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«Hai paura dell’Islam politico?» avevo chiesto a ‘Atīqa Belhasen, 23 anni, attivista della Lega algerina per la difesa dei diritti umani, e fondatrice dell’associazione Univers pour le développement: «No, per niente. Se siamo in questa situazione, è anche nostra responsabilità; io credo che anche con loro possiamo dialogare. Non ha senso riunirsi per parlare di democrazia senza coloro che riteniamo i nostri avversari. Il fatto di fare sentire all’altro che non sei un pericolo per lui, si costruisce. Dunque, non ho paura». Formosa e scaltra, ‘Atīqa si unisce alla discussione con Sa‘īd Salhī, membro del Coordinamento delle associazioni maghrebine per i diritti umani, durante una riunione preparatoria del Forum sociale a Monastīr, nel luglio del 2012, e fende un colpo secco: «Abbiamo bisogno di costruire nuove pratiche, rompendo con i tabù ideologici e l’ipocrisia, e concentrandoci sullo sviluppo di un senso di appartenenza comune!». Forse fa allusione agli slogan che ha sentito nei lavori preparatori; certamente pensa alle posizioni di molte femministe arabe presenti, che rischiano di essere tanto estremiste quanto quelle di altre correnti ideologiche: «Con le nostre pretese di essere i soli democratici, non abbiamo saputo comunicare al di fuori del cerchio dei nostri simpatizzanti, né vedere quanto succedeva attorno a noi, quando l’Islam politico s’imponeva». Questo capitolo del libro è dedicato alle donne, in primo luogo perché se parli del futuro del Mediterraneo e non parli della donna araba, sei facile oggetto di critica. In secondo luogo, perché le donne sono state e saranno in prima linea nelle trasformazioni che sta vivendo questa regione del mondo. «Le nostre sono società a velocità ridotta perché sono private del 50% delle proprie capacità. La donna della Cabilia, ad esempio, è alla base di tutte le relazioni, ma a livello della rappresentatività ufficiale non esiste! Non possiamo continuare a privare le nostre società di così tanti talenti, sapendo che la donna può portare al risveglio delle società arabe» mi spiegherà ‘Atīqa sei mesi più tardi ad Algeri.

«Credi dunque che la prossima onda rivoluzionaria araba sarà un’onda femminista?»

«No, féminine, femminile! Si tratta di recuperare l’umanità che vi è nelle donne e che è stata finora repressa, piuttosto che della coscienza di una specificità di genere, tappa questa che arriverà forse più tardi». ‘Atīqa lavora con le giovani, dovunque esse siano. Ha organizzato una carovana, incontrando donne di tutti i tipi, velate e non, quelle che amano gli uomini violenti e quelle che si ribellano, quelle che dipendono economicamente da un uomo e quelle che si arrangiano, andando di città in città per offrire alle donne del suo Paese uno spazio di espressione libera, senza portare un’agenda predeterminata.

«Erano più interessate al loro corpo e all’impatto della loro presenza sugli spazi pubblici che a questioni economiche o politiche».

«Perché?» le chiedo.

«Perché non ci vediamo in un progetto di società!»

«È il regime che ha fatto questo, no?»

«Certo, ma ciò si manifesta in particolare tra le donne».

Poi le faccio una domanda fuori luogo: «Se il concetto di democrazia fosse forgiato dalle donne, in cosa consisterebbe?»

«Il sistema in sé è stato fatto da e per gli uomini. Anche i concetti di democrazia o laicità sono stati pensati, teorizzati e praticati da degli uomini. Non dico che le donne porterebbero soluzioni miracolose, ma in un mondo equilibrato, le donne sarebbero presenti ovunque, dal nucleo famigliare allo Stato. L’idea ad esempio della maggioranza sulla minoranza è un’idea maschile, che risponde al principio di forza. L’esercizio del voto stesso risponde al principio di forza. Dobbiamo inventarci qualcos’altro con il dialogo» mi risponde sorridendo, con quel suo accento quebecchese, anche se in Canada non ci è mai stata.

‘Abīr Jibrī, che veste in modo conservatore, parla invece con un tono di voce basso, e quando ricorda le sofferenze delle prigioniere politiche a cui aveva reso visita si emoziona e deve interrompersi: «Seguiamo quattrocento casi di ex-carcerate, ma i casi presenti in Tunisia sono molti di più. Per identificarli, avevamo lanciato un appello sulla stampa, sui media sociali e alla radio, perché l’informazione era a esclusiva disposizione del ministero degli Interni. Sebbene ricevemmo segnalazioni relative soprattutto ad ex-prigioniere islamiche, non facemmo differenze, perché volevamo trattare questi casi indipendentemente dalla loro appartenenza politica. E ci rendemmo conto del vero stato della donna sotto Ben ‘Alī quando vedemmo i segni della tortura, le ferite inferte con un coltello, quando osservammo lo stupro, i casi di omicidio, gli aborti forzati… Tutte situazioni che non erano conosciute che dalla prigioniera e dalla sua famiglia». Quando an-Nisā’ at-Tūnsiyāt si prende cura di un dossier, lo istruisce per assicurare un accompagnamento medico e un indennizzo alle ex-prigioniere. «Se hai fatto molti anni di prigione, hai diritto a ricevere una fonte di sostentamento, perché tutta la tua famiglia ha sofferto le conseguenze di una detenzione così lunga e tu sarai ancora rifiutata sul mercato del lavoro». ‘Abīr lavora anche con donne e bambini nonvedenti, e ha organizzato seminari sulla donna nella politica.

«Come è cambiato questo ruolo?» le chiedo.

«È migliorato molto. Ben ‘Alī parlava dei diritti delle donne, della libertà di espressione femminile, ma era solo un’immagine di copertura. Oggi, invece, nell’Assemblea costituente il 44% dei membri sono donne, grazie a un meccanismo di candidature a cerniera (*)» risponde con fierezza.

«Eppure l’immagine dei diritti delle donne tunisine nel mondo era molto buona» la contraddico.

«Ma le relazioni tra il mondo politico-istituzionale e la società non erano buone. Non si parlava di politica. Pensa che assistevamo ai lavori del parlamento una volta all’anno, alla televisione, e il resto dell’anno non ricevevamo nessuna informazione. Dopo la rivoluzione, abbiamo potuto seguire le sessioni dell’Assemblea costituente in diretta e venire a conoscenza delle proposte presentate».

Il mio spirito occidentale non demorde: «La donna era però libera nella società».

«La sindacalista, l’attivista di Sinistra, la donna velata non avevano diritti, non riuscivano ad avere un lavoro o a studiare. Chi portava il velo veniva cacciata dal lavoro. Anch’io ho avuto difficoltà nello studio perché lo portavo: questa non era libertà; il modo in cui mi vesto è una mia scelta personale» reagisce ‘Abīr con voce squillante.

(capitolo: Io sono colei che ha girato il rubinetto – ebook)

Nota (*) In realtà, questa percentuale corrisponde al numero di deputate elette nelle file di an-Nahdha, che avendo ottenuto sovente due seggi per circoscrizione, ha fatto eleggere un uomo e una donna. La percentuale globale di deputate all’Assemblea è invece del 23%. A mò di paragone, in seguito alle elezioni politiche italiane del 2013, le deputate sono ora il 32% e le senatrici il 30%, grazie soprattutto a PD (41%) e Movimento 5 Stelle (38%), percentuali quest’ultime comunque inferiori a quelle raggiunte da an-Nahdha. Cfr. Marta Stella, Il parlamento è donna, in MarieClaire.it, 28 febbraio 2013.

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