte della ragazza ha solo prodotto paura, irrazionalità, nessuna riflessione» dice don Alessandro con il senno di poi. «Siamo in un mondo consumato dal principio dell’Io, dal primato del piacere. Hai letto Christopher Lasch?[7]» mi chiede a sua volta. Don Emanuele, che ha a che fare con molti giovani,  mentre mi accompagna all’incontro con gli studenti del liceo Federici di Trescore Balneario racconta: «In terza media, non sanno ancora prendere in mano una scopa. Gli adulti non li responsabilizzano. SI concede ai ragazzi molta libertà senza richiedere una proporzionata responsabilità. Una libertà senza costi. Ma una libertà senza costi è una libertà senza valore. Il fatto è che gli adulti hanno paura di entrare in conflitto con i minori: il senso del paterno come introduzione alle leggi del mondo e ai suoi compiti è scomparso».

«Non è meglio così?» ribatto «Abbiamo sempre vissuto in una società dominata dalla cultura maschile».

«Attenzione: parlo del paterno, non di maschilismo» fa lui, alla guida della sua auto. E racconta di TH3Lab, uno spazio di coworking creato un anno fa da giovani di Trescore, dove offrono ripetizioni scolastiche, introducono alle professionalità nell’educazione e animano i quartieri. Tutto è nato da un gruppo di giovani, ma il paese non li segue. «Che tu faccia o non faccia, la società pare percepirti allo stesso modo!» commenta il prete, che aggiunge: «Dobbiamo dare pezzi di realtà ai giovani».

«Come fare per cambiare le cose radicalmente?» mi aveva chiesto un’allieva durante la conferenza al Federici, alzandosi dai gradoni dell’emiciclo. Si parla di lavoro, corruzione, Siria e rifugiati. Fanno domande. Possibile che siano semplicemente bollabili come pazienti affetti da compiacimento narcisistico? Se è vero che siamo figli dei nostri padri, gli adulti sono più che parte del problema. Da questo punto di vista, i nostri preti si devono sentire piuttosto soli. Hanno peccato di aver scavato in un vuoto crescente di senso, dove accanto all’egoismo individuale, di cui i pulpiti delle nostre chiese parlano con frequenza, hanno raccontato di relazione tra crisi finanziaria, lavoro in contrazione e precarietà diffusa, ingiustizia sociale crescente, cultura dell’odio verso l’immigrato e colonialismo occidentale verso i paesi vicini. Troppo per chi era abituato a che la laboriosità avrebbe tenuto insieme tutto e le cose sarebbero andate avanti per il verso giusto, grazie a Dio. Non è più il tempo. I preti si stanno già preparando a fronteggiare una stagione di cambiamenti repentini. La tenda è pronta per essere montata di nuovo.

Firenze, 9 aprile 2016.

 

[1] Fabio Paravisi, «Ambivere, Quaresima in tenda per 4 sacerdoti: “Come i profughi”», in Corriere della Sera, 16 febbraio 2016.

[2] Fonte: Associazione Nazionale Comuni Italiani, 18 novembre 2015.

[3] Alex Corlazzoli, «Bergamo, Quaresima in tenda per quattro preti: “Fare di più per i profughi”», in Il Fatto Quotidiano, 13 febbraio 2016. Il giornalista riporta che, secondo la Commissione nazionale per il diritto di asilo, nel 2015 79.000 persone hanno fatto domanda di asilo in Italia. Di questi, 23.000 sono stati accolti nelle diocesi italiane: uno su quattro dei richiedenti asilo ha trovato casa in una struttura ecclesiale, arrivando addirittura a uno su due in regioni come la Lombardia e la Basilicata, o uno su tre in Piemonte. Le grandi diocesi hanno reagito in modi diversi. Nell’arcidiocesi di Milano, con mille e quattro parrocchie, sono a disposizione 400 posti letto. Nella diocesi di Roma, che dispone di 334 parrocchie, sono stati accolti circa 170 migranti, neanche uno per campanile, e in quella di Bologna, con 416 parrocchie, si arriva a soli 30 posti letto.

[4] Vedasi: YouTrend.it, che registra un ritorno della Lega alle prestazioni del 2001 e 2006 («La nuova geografia elettorale del Nord», 5 marzo 2013). Alle Europee del 2014, la Lega Nord ottenne nella provincia di Bergamo il 20,5%, figurando essere il secondo partito dopo il PD.

[5] Solamente a metà giugno 2011 isolarono tracce di dna maschile sulle mutandine della ragazzina. Per trovare tracce di un dna compatibile, si dovette aspettare fino a settembre, quando il dna ricercato venne estratto dalla marca da bollo della patente di Giuseppe Guerinoni, autista, il quale era però deceduto nel 1999. Ci arrivano perché quel dna maschile rintracciato sugli indumenti di Yara porta a Damiano Guerinoni, frequentatore della discoteca Sabbie Mobili – situata vicino al campo dove rinvennero il corpo di Yara, ed i cui clienti erano pure stati sottoposti al test dna. Damiano è innocente, ma condivide con l’ignoto assassino il ceppo famigliare per via paterna. Le indagini sul dna della famiglia di Giuseppe non portano però a nulla, quindi si pensa a un figlio illegittimo. E il figlio illegittimo viene individuato in Massimo Giuseppe Bossetti, 43 anni allora, il quale non sa nulla della sua vera paternità. La madre, sposata felicemente, nega e poi nega di aver avuto una relazione extraconiugale, consumata ventenne quando era operaia in una manifattura di Valle d’Ogna, e frequentava un bar dove gli autisti si attardavano in attesa delle operaie. Massimo Giuseppe Bossetti viene incarcerato nel giugno del 2014, due giorni dopo aver identificato la madre tra tutte le donne con cui il Guerinoni era entrato in contatto a qualunque titolo nella sua vita. Fu un altro autista, amico del Guerinoni, a fare quel nome. Anche Ester, questo il nome della madre, due anni prima era stata sottoposta al controllo del dna, ma per qualche ragione, non era stato utilizzato. La ricostruzione è tratta da: Antonio Giangrande, Yara Gambirasio, il delitto di Brembate: Massimo Bossetti colpevole per antonomasia, 2016.

[6] Il processo è ancora in corso, il presunto colpevole non ha confessato. La scienza ha forse sbagliato? E se avesse sbagliato, chi diavolo sarebbe l’assassino?

[7] Christopher Lasch è sociologo, ed autore di La cultura del narcisismo, 1979.

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