L’Italia che incontro attorno alle presentazioni di «Riscatto mediterraneo».

Pensavo che San Salvo fosse sul mare, ne ero convinto mentre scendevo dal treno alla stazione di Vasto-San Salvo, ed invece non lo è, ma lo è la sua appendice di San Salvo Marina. La stessa stazione è piantata in mezzo alla campagna. Ero stato l’anno precedente a Vasto, che pure raggiunge il mare attraverso la sua Marina, e non avevo realizzato che tutte le cittadine storiche dell’Abruzzo che scivola verso il Molise sono arretrate rispetto alla costa e profondamente radicate alla loro terra.

«Ora, però, la cittadina si sta sviluppando lungo la strada che porta verso il mare, e presto sarà una sola cosa, senza soluzione di continuità» dice Oreste Ciavatta. Oreste raggiunge la spiaggia con il cane ogni mattina in cui se lo possa permettere, e questa è una di quelle. San Salvo è l’ultimo comune abruzzese prima del Molise, la frontiera corre lungo il fiume Trigno. A pochi forse questa località dice qualcosa, eppure è una di quelle località italiane che, invece di perdere popolazione, la sta guadagnando, e se negli anni sessanta contava quattromila abitanti, e nel 2001 poco più di diciassettemila, ora ne conta già più di ventimila[1]. Ma cosa ha reso questo insediamento attraente finora? No, non è l’industria estiva del mare, ma l’industria tout court, o meglio l’indotto dell’industria automobilistica.

Vi è la Denso Manufacturing (ex-Magneti Marelli Manufacturing), la Robotec che produce accessori per auto, la Nippon Sheet Glass ex-Pilkington Automotive ex Società Italiana Vetro che fa i vetri delle auto, la Ilmet Vetro che fa componenti per vetri delle auto, la Girsud che fa parti di ricambio per carrozzeria di autoveicoli. È questa la fortuna metalmeccanica di un’industria del Mezzogiorno che ancora non è morta, e che è legata in parte anche alle commesse della Fiat di Melfi. Oggi il Comprensorio di Vasto-San Salvo – nonostante la riduzione dell’occupazione – appare come uno dei modelli più riusciti di industrializzazione. La crescita economica ha raggiunto un buon livello e l’occupazione nell’automotive tiene, seppur facendo ricorso a meccanismi di solidarietà[2]. Turismo, agricoltura e servizi hanno beneficiato del «volano» dell’industria.

I tempi, però, stanno cambiando, e la cittadina guarda un poco più al mare e meno a agricoltura e industria legate alla trasformazione del territorio e alle macchine. E questo guardare al mare non è solo in relazione con il turismo, per quello che può dare un tratto di costa adriatica come altre, bensì all’immigrazione. O meglio, all’accoglienza di chi arriva per fuggire miseria e oppressione. Di questo parliamo mangiando in una trattoria Oreste, Sergio ed io, dopo la presentazione del libro. Oreste si occupa anche di sociale ed ha cominciato a lavorare in questo settore grazie a Vincenzo Castelli e alla Comunità di Capodarco, rete senza fini di lucro nata a Fermo, nelle Marche, esattamente cinquant’anni fa, e che iniziando ad occuparsi di disabili, ha ampliato lo sguardo verso i poveri e gli emarginati in senso lato, lottando per una liberazione integrale di questi soggetti. Oreste ha creato la Akon Services / Sociale, si occupa di progettazione e di gestione di interventi sperimentali nel settore sociale. In questa veste, collabora con organizzazioni profit e non profit, con pubbliche amministrazioni, istituti di ricerca, scuole e università in ambito regionale e nazionale.

«Con l’accoglienza, cambia pelle una parte del tessuto ricettivo locale» mi spiega Oreste, che guarda con attenzione e prudenza l’esplosione del settore connesso all’emergenza sbarchi. È un consorzio, chiamato Matrix, il soggetto più importante che qui gestisce l’emergenza dell’accoglienza. Dal Napoletano, ha allargato la sua area di azione verso l’Abruzzo, riconvertendo strutture ricettive della costa e dell’interno per fare accoglienza temporanea. Ha rilevato un B&B nel centro di San Salvo, l’hotel Vittoria di Carunchio, un’ex-collegio religioso nella valle del fiume Trigno e l’agriturismo Il Bosco degli Olivi a Fonte Puteo per dedicarli all’accoglienza temporanea. Gestisce anche altri ex-alberghi, come a Torino di Sangro e Schiavi di Abruzzo[3], o nei pressi del casello autostradale di Vasto Nord[4]. In queste strutture, alloggiano gli immigrati dell’ultima ondata di arrivi in attesa di conclusione della procedura di riconoscimento del diritto di asilo. Se tutte le strutture ricettive non gettonate sparse sul territorio venissero riciclate nell’accoglienza, sarebbe un affare più che interessante, ma da monitorare costantemente[5].

Felicia Zulli mi introdurrà in occasione della presentazione del libro, la sera del 10 febbraio. Inizia quella sera un rassegna intitolata Have a Nice Book, a cui parteciperanno in serate successive altri autori.  Siamo al Centro culturale «Aldo Moro», un edificio enorme, con sala-teatro, sala-conferenze, biblioteca, spazio espositivo ed altre infrastrutture. È un complesso forse spropositato per la vita culturale di San Salvo. Bello, prezioso di questi tempi, ardito architettonicamente, una struttura in parte circolare, incassata sotto il piano strada. Un oggetto di quando i denari comunali erano abbondanti. Per tanti anni, la sua gestione è stata comunale, ma le potenzialità della struttura negli ultimi anni, con la riduzione degli organici comunali, non erano state utilizzate pienamente. Oreste, Felicia e gli amici di Akon ne hanno ottenuto la gestione alla fine del 2014 per cercare di ridargli vita. E da allora stanno cercando di far ripartire una nuova stagione socio-culturale. «Per noi, però, è ancora difficile, perché gli abitanti di San Salvo si erano allontanati da questo centro, per molto tempo trascurato nella sua vocazione di fabbrica di cultura» spiega Felicia. «Stiamo cercando di ridare al Centro la connotazione di spazio di cultura e partecipazione attiva per i giovani e le famiglie sansalvesi e del comprensorio». Ora il Centro ospita concerti, rassegne cinematografiche d’essai, eventi letterari, e laboratori teatrali e musicali. Quando proietto «Une histoire syrienne» di Samer Beyhum, mi si avvicina Pino, che stava alla cinepresa, e mi dice: «Dobbiamo far vedere questi film a più gente possibile. Dobbiamo sollevare le coscienze». Lui, è uno dei collaboratori del Centro.

Lo stesso film lo proietterò l’indomani al liceo Guglielmo Marconi di Pescara, di cui sarò ospite per iniziativa del regista teatrale Domenico Galasso; alla fine della proiezione, il preside del liceo, il prof. Florideo Matricciano, si metterà a piangere e dirà qualcosa di forte ai suoi studenti sul senso della vita, sulla necessità di uscire e liberarsi dai gioghi. «Lo vedi questo preside?» commenta Domenico «È  un preside illuminato! Anzi… Un illuminato che fa il preside!».  Siamo tutti della stessa generazione, e ci ricordiamo dell’occupazione studentesca degli inizi degli anni ’90, che andò sotto il nome di Pantera nera. A Domenico, viene in mente una poesia di Rainer Maria Rilke sulla pantera rinchiusa nella gabbia del giardino zoologico di Parigi, i cui sogni si spengono dietro lo scorrere continuo delle sbarre[6].

Soltanto a tratti si alza, muto, il velo delle pupille.
Allora un’ immagine vi entra, si muove
Attraverso le membra silenziose e tese
E va a spegnersi nel cuore.

dice la poesia a proposito della pantera. Avrei voluto incontrare uno degli operai del comparto metalmeccanico sansalvese per sapere cosa pensa del mondo che cambia, della sua industria che sopravvive, degli immigrati, del futuro dell’economia, delle idee che muoiono dietro le sbarre, ma non ne ho avuto l’occasione. Per me, è stata un’occasione perduta, e la colpa è mia. A San Salvo, mi sono reso conto con più chiarezza che vi sono mondi paralleli in movimento in molte delle nostre città e cittadine, e questi mondi non si incontrano, tranne che su un punto: non sanno chi vincerà e chi perderà nel futuro prossimo. Così, c’è chi punta sul risveglio culturale, e vive bene anche senza arricchirsi, chi è convinto che andremo sempre in automobile, e chi punta sul guadagno anche in nome dell’accoglienza. Non siamo tutti uguali in questa vita.

Pisa, 5 aprile 2016.

 

[1] Fonte: Dati ISTAT, ottobre 2015.

[2] Il Comune di San Salvo ha creato alla fine di febbraio 2016 un osservatorio sull’occupazione.

[3] Fonte: http://www.consorziomatrix.it .

[4] «Vasto, una cinquantina di profughi ospitati nell’hotel Continental», Il Nuovo Online, 30 giugno 2015.

[5] Faccio allora due conti pensando alla questione. La legge concede 35€ / giorno per ospite, ammontare che va alla struttura di gestione. Prendiamo un mese, immaginando che la struttura ricettiva funzioni a pieno regime con cinquanta posti-letto:

– due mediatori fanno 3.000€,

– due cuochi diciamo 3.600€,

– 3.000€ per le pulizie,

– i pasti non costano più di 3€ a testa, diciamo pure 8€/giorno/ospite, e dunque 12.000€ al mese,

– il resto è pocket money per gli ospiti, 2,5€/giorno/ospite, più una carta telefonica di 15€ una tantum, e dunque 3.750€ più 750€ al mese, ovvero 4.500€.

Il gestore riceve mensilmente 52.500€ (1.750€/giorno), ma ha una spesa di 26.100€. Ovvero, le spese incidono per circa il 50% sulle risorse disponibili. Facciamo pure che le spese mensili si aggirino sui 35.000-40.000€ per considerare il costo del lavoro della società di gestione, l’affitto della struttura, la fornitura di biancheria e abbigliamento adeguato alla stagione, i prodotti per l’igiene personale. Il margine di guadagno mensile sarebbe comunque tra il 35% e il 25%. Ci sono trecento e quattro comuni in Abruzzo, alcuni veramente infimi come quello di Fallo, con 133 abitanti. Le strutture ricettive sottoutilizzate sono molte e diffuse: insomma, un buon terreno di investimento. Per una stima sulla ripartizione media dei costi in una struttura, vedasi: «Presenze, costi, strutture. I numeri dell’accoglienza dei migranti in Italia», in Redattore Sociale, 27 novembre 2015.

[6] R.M. Rilke, Der Panther, 1903, traduzione di Gina Sfera.

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