L’Italia che incontro attorno alle presentazioni di «Riscatto mediterraneo».

Liegi è una città attraversata dalle maestose acque della Mosa. Al centro, il fiume forma un’isola, su cui si trova il vivace quartiere dell’Outremeuse, l’Oltre Mosa. È in una delle vecchie case del quartiere che ha la sua sede L’aquilone, un’associazione creata dagli immigrati italiani, soprattutto provenienti dalla Sicilia. Mentre i volontari preparano il salone per adibirlo a trattoria, come è d’uso ogni fine-settimana, è già possibile visitare la mostra fotografica sugli abitanti dell’Outremeuse, che si sviluppa lungo le pareti del salone. Un panorama di razze, colori e mestieri differenti si offre davanti al visitatore. Di questa commistione che facilita il sentirsi isolani, sebbene nel centro di una grande città, L’aquilone è il figlio legittimo, e non potevano che essere delle persone originarie di un’isola molto più grande a concepirlo come il luogo dove coltivare un’identità plurale. All’ingresso del cortile interno che ospita l’associazione, il palestinese Mājid sta aiutando a sistemare il locale facendo lavori di falegnameria. Ha sentito che presenterò un libro sul Mediterraneo e mi ferma per interrogarmi. È originario di Gifnā, un villaggio prevalentemente cristiano situato nella valle sottostante Bīrzeit, a nord di Ramallah. Quando studiavo all’università di Bīrzeit, andavo a ristorarmi in una piccola piscina di Gifnā. Mājid mi dice che è di suo cugino, e così Outremeuse chiude un altro cerchio.

L’anima dell’Aquilone è Nicola Briale, trapanese. È in Belgio da più di trent’anni, e la sua storia merita di essere ricordata. Ama la sua terra, e voleva difenderne la cultura, aprendo un centro di attività artistiche e culturali. Così fece a Xitta, dove viveva, una frazione di Trapani nei pressi delle saline, forse l’unica località italiana che inizia con la lettera x, a tradirne i legami con la Magna Grecia. Comune autonomo fino al 1868, fu accorpato a Trapani a causa delle gravi difficoltà di cassa. Xitta salì alle cronache della ribalta nel 2012, quando il parroco don Vito annunciò durante un’omelia: «Mi sono innamorato, e aspetto un figlio».

Ebbene, Nicola era un militante del Partito comunista, un coraggioso precursore del contrasto alla Mafia. Quel centro che aprì nel 1975 rompeva l’omertà che avvolgeva il paese in una cappa di sudditanza e di paura, parlando di cultura, d’arte, di musica, politica e partecipazione sociale, del ruolo delle donne, ancora rinchiuse a casa. Lui, aveva sudato sette camicie per portarlo avanti, ma il centro faceva paura ai politici locali e ai loro padrini, che lo costrinsero a chiudere qualche anno più tardi. Quando venne ucciso Peppino Impastato, Nicola si ribellò alla tesi difesa da alcuni quadri del PCI locale, secondo cui si fosse trattato di un delitto di gelosia. Non poteva sopportare la menzogna, e ancor meno la condiscendenza alla criminalità organizzata all’interno del suo partito. In quel periodo, apparve una Giulietta bianca, che sovente si faceva trovare sotto casa sua. Era un segnale di avvertimento, a lui decidere se insistere nella sua rettitudine e fare la fine di altri, oppure se andarsene. Se ne andò, a tentare la sorte, come i siciliani di due generazioni precedenti, quelli che fecero la fortuna delle miniere belga. E quel centro culturale che gli fecero chiudere a Xitta riprese vita a Outremeuse.

Poi è apparsa l’ultima generazione di siciliani coraggiosi, quella di Domenico Simone e Marzia Finocchiaro. Sono arrivati quasi sei anni fa, e si sono inventati una nuova vita. Marzia cogliendo un’opportunità del Ministero degli Esteri, riservata a docenti di ruolo, per andare ad insegnare lingua e cultura italiana proprio nei paesi di maggiore immigrazione italiana, al fine di coltivare il legame con la lingua della terra d’origine di molti di loro. Domenico, come suo sposo, per seguire la donna amata e immaginare una nuova carriera. Domenico fu per anni una delle anime dell’ARCI di Catania, appassionato amatore e promotore del cinema italiano attraverso UCCA, l’Unione dei circoli cinematografici ARCI, con cui collabora ancora. Marzia è stata invece una delle fondatrici de La Rete, insieme a Claudio Fava e Leoluca Orlando. Ricorda ancora delle riunioni carbonare che tenevano a casa sua, in quegli anni fertili di effervescenza civile, e non scarta l’idea di riprendere, una volta ritornata, l’intrapresa politica da nuove basi. Attorno all’Aquilone, vi sono evidentemente anche i vecchi, quelli che scapparono la miseria nel Dopoguerra, come il presidente dell’Associazione dei Siciliani di Liegi, il dott. Giuseppe Chiodo. A fine serata, mi si avvicina e mi propone: “Facciamo un evento sul Mediterraneo a Marcinelle!”. A Marcinelle?

La tragedia di Marcinelle fu esempio di come una nuova popolazione di lavoratori migranti potesse alimentare la consapevolezza sindacale, il senso di unità e lo spirito di solidarietà. Il disastro di Marcinelle avvenne la mattina dell’8 agosto 1956 nella miniera di carbone Bois du Cazier. Per un’incomprensione tra minatori, un’ascensore tranciò dei cavi elettrici. Una scintilla scatenò un incendio, causato dalla combustione di olio ad alta pressione. Il fumo si infilò nella conduttura d’aria principale, riempiendo gli spazi aerati della miniera e uccidendo 262 su 275 minatori presenti in quel momento, per lo più di origine italiana. L’immigrazione italiana in Belgio fu il risultato di un accordo governativo bilaterale firmato nel 1946, al fine di portare 50.000 lavoratori italiani nelle miniere del Regno, in cambio di un prezzo vantaggioso sul carbone belga esportato in Italia. Gli obiettivi di questo accordo erano diversi: prima di tutto, la necessità per il Belgio di ricostruire la sua economia del carbone, di fronte alla non-disponibilità della forza lavoro belga a infilarsi nei cunicoli delle miniere; in secondo luogo, la necessità di pilotare strategicamente l’emigrazione italiana che sembrava proseguire spontaneamente, soprattutto dopo la fine della guerra, in modo da servire gli interessi nazionali; in terzo luogo, un simile accordo sarebbe servito a ridurre il malessere sociale in Italia e placare i movimenti per i diritti dei lavoratori, portando un numero consistente di forza lavoro maschile non occupata al di fuori del Paese (cosa che avrebbe indebolito in questo modo anche le forze socialiste italiane).

Nominato come “braccia contro carbone”, l’accordo faceva sì che i lavoratori italiani potessero raggiungere la Vallonia e le Fiandre in treno, dopo aver superato gli esami medici in Italia prima di salire a bordo. «Il viaggio dall’Italia al Belgio dura in ferrovia solo 18 ore» dichiarava il bando pubblicato in italiano dalla Federazione carbonifera belga. Le condizioni stabilite nei contratti di lavoro erano estremamente precise, i lavoratori erano costretti a lavorare almeno cinque anni nel settore minerario prima di essere autorizzati a cercare «qualcosa d’altro», e in caso di violazione del contratto erano costretti a tornare in Italia, dove potevano rischiare anche la detenzione. Ma quel manifesto della Federazione carbonifera belga non lo diceva, ed elencava solamente i vantaggi sociali e la remunerazione offerta, senza menzionare gli obblighi vincolanti. «Operai italiani! Condizioni particolarmente vantaggiose vi sono offerte per il lavoro sotterraneo nelle miniere belghe» acclamava il manifesto. Il disastro cambiò lo scenario. I sindacati alzarono la voce, generando una nuova ondata di solidarietà della classe operaia belga nei confronti dei lavoratori italiani. Un vivace dibattito scoppiò attorno alle responsabilità della Comunità europea del carbone e dell’acciaio, esponendo la debolezza e l’inefficacia di diversi sindacati nell’ambito del processo di integrazione europea e del contesto socio-economico proprio della Guerra fredda[1]. A causa della reazione scandalizzata della popolazione italiana dopo la tragedia, dei comunicati sempre più frequenti delle organizzazioni sindacali di fronte alla elevata frequenza con cui gli incidenti accadevano nelle miniere del Belgio, il governo italiano fu costretto dopo Marcinelle a interrompere l’enorme esodo di operai italiani verso il Belgio. E la ruota riprese a girare. La sindacalizzazione dei lavoratori italiani e il ritorno di molti di loro in patria portò il Belgio a cercare forza lavoro altrove. Fu l’inizio delle migrazioni nordafricane e mediterranee: toccava ai marocchini, agli spagnoli o ai turchi fare la gavetta dell’immigrato e subire ritorsioni e pregiudizi[2].

Nonostante le condizioni deplorevoli in cui i minatori lavoravano, solo dopo la terribile tragedia di Marcinelle fu finalmente introdotta nelle miniere del Belgio la maschera antigas, così come più severe norme di sicurezza sul lavoro. Il sacrificio italiano non solamente portò ricchezza e diritti ai belgi, ma anche un diverso gusto per la vita, anzi un vero e proprio nuovo stile di vita. «Quando i belgi della stessa classe sociale portavano ancora gli zoccoli, i migranti introducevano l’uso delle scarpe di pelle e cuoio. Si organizzavano partite di calcio tra i minatori, e i cantanti italiani contribuivano a rinnovare la musica leggera locale e a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla vita dei migranti, come ad esempio nel caso di Rocco Granata, il figlio di un minatore, noto per la canzone Marina» spiega Domenico. Non parliamo poi del caffè – «Ormai, qui a Bruxelles i belgi bevono solo espresso, non più il triste caffè di una volta» mi racconta Wim Embrechts, direttore del centro culturale e imprenditoriale Platform Kanal. E non parliamo infine del penultimo primo ministro belga Elio di Rupo. O dei Diables Rouges, la nazionale di calcio multietnica, considerata una delle più forti attualmente.

Il giorno dopo la presentazione del libro con L’Aquilone, andiamo a parlare di migrazione in una scuola superiore, il collegio Saint-Hadelin di Visé, dove anche la direttrice è di origine italiana. Per raggiungerlo, siamo nei pressi del confine con i Paesi bassi, percorriamo una strada a scorrimento veloce che segue per un tratto la generosa Mosa nella sua lenta corsa verso il mare del Nord. Ad un certo punto, notiamo una gigantesca statua di re Albert, che segnala il punto di partenza del canale che collega il porto fluviale di Liegi con quello marittimo di Anversa, un’opera inaugurata nel 1939. La figura imponente di Albert I è un’opera di Louis Dupont ,che ricorda le architetture del socialismo reale, poderose, essenziali e portatrici di un’idea di progresso e di progetto sociale attraverso il lavoro. È pure durante la reggenza di Albert I che si inaugurano nel 1910 l’esposizione universale di Bruxelles e il museo del Congo belga nel parco di Tervuren, lustro dell’affermazione economica e coloniale del Regno.  Marzia e Elsa, l’insegnante della scuola con cui Marzia collabora in seno ad un corso di «Scienze sociali», hanno distribuito agli allievi un istruttivo fascicolo con i numeri della crisi dei rifugiati attuale. Quando il dibattito con gli studenti si sposta sull’interrogativo: «Perché vengono qui?», mi viene un’idea – ricordare un passaggio dello scrittore e viaggiatore inglese Bruce Chatwin. Nel suo straordinario racconto sugli aborigeni The Songlines, Chatwin spiega perché i bambini si tranquillizzano quando sono coccolati con un movimento cadenzato[3]: è il ritmo che viene dalle origini del genere umano, quando gli esseri umani erano nomadi, e le donne pecorrevano lunghi tragitti a piedi anche durante la gravidanza, oppure portavano le loro creature afferrate al petto durante la migrazione, che era un fattore essenziale per la sopravvivenza e il senso profondo dell’esistenza delle donne e degli uomini di quell’epoca. Il movimento, quindi, come fattore di sviluppo dell’umanità, e come fonte di vita e di progresso. Questa immagine della migrazione che riporta alla storia biologica del genere umano ci ha aiutato a cambiare approccio durante la lezione, così come a rendere lo scambio più intimo di fronte ad una domanda così insidiosa quale: «Perché vengono qui?»

Quella domanda se la fecero anche nel Dopoguerra, all’arrivo della manodopera italiana diretta alle miniere. È la stessa domanda che ci poniamo in Italia oggi, quando veniamo sollecitati dal fenomeno degli sbarchi clandestini. La risposta è semplice. Alcuni fuggono dalla guerra e dall’oppressione, altri tentano la fortuna, alcuni sono attratti dallo standard di vita europeo, altri sono colpiti da severe calamità climatiche. Tutte queste ragioni sono le stesse che hanno mosso gli esseri umani nella storia alla ricerca di speranza, cibo, lavoro o sicurezza. Tuttavia, ogni volta che una nuova ondata di migranti ci riguarda da vicino, un dibattito virulento su accoglienza o rigetto si scatena. In Belgio, solo ora i suoi abitanti si rendono conto di quanto il loro Paese sia diventato dinamico, moderno e plurale grazie a quegli esseri umani in spostamento. A Liegi, la risposta a quella domanda sta nella vitalità di un quartiere come Outremeuse, che anche oggi continua ad accogliere nuovi arrivati, siciliani inclusi. «La mia vita ormai è qui» dice Nicola «e la mia missione è di raccontare le culture in esilio e la loro forza ed energia, che – dove si incontrano – trasformano la realtà». Quando pensa alla sua terra trapanese, ricorda le piccolezze e le cattiverie che lo allontanarono, e che ancora in una certa misura resistono ai tempi moderni.

Domenico e Marzia, invece, sanno che torneranno. Non servono più 18 ore per raggiungere l’Italia, basta un volo low-cost della Ryanair; il senso delle distanze è cambiato. Avevano lasciato l’Italia del terzo millennio per un nuovo percorso professionale e umano, hanno dovuto praticare nel quotidiano un’altra lingua, abituarsi ad un altro clima e costruire nuove relazioni sociali. Chissà cosa pensano del loro ritorno in Italia, chissà se questa idea li spaventa. È la domanda di molti italiani espatriati di recente per fuggire lacci e lacciuoli che li avevano immobilizzati nel loro Paese. Nel 2014, gli espatri sono stati 101.297, con una crescita del 7,6% rispetto al 2013[4]. Pare anzi che la maggioranza dei giovani italiani sotto i 32 anni, oltre il 61%, sia pronta a emigrare all’estero per cercare lavoro. E nove su dieci sono convinti che ormai lasciare la Penisola sia una necessità[5]. Ci vorrebbero mille Outremeuse per fare degli italiani che volessero tornare un esercito pacifico, ma deteminato a trasformare il Paese lasciato, così come è stato trasformato il Belgio.

Firenze, 18 marzo 2016.

 

[1]See Jean-Marie Pernot, “Une université européenne du syndicalisme? L’Europe des syndicats”, in Politix, vol. 11, no. 43, 1998.

[2]Queste le date degli accordi carboniferi del Regno del Belgio successivi al disastro di Marcinelle: Spagna 1956, Grecia 1957, Marocco e Turchia 1964, Tunisia 1969, Algeria e Yugoslavia 1970.

[3]Bruce Chatwin, The songlines, Penguin, Londra, 1987, pag. 234.

[4]Fonte: Fondazione Migrantes, 2015.

[5]Fonte: Istituto Giuseppe Toniolo, 2015.

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