L’Italia che incontro attorno alle presentazioni di «Riscatto mediterraneo».

Arrivo a Lecce con l’Intercity Notte 757, dopo aver attraversato l’Italia in lungo. Il tempo di un cornetto ed un cappuccino, e mi trovo nel cuore del Salento. A Castiglione, una frazione di Andrano, è in corso la semina collettiva. Su piccoli appezzamenti, separati da muretti a secco, viene seminato un miscuglio di cereali che fanno parte della storia rurale di questa regione. Il terreno si sviluppa in maniera ortogonale alla strada campestre di accesso, e risale verso una motta rocciosa e boscosa dove crescono querce e fioriscono ciclamini enormi (e siamo a fine ottobre). Gli ulivi stanno a ridosso dei primi cespugli selvatici, ed è in quel cono d’ombra che viene servito il pranzo a base di fave, polpette di carne, peperoni piccanti, olive, vino novello e pane condito con pomodoro e cipolla, il pizzo.

«Assaggia. Questo vino non potrei offrirlo a causa delle restrizioni anti-Xylella, ma faccio un atto di disobbedienza» dice il vignaiolo. Intanto, Giovanni Pellegrino, un agricoltore eccentrico, fa provare dei dissodatori di terra manuali che si è inventato prendendo spunto da un modello sovietico (sì, proprio così, dice «sovietico»), e che assomigliano a carrelli sollevapacchi. Si cimentano nella prova anche bambini e donne, perché nell’agricoltura biologica non è necessario e non si deve arare in profondità. Un altro sta seminando su un appezzamento laterale già dissodato la cicerchia, posando i legumi con precisione cistercense nel solco tracciato seguendo un filo bianco, teso da un’estremità all’altra del terreno. Hanno appena terminato di piantare un olivo ornamentale portato da una delegazione marchigiana della fondazione Gino Girolomoni. È un atto illegale. A causa della peste della Xylella fastidiosa, è vietato piantare alberi: «Tremila e cinquecento euro è la multa che ti becchi se pianti un ulivo» conferma il vignaiolo. Cento e ottanta sono le essenze interdette. Insomma, quella che a prima vista potrebbe sembrare una scampagnata tra amici è invece un’azione di protesta che sfida le autorità. Solo la domenica precedente, attraverso una campagna via Facebook, ne sono stati piantati trecento di olivi. Gli affittuari di quel terreno in comodato d’uso sono i ragazzi dell’associazione Casa delle Agriculture Tullia e Gino, che per ora volontariamente predicano la riconversione dell’economia rurale salentina verso l’agricoltura naturale. Dico per ora perché, presto, si lanceranno nella trasformazione e conservazione di frutta e ortaggi, nel tentativo di creare lavoro remunerato e conquistare il mercato con una linea di prodotti alimentari naturali, autoctoni e di alta qualità. In questa brigata, vi stanno anche degli amministratori pubblici, tra cui due giovani donne con la delega all’agricoltura, la pugliese Valentina Avantaggiato di Melpignano e la marchigiana Silvia Cavinato di Isola del Piano. Mi ricordano Shādiya. La storia è questa: durante la rivoluzione del 2011, sui muri del Cairo apparve ad un certo punto uno stencil che riprendeva una famosa frase dell’attrice e cantante Shādiya, tratta dal film in bianco e nero Shī’ min al-Khauf (Una certa dose di paura), nel quale si racconta di un villaggio che si ribella a un governatore despota che sfrutta e asseta i contadini. Shādiya apre la chiusa dell’acqua contro la volontà del despota e dice: Anā illī fatahtu al-Hāwīs. Io sono colei che ha girato il rubinetto, ovvero: io sono colei che ha alzato la testa contro l’opressore, io sono l’anima della rivoluzione. Io, donna, sono l’anima della rivoluzione.

Melpignano non è un paesino come tanti. Situato nel cuore della Grecia salentina, un’isola linguistica di nove comuni in cui si parla il griko, un antico idioma di origine greca, fu per molti secoli il crocevia dei commerci tra tre mari, Adriatico, Jonio e Tirreno. E i mari, in quell’epoca, erano fonte di minaccia, tanto che è vero che le sole due città salentine sulla costa, Otranto e Gallipoli, sono fortificate. La piazza della Chiesa madre di San Giorgio è un esempio unico di architettura realizzata a fini commerciali. È circondata da dei portici rinascimentali, che conservano ancora i banchi di pietra su cui i mercanti esibivano la propria mercanzia, come seta, spezie, canapa o lana. I banchi sono sopravvissuti a demolizioni e razzie perché i portici, ad un certo punto, vennero murati per utilizzarli come magazzini e stalle, e quando li riaprirono i banchi ritrovarono la luce del sole più belli che mai. L’amministrazione di Melpignano, in questi ultimi anni, ha fatto ricorso a fondi europei e regionali per rimettere in sesto manufatti straordinari, come il vecchio tabacchificio trasformato in centro per il turismo, i frantoi ipogei nei quali si produceva l’olio per le lampade ed il consumo quotidiano, e il Palazzo Marchesale Castriota, stupendo complesso fortificato tuttora in fase di recupero, che racchiude un enorme giardino. Quando Valentina ci accompagna al suo interno, visitiamo la cella dove venivano rinchiusi nemici e lestofanti. Sui muri, nell’oscurità, illuminiamo con il cellulare alcuni graffiti dei prigionieri. Uno recita: « Ragion contra potentia non ha loco […]».

«Vogliamo fare del Palazzo un Centro mediterraneo di ricerca e promozione della dieta mediterranea, a partire dall’agricoltura sostenibile e dal recupero delle inestimabili maestranze locali. Un centro che coinvolga le intelligenze mediterranee per disegnare nuovi sviluppi» spiega Valentina, che in questo suo progetto trova sintonia con Silvia Cavinato, la quale ha in mente un progetto simile per le Marche. Prove di cooperazione intercomunale tra Centritalia e Mezzogiorno? Melpignano ha una tradizione di cittadina d’avanguardia in questo senso. Già negli anni ´70, distribuì le terre comunali a disoccupati e anziani. Negli anni ’80, iniziò invece ad acquistare i beni storici siti sul proprio territorio. Ora, vuole puntare sulla combinazione tra sviluppo rurale sostenibile e cultura. Dopo aver camminato la mattina presto per le campagne di Melpignano schiacciate tra la zona artigianale e la Strada Statale 275 a scorrimento veloce – e notate radure di querce o grandi fichi scampati all’urbanizzazione, a fianco di oliveti in parte trascurati che celano i cosiddetti pagliari, bellissime strutture circolari per la conservazione della paglia che ricordano dei trulli, oppure muretti a secco sventrati dal tempo – mi viene da dire: «So che state pensando di ristrutturare i pagliari per l’accoglienza turistica, ma perché non pensate a un vasto programma integrale di restauro sia del territorio rurale, che del suo patrimonio architettonico, di recupero della biodiversità naturale ed agricola, organizzando anche campi di lavoro e ricerca per i giovani di tutto il mondo? Il Salento è una regione da valorizzare non solo per le sue città artistiche, ma anche per il suo territorio!». Si tratta di mettersi al lavoro, la volontà politica esiste. I fondi anche.

Non ho menzionato ancora ciò per cui Melpignano va famosa, e per cui vale la pena credere che un altro sviluppo che non sia di consumo del territorio, di mercificazione delle sue risorse e perdita di identità sia possibile da queste parti. All’entrata della cittadina, troverete i ruderi parzialmente recuperati e riutilizzati del convento degli Agostiniani. Al centro di una vasto piazzale in parte erboso, e in parte asfaltato, si lascia contemplare nella sua solitaria maestosità. In uno dei suoi saloni, forse quello che fu il refettorio del convento, presenterò Riscatto mediterraneo insieme alla giornalista Tiziana Colluto. Ogni anno, davanti alla facciata della Chiesa viene installato il palco della Notte della Taranta. La Notte della Taranta è il concerto finale che chiude il festival di musica popolare leccese, la pizzica, quella musica che ancora nel Dopoguerra era simbolo di vergogna, festival che ha luogo in agosto, che porta musicisti di fama internazionale, e che soprattutto significa più di duecentomila persone durante una settimana. Investire nella valorizzazione del territorio leccese significa fare conoscere a migliaia di persone che cosa quel territorio offre, e perché può insegnare il futuro. «Pensa che ancora oggi i tanti Bed&Breakfast di questo territorio non si sono ancora costituiti in rete, e non hanno una politica di promozione comune!» confessa Valentina. La gentile signora di quello in cui ho soggiornato mi ha offerto una colazione a base di burro Virgilio (marchio mantovano), fette biscottate Buitoni, biscotti del Mulino Bianco e marmellatine Zuegg (marchio bolzanino). Ho già detto tutto.

Olivi. Olivi dappertutto. La Casa delle Agriculture, le nostre giovani assessore, la gente di questa terra vivono una vera e propria battaglia degli olivi, a causa della Xylella.

«In provincia di Lecce, hanno sospeso lo stato di diritto» mi dice un agricoltore. «A Brindisi, per ogni pianta malata, ne tagliano duecento sane, e i dati non vengono diffusi» mi dice un altro[1]. «Fino a luglio, si abbattevano gli alberi con la forza, con l’intervento della Polizia. Ora, vi è un commissario ad hoc, tale Giuseppe Silletti proveniente dal comando del servizio forestale regionale, che ha cambiato strategia: gli stessi agricoltori devono abbattere gli alberi, in cambio di un indennizzo, e se si rifiutano vengono denunciati penalmente e pagano una multa di ottomila euro, più le spese processuali» aggiunge.

E le speculazioni sulla piaga si moltiplicano.

«Tagliano gli olivi dove dovrebbe passare il nuovo gasdotto Trans-Adriatic Pipeline che toccherebbe terra italiana a Melendugno» mi dice una giornalista[2]. «A Gallipoli, la Xylella è servita per progettare campi da golf e vigneti intensivi dove vengono sradicati gli olivi» aggiunge, mentre a Taviano, al posto degli olivi estirpati, si aprirà presto una discoteca[3]. Le tesi sull’origine del male, che provoca il disseccamento deglle piante, è contestata. Un agricoltore ricorda un’indagine partita dall’osservazione di un muratore che era stato convocato dalla giustizia per una storia di abusivismo edilizio, e durante l’interrogatorio ha sortito una cosa che ha attirato l’attenzione del magistrato: dove alcuni operatori vestiti di bianco avevano irrorato, le piante si sono seccate nel giro di due settimane. Ora, è aperta un’inchiesta su questa vicenda, e ad irrorare pare sia stata una persona molto vicina al commissario alla Xylella. Sabina Guzzanti ne ha tirato fuori una storia che a modo suo ha reso pubblica, e che sostanzialmente vedrebbe la Monsanto nel ruolo di sabotatrice che ha cercato di sperimentare in Puglia, dove già interveniva su diversi terreni, un batterio sugli olivi con l’obiettivo di eliminarli, per diffondere varietà di olivo geneticamente modificate. Fantascienza? Secondo Il Foglio, sì[4]. Forse la cosa è più semplice, ma non meno preoccupante. La provincia di Lecce pare essere tra quelle a più alto consumo di diserbanti d’Italia[5]: «L’uso sistematico di diserbanti effettuato in questi ultimi anni ha impoverito il terreno, ridotto le resistenze dell’ecosistema e indebolito gli olivi. In questo, la Monsanto c’entra con il suo Roundup (glyphosate). Dove si utilizza, il fenomeno del CoDiRO [Complesso del Disseccamento Rapido dell’Ulivo] ha avuto gioco facile, e si è propagato con grande velocità» mi spiega mentre beviamo un caffè Virginia Meo, esperta di economia sociale e solidale, e che ha mappato le esperienze più innovative di questa forma di economia in Puglia per conto dell’organizzazione COSPE. La Casa delle Agriculture di Castiglione è tra queste esperienze. «Dove si è smesso di diserbare e si sono sperimentate pratiche agricole di cura e rafforzamento delle piante, gli olivi hanno pian piano ricominciato a germogliare» spiega. «Di fatto, con l’emergenza Xylella, si stanno scontrando in Salento due visioni della produzione agricola: da una parte l’agribusiness, per cui il valore di un prodotto agricolo – anche di un olivo secolare – è dato dal mercato e, pertanto, è facilmente sostituibile con attività più redditizie;  dall’altra l’agroecologia, che inserisce l’atto agricolo dentro una cornice più ampia di rispetto della natura, del paesaggio e della sovranità alimentare» argomenta con fermezza Virginia[6]. Per combattere il fenomeno, sono state anche sperimentate pratiche agronomiche antiche – come l’innesto di gemme di olivo leccino che consente di sfruttare uno dei mezzi di autodifesa della pianta, rappresentato dalla capacità di compartimentalizzazione vascolare – e che hanno permesso di salvare alcuni esemplari di olivo molto antichi[7]. Ma tant’è, l’azione di eradicazione della peste della Xylella significa fondi pubblici, e i fondi pubblici sul tavolo della Politica contano più dei lenti tempi della Natura. La gente ha protestato e protesta; durante lo scorso mese di ottobre, ha bloccato a più riprese la Statale 613 Lecce-Brindisi. Il Ministro per le Politiche agricole Maurizio Martina mette in guardia dall’effetto No-TAV e assicura che si potranno ripiantare gli olivi[8]. Difficile dare torto alla diffidenza popolare, se pensiamo che, sotto il tragitto del cantiere di prolungamento della Statale 275 fino a Leuca, sono stati trovati dei rifiuti speciali provenienti dall’industria calzaturiera, cosa che fa pensare che tali rifiuti esistano anche sotto la strada esistente.

Ma perché ho parlato della Xylella solo ora? Perché il problema è costruire alternative, non solo trovare il colpevole di questa piaga e fermare lo scempio dell’abbattimento degli alberi, e quanto ho cercato di raccontare sopra è costruire alternative. La stessa Virginia, nell’ambito del Progetto Joy WelCult [9] del Parco Naturale Regionale Costa Otranto – S.Maria Leuca – Bosco Tricase, sta sperimentando la creazione di alleanze tra soggetti diversi di quel territorio a beneficio dello sviluppo sostenibile locale, tramite l’adozione di un «Disciplinare di comunità». Tra agricoltori, pescatori, allevatori, prestatori di servizi culturali, tutte categorie che troppo spesso non hanno occasione di incontrarsi e confrontarsi, chiusi in una logica corporativistica di difesa dei propri interessi.

Se il Salento non vuole fare la fine della Terra dei Fuochi, se non vuole soccombere a batteri più resistenti dei trattamenti dell’agroindustria, se non vuole che l’epopea dell’emigrazione ritorni[10], deve inventarsi un futuro, come quello che ogni anno si discute proprio a Xoff – Conversazioni sul futuro, la rassegna leccese inventata da un gruppo di giovani come Gabriella Morelli, Vito Margiotta e il collettivo (Ri)Generazione Politica. Sarà proprio a margine del festival che incontrerò il consigliere regionale PD Sergio Blasi, un uomo d’un pezzo: con quindicimila preferenze, è stato il più suffragato in tutta la Puglia alle ultime elezioni regionali di maggio, ma non ha ricevuto un assessorato… E il suo emendamento contro la speculazione urbanistica sui terreni interessati dalla Xylella è stato bocciato dal Consiglio regionale nella sua seduta del 1 dicembre u.s. La battaglia degli olivi è una battaglia simbolica, contro la banalizzazione del paesaggio, contro la globalizzazione del Salento, e contro l’idea che la terra con la sua natura e la sua storia non offra più futuro. È la battaglia per la preservazione dell’identità mediterranea, con i suoi valori e il suo stile di vita.

Una volta, intervistai la scrittrice palestinese Suʿād al-ʿAmīry, che sosteneva che il mondo mediterraneo fosse delimitato dalla presenza degli olivi. Dove finivano gli olivi, finiva il Mediterraneo. E aggiunse: «Il mondo mediterraneo è un mondo di tolleranza, mescolanza e scambio. Per me, è la cultura delle ombre e delle sfumature, che si oppone alla cultura anglosassone del bianco e del nero». Vade retro, Xylella!

Bologna, 5 dicembre 2015.

[1] Il piano di interventi attuabile nella fascia cuscinetto prevede l’eradicazione di tutte le piante, anche in buono stato di salute, a distanza di 100 metri da quelle malate.

[2] Vedasi L. Parise, M.Papagna, M.Conte, C.Spagnolo, «TAP, il gasdotto azero che divide il Salento», in Le inchieste di Repubblica, 23 giugno 2015.

[3] NN, «Grazie alla Xylella, nascerà una discoteca. Il Comune di Taviano cambia il piano regolatore», in TR News.it, 27 novembre 2015.

[4] Vedi Giordano Masini, «Sabina Guzzanti scopre la trattativa Stato-Monsanto sugli “ulivi ogm”», in Il Foglio, 20 marzo 2015.

[5] I dati elaborati dall’Agenzia Regionale per l’Ambiente nella Relazione sullo stato di salute del 2011 dicono che la Puglia, con 155.555 quintali di prodotto distribuito nel 2010, è al quarto posto in Italia per quantità di fitofarmaci utilizzati. Nel Leccese, due anni fa, ne sono stati impiegati 2.032.691 chilogrammi, il 15 per cento in più rispetto al 2009. Vedasi il rapporto della sezione leccese della Lega italiana per la lotta contro i tumori su caso Xylella e pesticidi, del 5 marzo 2015.

[6] Per approfondimenti sulle azioni di resistenza in Salento, visita il sito Il Popolo degli Ulivi (http://ilpopolodegliulivi.altervista.org/) o leggi il dossier-inchiesta Xylella Report della giornalista Marilù Mastrogiovanni (http://xylellareport.it/); sulla cura degli olivi con le buone pratiche agricole, visita il blog di Spazi Popolari (http://spazipopolari.blogspot.it/).

[7] Cfr. http://www.videoandria.com/2015/09/14/video-vittoria-per-gli-ulivi-pugliesi-xylella-sconfitta-con-antica-pratica-agronomica-che-salva-la-pianta-senza-bisogno-di-eradicare/ .

[8] Vedi NN, «Xylella, il ministro Martina assicura: “Sarà possibile ripiantare gli ulivi nel Salento”», in La Repubblica, 15 novembre 2015.

[9] Joy WelCult (JOb, Young and knoWIEdge in Landscape – CULTure) è finanziato dal programme europeo INTERREG 2007 – 2013, nell’ambito dell’«Obiettivo di cooperazione territoriale per le politiche di coesione tra Grecia e Italia».

[10] La città svizzera di Glarona (Glarus in tedesco) è l’altra Castiglione, quella d’oltre confine. Un’intera comunità è partita dal Salento negli anni ’60 e ’70 e lì è rimasta, ha messo radici.

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