≪Se abbiamo imparato da Tunisi e dal Cairo che la questione del potere può porsi d’improvviso, nel giro di pochi giorni, dalla Sinistra latino-americana abbiamo imparato che la risposta a questa questione richiede decenni.≫ Questo stava scritto su un volantino diffuso da uno dei gruppi che avevano convocato Blockupy Frankfurt 2013. Ebbene, la tappa successiva alla rivolta è la strategia, la tappa successiva alla rabbia la rete, e quella successiva alla protesta locale lo scambio transnazionale. Tra Europa e Mediterraneo, questo bisogno non solo si è manifestato, ma si è anche cristallizzato in espressioni simboliche e, in alcuni casi, in tentativi di organizzazione oltre le frontiere.

In questo capitolo vorrei raccontare di alcune e alcuni di loro. L’8 giugno 2013 attenderò a lungo che i primi attivisti appaiano a Syntagma Square, nel centro di Atene, per manifestare la loro solidarietà con i cittadini turchi che protestavano a piazza Taksim. Il poeta Costis Triandaphyllou aveva pubblicato un manifesto che diceva: ≪Finalmente abbiamo dei buoni vicini!≫.

Aveva risposto all’appello rivolto dai ragazzi di Taksim a quelli di Syntagma e Tahrīr perché manifestassero la loro solidarietà, e aveva diffuso a migliaia di contatti un invito elettronico a presentarsi a piazza della Costituzione alle ore 19. A quell’ora, eravamo in quattro o cinque. Certo, la scelta dell’orario non era stata felice: nello stesso momento si incrociavano la festosa parata cittadina del Gay Pride e la marcia degli arrabbiati dell’Alter Summit, e un incontro degli indignati ateniesi aveva simultaneamente luogo altrove. ≪Abbiamo installato il microfono, ma siamo ancora in pochi≫ diceva, mentre il Gay Pride faceva il giro per ritornare verso la piazza da via Vasilissis Amalias.

Quando Costis se ne andò, vidi finalmente riunirsi sotto gli alberi due o tre decine di manifestanti, con musica diffusa attraverso degli amplificatori di modeste dimensioni e lettura di proclami brevi. ≪#OccupyFear≫ era l’adesivo che incollavano sui manifesti del Comune di Atene per la Giornata della Terra. Fu un po’ la rappresentazione di quanto c’era ancora da fare per connettere i movimenti.

Emel Kurma, la coordinatrice della sezione turca di Helsinki Citizens’ Assembly, mi aveva mandato in quei giorni un’email arrabbiatissima per quanto stava succedendo al parco Gezi di Istanbul: ≪Erdoğan vuole costruire a Taksim. Ha iniziato con un centro commerciale, poi un albergo, poi un complesso residenziale. Vuole fare di quest’area pubblica un distretto privatizzato a ogni costo, così che diventiamo tutti consumatori che visitano nuove strutture invece di cittadini che frequentano un parco pubblico≫. Emel era rimasta sconvolta dalla durezza usata dalle Forze dell’ordine nei confronti degli occupanti del parco Gezi, e come molti turchi si augurava che le manifestazioni di solidarietà internazionale si moltiplicassero. ≪Il partito del primo ministro lavora nei municipi come un’impresa di costruzioni, per convertire ogni centimetro di terreno in una struttura commerciale o alberghiera: hanno sposato appassionatamente il capitalismo globale≫ aveva aggiunto.

Lo stesso movente della solidarietà internazionale portava in quei giorni ad Atene qualche centinaio di persone ad assistere all’Alter Summit del 7-8 giugno 2013. Per raggiungerlo, dovevi risalire la città con il trenino della linea verde e scendere alla stazione Irini, entrare nel Parco olimpico ridisegnato dall’architetto spagnolo Santiago Calatrava, passare sotto una spettacolare galleria del vento in acciaio bianco e scendere verso il velodromo.

[…]

Uno degli obiettivi del vertice alternativo era di promuovere una campagna di solidarietà internazionale nei confronti della Grecia, chiamata Solidarity for All, che include la distribuzione di medicinali, vaccini, alimenti e latte per bambini, la messa in rete delle iniziative di solidarietà già esistenti, così come la mobilitazione politica e la sensibilizzazione sociale. Era dai tempi della guerra in Bosnia che non veniva concepita una tale campagna in favore della popolazione di un Paese europeo. Ovvero: siamo di nuovo in guerra. E la cosa interessante di questa campagna è che rappresenta il tentativo di praticare alternative dal basso alla politica di austerità, oltre le frontiere nazionali.

[…]

La mia opinione è che di una rete di solidarietà politica e sociale come questa vi è certamente bisogno, ma che deve aprirsi ad altre realtà non ancora o diversamente politicizzate, se vuole fare breccia nella società. L’immagine della Marcia dell’Alter Summit che arrivava a piazza della Costituzione con propositi rivendicativi quell’8 giugno, e che davanti al Parlamento greco doveva farsi da parte per fare passare l’incontenibile massa festante della parata Gay Pride, sembrava voler dare qualche lezione. La delegazione della Marcia mondiale delle donne gridava con furore: ≪Femmes unies contre le patriarcat, le capitalisme et la Troika≫, mentre i carri del Gay Pride invadevano di musica il centro, rilassando la disciplina perfino tra le fila dei poliziotti. I belgi della Centrale nationale des employes saranno i primi a capire l’andazzo, e come bambini si butteranno a terra sotto un lunghissimo striscione arcobaleno, lasciandolo sfilare a suon di fischietti e tamburelli.

Il tallone di Achille di questo primo tentativo di rete tra movimenti sociali contro la crisi, però, è stato la sua vision eurocentrica. È vero che molti hanno manifestato a parole la loro solidarietà con i ragazzi del parco Gezi, ma il silenzio sulla Siria – e Damasco è piu vicina ad Atene di Berlino o Bruxelles – era insopportabile. Durante la plenaria, non una sola parola, a parte il passaggio di una turca che, opinando sulle recenti esplosioni alla frontiera con la Siria, non manifestava particolare simpatia con la rivoluzione siriana. Com’è possibile parlare di solidarietà internazionale e di lotta al capitalismo quando la gente muore sotto le bombe? Che cosa significa essere di Sinistra se non abbracciare e consolare la sofferenza di coloro le cui aspirazioni alla libertà e alla giustizia vengono barbaramente calpestate, dovunque esse si manifestino?

Aspirati dalla tromba d’aria che imperversa sulla Grecia, mancava qualcosa a questa prova di forza degli attivisti riuniti ad Atene.

[…]

Ci sono due dimensioni che meritano un approfondimento rispetto alla questione del fare rete tra i movimenti sociali nel Mediterraneo. La prima riguarda la creazione di un’infrastruttura che possa assicurare un flusso di conoscenze e pratiche tra diversi gruppi e lotte per il progresso sociale. Quest’esigenza è stata manifestata in numerose sessioni durante il Forum sociale mondiale che si è celebrato a Tunisi nel marzo 2013. Nonostante periodiche riunioni di attivisti, non vi è ancora uno spazio continuo per analizzare collettivamente, formare professionalmente, pensare strategicamente o programmare azioni congiunte. La società civile non ha a disposizione spazi dove il contributo che iniziative di terreno hanno prodotto per il cambiamento sociale possa essere comunicato al grande pubblico o alla comunità di attivisti in senso lato.

[…]

La casa, la terra, mi portano alla seconda riflessione sul fare rete: quella di collegare la città alla campagna, di fare in modo che lo spirito della ribellione e della dignità non resti confinato entro le mura urbane, e che quello della solidarietà e della moderatezza dai campi penetri nei quartieri affollati. Qualcuno potrà pensare che questa riflessione non c’entri nulla con questo capitolo, eppure ho pensato che la questione dovesse essere sollevata proprio qui. La città e la campagna devono tornare a interagire in modo politico. Abbiamo visto in Egitto come una rivoluzione strettamente urbana abbia faticato a sopravvivere al riflusso conservatore incoraggiato non solamente dai militari, ma anche dalle fazioni islamiste, tradizionalmente forti nelle aree rurali del Paese. E vediamo dappertutto come, senza una riflessione di fondo sullo sviluppo autocentrato e sulla valorizzazione sostenibile delle risorse del territorio, la crisi continuerà a imperversare sulla riva settentrionale come su quella meridionale del Mediterraneo, proponendo le solite forme di investimento fondato sulla rapina e sull’espropriazione delle risorse naturali e della forza-lavoro locali. Affrontare la questione della relazione città e campagna è dunque una scelta per il cambiamento sociale, e deve far parte dell’agenda di un movimento sociale per il progresso. Questo mi ha insegnato un personaggio umile come il professor Christos Kamenidis. A molti di voi questo nome non dirà nulla, e così era per me finché non l’ho conosciuto; di passaggio a Bruxelles, riuscii a portarlo a Lussemburgo per poche ore, a una riunione di attivisti euro-arabi, perché raccontasse quello che aveva fatto. Lo chiamarono il padre del Movimento delle patate, e sfido chiunque a trovare qualcuno che lo prenderebbe per un complimento. Quello che fece fu molto semplice.

≪Siete pronti a condurre una rivoluzione?≫ chiese ai suoi studenti nel gennaio del 2012, alla facoltà di Agraria dell’università Aristotele di Salonicco. Quando spiegò di cosa si trattava, risposero entusiasticamente: ≪Sì, siamo pronti≫. Allora iniziò a pianificarla.

Qualche settimana prima, aveva sentito che c’era un problema in due località famose per la produzione di buonissime patate gialle, Ano Vrontou (provincia di Serres) e Kato Nevrokopi (provincia di Drama), situate a circa centoventi chilometri da Salonicco: da quattro mesi, nessuno comprava le patate, perciò il professor Christos fece una ricerca. ≪I grossisti volevano speculare mettendo in difficoltà i produttori, per costringerli a vendere per meno≫ scoprì. ≪La circolazione delle patate era controllata dalla grande distribuzione. Allora pensai di fare qualcosa di simile a quanto avevo fatto nel 1991, quando ero presidente della Cooperativa di consumatori di Salonicco, collegando produttori e consumatori. In quell’epoca si trattava di una cooperative di agricoltori che vendeva a una cooperativa di consumatori; ora non esiste più.≫

Il professor Christos decise di sperimentare un altro meccanismo e si mise d’accordo con il preside della facoltà: ≪Ci sistemammo di fronte all’amministrazione, dentro il campus; l’appuntamento era per il 2 marzo 2012. Il primo invito lo diffondemmo per email. Avevo paura di fallire≫ mi confida. Insomma, si misero a vendere patate all’università. Spiegavano che si potevano ordinare per posta elettronica o per telefono, specificando la quantità di patate richiesta. Il professor Christos aveva previsto cinque tonnellate di patate per il primo giorno; ne arrivarono ordini per cinquanta! Fu un assalto: si presentarono in centinaia, forse mille. Le patate erano molto economiche. Il produttore ne vendeva un chilo a 25 centesimi di euro, mentre sul mercato si vendevano ad almeno 75 centesimi. La cosa durò per due settimane, poi, a causa dell’eccessivo affollamento, dovettero spostarsi sulla piazza del teatro Dassos.

E alle patate si sono aggiunte le cipolle, poi il riso, poi le olive: ≪Mi chiamavano tutti≫ racconta il professore. Il Movimento delle patate ispirò tutta la nazione, e molte delle iniziative di solidarietà presenti all’Alter Summit ne sono le eredi: ≪Niente intermediari≫ è il loro motto.

[…]

Anche mettendo insieme i contadini si può fare la rivoluzione, e se la campagna può salvare la città dalla fame e dalla tristezza, la città può favorire la crescita della cultura dei diritti tra le anime della campagna.

Si può fare rete per lottare insieme secondo più modalità, l’importante è che tutti coloro che stanno nella rete ne beneficino, perché non c’è alleato migliore dell’ingiustizia che l’isolamento. Di reti c’è bisogno, e se siamo ancora a metà strada, o se mancano ancora alcuni pezzi, ricordiamoci di quel motto di Esopo, che ho ritrovato scritto su una saracinesca chiusa del centro di Atene: ≪L’union fait la force≫. L’unione fa la forza.

(capitolo: Reti di mutuo soccorso e reti a metà strada)

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