Sono d’accordo con il presidente della Repubblica francese: gli attacchi terroristici del 13 novembre scorso a Parigi sono un atto di guerra. Siamo tutti spaventati e profondamente addolorati. Lo Stato Islamico, nel comunicato diffuso a suo nome il giorno seguente, cita la Siria, collegando dunque l’operazione del commando parigino all’intervento dell’aviazione francese in Siria. In molti siamo confusi, perché lo Stato Islamico ha dimostrato di non aver solo ambizioni territoriali (la costituzione di un sedicente «Califfato»), ma anche di aver acquisito la capacità operativa di una rete terroristica globale come al-Qāʿida. Sono ritornate le immagini del «9/11» newyorchese o delle deflagrazioni alla stazione madrilena di Atocha[1].

La solidarietà e la compattezza manifestate dal popolo francese sono state straordinarie e dimostrano che panico e disordine sociale non prevarranno, ma è indubbio che si è trattato di una vera e propria campagna militare, che ha combinato l’utilizzo di armi diverse (intelligence professionale, attentatori-suicida, attacchi armati, esplosioni a catena, propaganda sincronizzata). La nostra migliore reazione è quella della moderazione e della compostezza. I falchi che gridano allo sradicamento della vocazione europea all’ospitalità di rifugiati e profughi e dell’isolamento delle comunità musulmane presenti nei nostri Paesi non meritano il nostro rispetto. In queste ore, ho avuto alcuni scambi con la diaspora siriana in Europa, perché un dubbio atroce mi ha tormentato dal momento in cui si è data notizia delle prime sparatorie che hanno macchiato la serata parigina di venerdì scorso: il giorno seguente, si apriva a Vienna il secondo round di negoziazioni tra le potenze politiche e militari interessate dalla crisi siriana; al centro, il futuro del paese con o senza al-Asad. È una coincidenza che gli attacchi siano avvenuti la sera prima?

The Washington Post ha recentemente pubblicato un analisi che riporta i seguenti dati: il regime di Bashār al-Asad, nei primi sette mesi di quest’anno ha ucciso otto volte di più dello Stato Islamico[2]. Hōzān Ibrāhīm, che fu nei primi mesi della rivoluzione siriana del 2011 il portavoce dei Local Coordination Committees che raggruppavano i ragazzi della protesta, lunedì scorso, durante un dibattito nell’ambito del festival leccese Xoff – Conversazioni sul futuro, spiegava che la proporzione in termini di persone uccise è ben peggiore (stimava essere di 1/30 tra Stato Islamico e regime siriano). Al-Asad, non ha mai colpito militarmente le postazioni dello Stato Islamico fino a quando l’aviazione militare degli Stati Uniti è intervenuta, e Damasco ha dunque sganciato alcune bombe sulla città di al-Raqqa, controllata dal sedicente Califfato. La Russia, con la sua recente campagna militare, a parte aver provocato la morte di almeno 1700 civili[3], ha colpito con più intensità le postazioni dell’Esercito siriano libero e dei suoi alleati islamici di al-Jabha an-Nusra, piuttosto che quelle dello Stato Islamico, addirittura anche in aree dove le une e le altre fazioni stavano a pochi chilometri di distanza l’una dall’altra. È risaputo che, durante le amnistie concesse «benevolmente» dal regime siriano nel 2011 in risposta alle rivendicazioni della rivoluzione, vennero liberati molti militanti dell’Islam radicale, che si sono in seguito ritrovati nelle file del nascente ISIL, lo Stato islamico dell’Irak e del Levante. È provato che vi sono connessioni e interessi comuni tra l’establishment di al-Asad e lo Stato Islamico, al punto che questo vende petrolio a Damasco e Damasco assicura l’operabilità delle infrastrutture di gas e petrolio controllate dal movimento terroristico, attraverso figure vicine al regime come l’uomo d’affari George Haswānī, i cui beni sono stati recentemente congelati dall’UE[4]. È altrettanto risaputo che l’unica carta che al-Asad ha a disposizione per una sua rilegittimazione internazionale – sebbene il suo destino dovrebbe essere quello di essere processato per crimini contro l’umanità – è quella di rappresentare un baluardo all’avanzata dello Stato Islamico. E allora, perché gli attentati di Parigi hanno avuto luogo poche ore prima di decidere sul futuro della Siria? Al-Asad rappresenta e incorpora le ambizioni dell’Iran, della Russia e dei suoi satelliti, entità con pochi scrupoli, disposte a tutto pur di difendere i propri interessi e i propri obiettivi egemonici. Ricordiamo la repressione russa in Cecenia e quella contro il dissenso nella Persia degli Ayatollah. Perché dico questo? Lo dico perché dovremmo renderci conto che per battere lo Stato Islamico dobbiamo rimuovere il regime dispotico e violento di Damasco.

Questo ci chiedono gli attivisti siriani per la democrazia e i diritti, che sanno che il fenomeno dello Stato Islamico è cresciuto come corpo abnorme che – pur di guadagnare terreno – combatte l’Esercito siriano libero, da un lato, e gioca con il regime di Damasco, d’altro lato, mentre questo pretende di «manipolarlo» per assicurare la propria sopravvivenza. Lo ripeto, per questa sopravvivenza, Damasco è disposta a tutto. Lo sa anche la diaspora siriana in Francia, che ha recentemente lanciato una campagna contro l’utilizzo sistematico e quotidiano delle bombe-barile e contro i bombardamenti aerei da parte del regime di al-Asad nei confronti della popolazione civile. Questa campagna mira a convocare effettive negoziazioni per la pace che includano tutte le parti siriane e i loro interlocutori stranieri, ma che escludano coloro che si sono macchiati di crimini di guerra e contro l’umanità. Una campagna coraggiosa dal titolo «Planet Syria», che si rivolge al mondo dicendo: «Is anybody out there? C’è qualcuno? Veniamo dal Pianeta Siria, di cui voi avete dimenticato l’esistenza. Sapete che ci bombardano tutti i giorni? Hello? Ci sentite?»[5].

Che fare dunque contro la minaccia terroristica di matrice islamica? A mio modesto avviso, otto sono le scelte da praticare, e nessuna di essa può essere omessa:

1) Rafforzare le reti dell’intelligence, perché questa nuova forma di «Internazionale del Terrore» si avvale non solo di «cani sciolti», cellule spontanee che rispondono autonomamente alla propaganda della Jihād globale, ma anche di commandi militari strutturati, reti finanziarie protette e canali commerciali illegali;

2) Coinvolgere con spirito di fratellanza la comunità musulmana europea in un’azione di denuncia politica delle frange violente, di promozione della coesione sociale, di solidarietà con le vittime della violenza e di dialogo interculturale; e questo, per non lasciarla preda delle fazioni politiche xenofobe di casa nostra;

3) Adottare una politica estera coerente e incisiva che difenda i diritti dei cittadini dei Paesi arabi, a partire dalla questione palestinese per arrivare alle relazioni stabilite con regimi post-Primavera araba che mirano alla restaurazione dei poteri forti e delle classi corrotte. Vedere Matteo Renzi «benedire» gli accordi di esplorazione mineraria tra ENI e governo egiziano del marzo scorso, il cui valore è di 4,5 miliardi €, mentre le carceri del Paese recludono tra i 30,000 ed i 40,000 prigioneri politici, alimenta il disprezzo nei confronti dell’Occidente[6];

4) Dialogare e non ostracizzare i partiti dell’Islam politico che partecipano al gioco democratico e favorirne l’integrazione istituzionale. Sappiamo quanto la radicalizzazione violenta di partiti come l’algerino Front Islamique du Salut, il palestinese Hamās o, per parlare dei nostri giorni, dei gruppi beduini del Sinai sia stata alimentata dalla repressione interna o dall’isolamento internazionale. In questo senso, dobbiamo adoperarci per la riconciliazione in Libia, esercitando fermezza nei confronti di chi rifiuta il dialogo interno anche se il rifiuto viene dal governo secolare di Tobruk[7];

5) Accogliere generosamente i rifugiati che fuggono dalle zone di guerra del Medioriente, la maggioranza di questi essendo siriani, per offrire loro un’opportunità di riscatto e creare le basi per una futura cooperazione tra i loro Paesi di origine e l’Europa. Costruire barriere come sta avvenendo in Ungheria, Slovenia e Austria, significa dare un’arma ulteriore alla propaganda fondamentalista di un’Europa di «crociati e colonizzatori»;

6) Non solo intervenire con la forza sul territorio amministrato dallo Stato Islamico, ma anche tutelare le popolazioni siriane bersaglio del regime di Damasco, se necessario anche con una no-fly zone (e necessario lo è). Un mero intervento militare anti-Stato Islamico moltiplicherebbe esponenzialmente la reputazione «rivoluzionaria» di questo organismo;

7) Assistere l’opposizione siriana democratica con decisione, facilitare il suo radicamento nelle comunità della diaspora e proteggere i territori della Siria che si sono liberati dal giogo di al-Asad e dello Stato Islamico, se necessario anche con un’assistenza logistica e para-militare adeguata; non dobbiamo temere di prendere posizione;

8) Promuovere la società civile siriana indipendente e democratica, cresciuta in questi anni di disfacimento dello Stato siriano e che ha permesso alle comunità del Paese di coltivare speranze e di sopravvivere nel quotidiano.

La piattaforma civile di Citizens for Syria, che raccoglie sia attivisti rifugiatisi in Europa e Turchia che ancora presenti sui territori della Siria, che siano essi controllati dall’Esercito libero, dal regime di al-Asad o dallo Stato Islamico, ha fatto un lavoro straordinario, mappando le realtà della società civile una ad una. Ne è venuta fuori una fotografia dettagliata delle potenzialità civili di questo Paese, dimostrando così che vi è un tessuto sociale e politico vivace, pronto a prendere le redini del Paese per ricostruirlo su basi giuste e democratiche[8]. Se più di ottanta sono i paesi coinvolti nella vicenda siriana, come rileva la campagna Planet Syria, più di ottocento sono le realtà associative che operano sul terreno, la cui maggioranza si dedica ai media e ai mezzi di informazione, all’assistenza umanitaria e a pressione e sensibilizzazione civile e politica.

La risposta alla violenza terroristica non può dunque essere fatta di mere operazioni militari, ma deve includere una visione alternativa al fondamentalismo e capace di offrire prospettive di riscatto comune alla gioventù europea ed araba.

[1] Mi riferisco agli attentati dell’11 marzo 2004.

[2] Hugh Naylor, «Islamic State has killed many Syrians, but Assad’s forces have killed more», The Washington Post, 5 settembre 2015.

[3] Fonte: National Coalition for Syrian Revolutionary and Opposition Forces, 31 ottobre 2015.

[4] David Blair, «Oil middleman between Syria and Isil is new target for EU sanctions», The Telegraph, 7 marzo 2015.

[5] Vedi: https://www.planetsyria.org/en

[6] Non oso immaginare cosa molti giovani arabi abbiano pensato vedendo Benjamin Netanyahu sfilare a fianco di François Hollande durante la Marche républicaine tenuta una settimana dopo l’eccidio al Charlie Hebdo.

[7] Una recente indagine di The Guardian rivela che anche l’inviato ONU Bernardino León pare voler delegittimare l’Islam politico nel Paese, anche se questo è un baluardo indispensabile a fermare lo Stato islamico. Vedi Randeep Ramesh, «UN Libya envoy accepts £1,000-a-day job from backer of one side in civil war», The Guardian, 4 novembre 2015.

[8] Vedi: https://citizensforsyria.org/

4 replies on “Per battere lo Stato islamico bisogna rimuovere il Regime siriano

  1. Ho deciso di tradurre questo articolo fondamentale in francese per poterlo diffondere. Grazie di averlo scritto!

    Pour battre l’Etat Islamique il faut destituer le régime syrien

    Je suis d’accord avec le président de la République française : les attaques terroristes du 13 novembre à Paris sont bien une action de guerre. Nous sommes tous effrayés et très affectés. L’Etat Islamique, dans son communiqué diffusé en son nom le jour suivant, cite la Syrie, en faisant donc le lien entre l’opération du commando parisien et l’intervention de l’aviation française en Syie. Beaucoup parmi nous sont confus car l’Etat Islamique a ainsi démontré non seulement d’avoir des ambitions territoriales (la constitution d’un soi-disant « Califat ») mais aussi d’avoir acquis la capacité opérationnelle d’un réseau terroriste global comme al-Qāʿida.
    Les images du 9/11 newyorkais ou des déflagrations de la gare madrilène de Atocha (1) nous reviennent à l’esprit.

    La solidarité et l’union montrées par le peuple français ont été extraordinaire et nous montrent que la panique et le désordre social ne l’emporteront pas ; mais il est certain qu’il s’est agi d’une véritable campagne militaire qui a combiné l’utilisation d’armes différentes (intelligence professionnelle, kamikazes, attaques armées, explosion enchaînées, propagande synchronisées). Notre meilleure réaction est celle de la modération et du calme digne. Les faucons qui crient à l’éradication de la vocation européenne à l’hospitalité des réfugiés et de l’isolement des communautés islamiques présentes dans nos Pays ne méritent pas notre respect. Dans ces heures, j’ai eu des échanges avec la diaspora syrienne en Europe puisqu’un doute atroce m’a tourmenté dès qu’on a donné la nouvelle des premières fusillades qui ont tâché la soirée parisienne de vendredi dernier : le lendemain devait s’ouvrir à Vienne le deuxième round de négociations entre les puissances politiques et militaires intéressées par la crise syrienne ; au centre, le futur du Pays avec ou sans al-Asad. Est-il une coïncidence que les attaques aient étés menés la veille ?

    The Washington Post a récemment publié une analyse qui reporte les données suivantes : le régime de Bashār al-Asad, au cours des premiers mois de cette année, a tué huit fois plus que l’Etat Islamique (2) Hōzān Ibrāhīm qui, pendant les premiers mois de la révolution syrienne de 2011, fut le porte-parole des Local Coordination Committees regroupant les jeunes de la protestation, lundi dernier, lors d’un débat au festival de Lecce Xoff – Conversations sur le futur, expliquait que la proportion en termes de personnes tuées est bien pire (il estimait à 1/30 entre Etat Islamique et régime syrien). Al-Asad n’a jamais frappé militairement les postes de l’Etat Islamique jusqu’à quand l’aviation militaire des Etats Unis est intervenu et que Damas a donc lancé quelques bombes sur la ville de al-Raqqa, contrôlée par le soi-disant Califat. La Russie, avec sa récente campagne militaire, en plus d’avoir provoqué la mort d’au moins 1700 citoyens (3), a frappé avec une plus grande intensité les postes de l’armée syrienne libre et de ses alliés islamiques d’al-Jabha an-Nusra, plutôt que ceux de l’Etat Islamique, et cela dans des aires où les différentes factions se trouvaient à peu de kilomètres les unes des autres.

    Il est notoire que, pendant les amnisties octroyées « bénévolement » par le régime syrien en 2011, en réponse aux revendications de la révolution, beaucoup de militants de l’Islam radical furent libérés pour se retrouver, par la suite, dans les files du naissant ISIL, l’Etat Islamique de l’Iraq et du Levant. Il a été prouvé qu’il y a eu des connexions et des intérêts communs entre l’establishment d’al-Asad et l’Etat Islamique, au point que celui-ci vend le pétrole à Damas et que Damas assure l’opérationnalité des infrastructures de gaz et pétrole, contrôlées par le mouvement terroriste, à travers des figures proches du régime comme l’homme d’affaires George Haswānī dont les biens ont été récemment congélés par l’UE(4) . Il est aussi notoire que la seule carte dont al-Asad dispose pour sa ré-légitimation internationale – bien que son destin devrait être celui d’un procès pour crimes contre l’humanité – est celle de représenter un rempart contre l’avancée de l’Etat Islamique. Alors pourquoi les attentats de Paris ont eu lieu quelques heures avant de décider du futur de la Syrie ? Al-Asad représente et incarne les ambitions de l’Iran, de la Russie et de ses satellites, entités sans scrupules, prêtes à tout pour défendre ses propres intérêts et ses propres objectifs hégémoniques. Souvenons-nous de la répression russe en Tchétchénie et de celle contre dissentiment dans la Perse des Ayatollah. Pourquoi je dis cela ? Je le dis parce qu’il faudrait que nous nous rendions compte que, pour battre l’Etat Islamique, nous devons destituer le régime despotique et violent de Damas.

    C’est cela que les activistes syriens pour la démocratie et les droits nous demandent, eux qui savent que le phénomène de l’Etat Islamique a poussé comme un corps anomal qui – rien que pour gagner du terrain – combat l’Armée syrienne libre, d’un côté, et joue avec le régime de Damas, de l’autre, tandis que celui-ci prétend le « manipuler » pour assurer sa survie. Je le répète, Damas est prête à tout pour cette survie. Même la diaspora syrienne en France le sait et elle a récemment lancé une campagne contre l’utilisation systématique et quotidienne des bombes-barriques et contre les bombardements aériens de a part du régime d’al-Asad vis-à-vis de la population civile. Cette campagne vise à convoquer des négociations effectives pour la paix qui incluent toutes les parties syriennes et leurs interlocuteurs étrangers mais qui excluent ceux qui ont commis des crimes de guerre et contre l’humanité. Une campagne courageuse qui s’appelle «Planet Syria» et qui s’adresse au monde en disant : «Is anybody out there? Est-ce qu’il y a quelqu’un ? Nous venons de la Planète Syrie dont vous avez oublié l’existence. Savez-vous qu’ils nous bombardent tous les jours ? Hello ? Est-ce que vous nous entendez ?” (5)

    Quoi faire, donc, contre la menace terroriste de matrice islamique ? A mon humble avis, huit sont les choix à pratiquer et aucun d’eux ne peut être omis :
    1) Renforcer les réseaux de l’intelligence parce que cette nouvelle forme d’ « Internationale de la Terreur » ne se sert pas uniquement de “chiens sans laisse”, de cellules spontanées qui répondent de façon autonome à la propagande de la Jihād globale, mais aussi de commandos militaires structurés, de réseaux financiers protégés et de canaux commerciaux illégaux.

    2) Impliquer, dans un esprit de fraternité, la communauté musulmane européenne, dans une action de dénonciation politique des franges violentes de promotion de la cohésion sociale, de solidarité avec les victimes de la violence et de dialogue interculturel ; et cela pour ne pas la laisser sous l’emprise des factions politiques xénophobes de chez nous.

    3) Adopter une politiques étrangère cohérente et incisive qui défend les droits des citoyens dans les Pays arabes, à partir de la question palestinienne jusqu’aux relations établies avec les régimes post-Printemps arabe qui visent à la restauration des pouvoirs forts et des classes corrompues. De voir Matteo Renzi « bénir » les accords d’exploration minière entre l’ENI et le gouvernement égyptien en mars dernier, pour une valeur de 4.5 milliards €, alors que les prisons du Pays gardent en détention entre 30.000 et 40.000 prisonniers politiques, alimente le mépris vis-à-vis de l’Occident (6).

    4) Dialoguer et non pas ostraciser les partis de l’Islam politique qui participent au jeu démocratique et en faciliter l’intégration institutionnelle. Nous savons combien la radicalisation violente des partis comme l’algérien Front Islamique du Salut, le palestinien Hamās ou, pour parler de nos jours, les groupes bédouins du Sinaï, a été alimentée par la répression interne ou par l’isolement international. Dans ce sens, nous devons œuvrer pour la réconciliation en Lybie, en nous montrant ferme vis-à-vis de ceux qui refusent le dialogue interne, même si le refus vient du gouvernement laïque de Tobruk (7)

    5) Accueillir généreusement les réfugiés qui fuient les zones de guerre au Moyen Orient, la plupart étant des Syriens, pour leur offrir une opportunité de rachat et créer les bases d’une future coopération entre leur Pays d’origine et l’Europe. Construire des barrières, comme l’on est en train de faire en Hongrie en Slovénie et en Autriche, signifie donner une arme ultérieure à la propagande fondamentaliste d’une Europe de “Croisés et colonisateurs”.

    6) Non seulement intervenir par la force sur le territoire administré par l’Etat Islamique mais aussi protéger les populations syriennes, cibles du régime de Damas, si nécessaire par une no-fly zone (et il est nécessaire). Une simple intervention militaire anti-Etat Islamique multiplierait de façon exponentielle la réputation « révolutionnaire » de cet organisme.

    7) Appuyer l’opposition syrienne démocratique avec détermination, faciliter son enracinement dans les communautés de la diaspora et protéger les territoires de la Syrie qui se sont affranchis du joug de al-Asad et de l’Etat Islamique ; si nécessaire, aussi par une assistance logistique et paramilitaire adéquate. Nous ne devons pas craindre de prendre position.

    8) Promouvoir la société civile syrienne indépendante et démocratique qui a grandi pendant ces dernières années de dégénération de l’Etat syrien et qui a permis aux communautés du Pays de nourrir l’espoir et de survivre au quotidien.

    La plateforme citoyenne Citizens for Syria, qui rassemble des activistes refugiés en Europe et en Turquie ou encore présents dans les territoires de la Syrie, contrôlés par l’Armée libre ou par le régime d’al-Asad ou par l’Etat Islamique, a fait un travail extraordinaire de cartographie des toutes les réalités de la société civile, une par une. Il en ressort une photographie détaillée des potentiels civils de ce Pays qui montre un tissu social et politique vivace, prêt à prendre les rênes du Pays pour le reconstruire sur des bases justes et démocratiques (8). S’il est vrai que plus de 80 sont les Pays impliqués dans la situation syrienne, comme le révèle la campagne Planet Syria, ce sont plus de 800 les réalités associatives qui œuvrent sur le terrain dont la plupart se consacre aux médias et aux moyens d’information, à l’aide humanitaire et à la sensibilisation civile et politique.
    La réponse à la violence terroriste ne peut pas être faite uniquement d’opérations militaires, mais elle doit inclure une vision alternative au fondamentalisme et doit être capable d’offrir des perspectives de rachat commun à la jeunesse européenne et arabe.

    1) Je me réfère aux attentats du 11 mars 2014.

    2) Hugh Naylor, «Islamic State has killed many Syrians, but Assad’s forces have killed more», The Washington Post, 5 septembre 2015.

    3) Source: National Coalition for Syrian Revolutionary and Opposition Forces, 31 octobre 2015.

    4) David Blair, «Oil middleman between Syria and Isil is new target for EU sanctions», The Telegraph, 7 mars 2015.

    5) Voir: https://www.planetsyria.org/en

    6) Je n’ose pas imaginer ce que beaucoup de jeunes arabes ont dû penser en voyant Benjamin Netanyahu défiler à côté de François Hollande pendant la Marche républicaine, une semaine après l’attentat à Charlie Hebdo.

    7) Une récente enquête de The Guardian révèle que l’envoyé de l’ONU Bernardino León semble vouloir délégitimer l’Islam politique dans le Pays, même s’il s’agit d’un rempart indispensable pour arrêter l’Etat Islamique. Voir Ramesh, «UN Libya envoy accepts £1,000-a-day job from backer of one side in civil war», The Guardian, 4 novembre 2015.

    8) Voir https://citizensforsyria.org/

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