L’Italia che incontro attorno alle presentazioni di «Riscatto mediterraneo».

Ci passiamo a fianco ad ore improponibili, tardi la sera dopo aver ordinato la pizza in un locale super-elegante ricavato da una vecchia villa, oppure la mattina prestissimo prima di salire sul treno delle Ferrovie Nord che mi riporterà a Milano. La volante della Polizia è sempre davanti al portone, a luci spente, ma non è possibile capire se chi vi sta dentro dorma o sia desto. Lui, il fortunato proprietario di villa San Martino, la villa che sta dietro il portone, è il dott. Silvio Berlusconi. La proprietà è grande e gli alberi tanti, anche se non belli e vetusti quanto quelli del parco di Monza. In una Brianza attraversata da strade e superstrade, con conglomerati di cemento e acciaio in mezzo a quanto resta di una ridente campagna – come il centro di ricerche tecnologiche dell’Alcatel-Lucent di Vimercate, inaugurato dal Presidente del Consiglio in carica nel novembre dello scorso anno – un appezzamento di verde privato grande quanto quello del dott. Berlusconi stona con la politica di uso del suolo dominante[1]. Certo, Arcore è sempre stata un’isola governata dalla Sinistra, ma il cemento non ha colore ideologico, e dove cola fa (anzi ha fatto) la fortuna di molti.

Ad Arcore, sanno della presenza del dott. Berlusconi solo per le pale dell’elicottero che annunciano il suo arrivo. Per il resto, non l’hanno mai visto andare a fare la spesa in paese, né passeggiare con la scorta. Le sue uscite che ancora si ricordino sono quelle dirette ai lavori socialmente utili che ha prestato presso l’Istituto Sacra Famiglia di Cesano Boscone. Le prime volte, erano una formidabile platea per dimostrare che, Lui, sorprendeva e vinceva sempre. Poi, quella scia vischiosa di giornalisti che lo riprendeva all’Istituto ha cominciato a farsi pesante come un macigno, e il personale del Sacra Famiglia ha addirittura cominciato a esprimere più di un malumore a causa dell’ossessiva presenza della stampa. Alberto Valli, è lui che mi porta in perlustrazione a quelle ore improponibili, ha una fantasia segreta: che il cuoco del dott. Berlusconi si ammali e che l’ex-Cavaliere – per soddisfare il suo appetito – sia costretto ad uscire di casa per recarsi presso la vicina pizzeria Roxy, di nuova apertura e a gestione egiziana. Forse nessuno tra pizzaioli e avventori lo riconoscerebbe, abituati solo e unicamente alla sua presenza mediatica.

Non sono arrivato qui ad Arcore per spiare Villa San Martino, bensì per partecipare alla terza edizione di Università Migrante, organizzata da Arci Blob. Dalla stazione ferroviaria si arriva alla sede di Arci Blob in pochi minuti, la sede sta infatti a ridosso della ferrovia. La sera, invece, Alberto, il coordinatore di Università Migrante, mi porterà a Fischia il vento, il festival delle cultura antifasciste e antirazziste di Monza e Brianza. Che Arcore sia un covo progressista e antirazzista non è così sorprendente, così come non lo è la presenza di una forte cultura anticlericale a Roma. Quello che soprende e rattrista è lo stato della Sinistra locale: divisa. L’immobile dove ha sede Arci Blob ne è la raffigurazione. La bacheca esterna posta su via Casati Alfonso appartiene al PD. L’Arci occupa i locali sotto quella che fu la sede di Rifondazione comunista, e continua a ricevere la corrispondenza indirizzata ai Verdi locali, nonostante come organizzazione si sia ormai svincolata da ogni appartenenza politica. Università Migrante è un modo per parlare di migrazioni e rifugiati formando una nuova generazione di attivisti per i diritti umani e operatori dell’accoglienza in Brianza. «Una rassegna di incontri, lezioni e lectures aperte a tutti gli abitanti del territorio, agli studenti universitari e agli operatori interessati a comprendere in maniera più chiara e approfondita il fenomeno delle migrazioni» come la definiscono gli organizzatori. Tre fine-settimana alternati, ricchi di seminari e approfondimenti, dal significato di cosmopolitismo e società plurale alle crisi di regioni come il Corno d’Africa o paesi come la Libia; dalla normativa sull’asilo e il governo dell’immigrazione alla raffigurazione della «invasione» sui social networks e la stampa locale; dalla cittadinanza imperfetta di Rom e Sinti al Mediterraneo come spazio di azione strategica e riscatto sociale.

Circola anche un opuscolo informativo della campagna Refugees Welcome. La campagna consiste nell’organizzare l’accoglienza in casa privata, solo che è stata organizzata da dei tedeschi (si tratta dell’organizzazione Mensch Mensch Mensch), e richiede alcune condizioni preliminari: la disponibilità di fondi pubblici o di micro-donazioni per finanziare l’affitto, la volontà del rifugiato di prendere dimora nel tuo Paese, e il fatto che non tu rischi la galera per favoreggiamento di immigrazione illegale. I promotori della campagna svolgono la funzione di intermediari tra il rifugiato e chi offre ospitalità privata, e incoraggiano ad ospitare non solo il rifugiato «regolare» (con permesso di soggiorno), ma anche quello «irregolare». È una campagna coraggiosa, ma norme e condizioni di accoglienza in Germania non sono quelle del nostro Paese. Nazarena Zorzella, avvocato immigrazionista di Asgi (Associazione studi giuridici per l’immigrazione), spiega: «Ci dobbiamo andare con i piedi di piombo. Da un punto di vista umano, è un fatto positivo che potrebbe favorire l’integrazione, ma non esistono norme che permettono l’accoglienza in casa, né espliciti divieti». Ci si muove sul crinale, con tutti i suoi rischi. E continua: «A me quello che preoccupa è che non ci siano controlli sull’idoneità dei nuovi posti di accoglienza, né su come vengono spesi i soldi. Questo sistema implementa tutto quello che è fuori dall’istituzione, esaspera la privatizzazione quando invece l’accoglienza la deve fare lo Stato»[2]. Personalmente, sono per l’accoglienza in case private, perché favorirebbe la diffusione di reti di solidarietà spontanea e accrescerebbe la consapevolezza nella comunità locale; naturalmente, devono essere garantite alcune condizioni minime di accoglienza. Tra i miei amici, questo tipo di accoglienza non è ben visto, perché è vissuto come un trasferimento di responsabilità che è dello Stato. Io non sarei così categorico. Il 7 settembre u.s., la Regione Toscana ha attivato ad esempio un numero di telefono ad hoc per chi vuole ospitare dei rifugiati, e le telefonate sono state numerose, anche da parte di chi offre la casa senza aspettarsi dei contributi. D’altro lato, Caritas ha lanciato per il terzo anno consecutivo l’iniziativa Rifugiato a casa mia[3].  Sta di fatto che il Viminale sconsiglia questo tipo di ospitalità, perché ospitare senza preparazione può essere rischioso sia per il richiedente asilo, sia per chi lo ospita, e raccomanda di pensarci due volte prima di compiere un passo così generoso[4]. D’accordo, tutto vero, ma preferisco un passo rischioso in quella direzione piuttosto che un’odiosa marcia con le torce accese verso un centro di prima accoglienza.

Nel frattempo, il centro sociale di via Giovanni Boccaccio, a Monza, organizza cene e discussioni sul tema migrazioni, ma soprattutto tornei di calcio (una delle squadre la chiamano United Refugees), nell’intento di creare un legame tra chi frequenta il centro ed i rifugiati. Si sperimentano nuove modalità, in una terra in cui la vecchia società operaia e la cultura del lavoro tradizionale vengono meno. Percorrendo le strade della Brianza, tra Arcore e Mezzago, parlo di lavoro con Alberto. Sopravvive chi si crea una nicchia industriale, come quell’amico che si è messo a produrre giochi per acrobati, ed ora esporta e non risente della crisi. Chi aveva investito nell’acquisizione di capannoni industriali e non si è reinventato una nicchia, soffre: un capannone rilevato dalla famiglia di Alberto nel 2009 al valore di 1,8m € ora resta invenduto, anche se il suo prezzo si è abbassato a 1,1m €. «Chi si è laureato fino al 2005-2006 qualche speranza l’ha coltivata. Chi si laurea oggi, speranze non ne ha più» racconta uno dei partecipanti a Università Migrante durante il pranzo, preparato da Fātima, ragazza del Ciad scappata dalla Libia nel 2011, per giungere dopo molte peripezie anche lei qui ad Arcore. Delle grandi industrie, forse solo la Magneti Marelli resiste: fondata a Sesto San Giovanni, non lontano da Arcore, ha ora la sua sede a Corbetta, a ovest di Milano, e stabilimenti in una ventina di paesi, che servono l’industria automobilistica di mezzo mondo. In effetti, le grandi industrie non le vedi dal finestrino della tua automobile, ma resti invece confuso da una compenetrazione tra aree artigianali, campi coltivati, infrastrutture e zone residenziali, che denotano assenza di pianificazione e disordine territoriale.

A Mezzago, ci aspettano al Bloom, il locale in cui i Nirvana si fecero conoscere in Italia, suonando nel lontano 1991. Per il gruppo di Seattle fu l’anno della consacrazione, quello del successo planetario dell’album Nevermind. Di lì a poco Kurt Cobain, Dave Grohl e Krist Novoselic avrebbero vinto il disco d’oro e sarebbero diventati i profeti del grunge. Devo dire che il grunge non è il mio genere preferito, ma è certamente un luogo storico quello in cui ci troviamo per ascoltare testimonianze dai presidi di lotta contro le frontiere europee. C’è Andrea Staid, autore de I dannati della metropoli, un’etnografia della criminalità migrante o meglio dell’uscita dal confine della legalità; c’è Elisa Bosisio, che ha partecipato al presidio NoBorders di Ventimiglia; c’è in collegamento telefonico dal campo di Opatovac, al confine tra Croazia e Serbia, l’attivista Matteo Castellani. I numeri dicono già tutto: se a Ventimiglia passavano 200 persone al giorno, alla frontiera croata ne passano 5000 al giorno! Matteo denuncia il fatto che le forze dell’ordine croate fanno fare inutili marce a piedi ai profughi di più di venti km, invece di mettere a disposizione dei bus che sono già là. NoBorders sfama mille e cinquecento persone al giorno grazie a una rete di solidarietà autorganizzata, a cui partecipano anche collettivi di Zagabria o Belgrado. È la solidarietà transfrontaliera del nuovo socialismo diffuso, ma l’emergenza è più grande. Matteo annuncia che nei giorni seguenti si sarebbe spostato verso il confine con la Macedonia; è un manipolo agguerrito di attivisti che segue le fratture della crisi umanitaria, e di quella politica dell’idea di Europa dei popoli. «La frontiera dello Stato-Nazione non è forse una creazione culturale, e come tale reversibile?» si chiede Matteo da Opatovac. D’altronde, solo qualche anno fa, le frontiere della Casa comune europea non passavano a est della Croazia, ma a meridione dell’Austria.

La mia testimonianza a Università Migrante apre la porta a una questione fondamentale che lacera i presenti: «Perché non c’è stata la rivoluzione o gli Indignados in Italia come in altri paesi del Mediterraneo?». Alcuni additano nei 5 Stelle il fattore che ha assorbito e incanalato l’esasperazione. Altri, tra cui un partecipante francese, vedono nella frammentazione della Sinistra un ostacolo a un nuovo attivismo civile in Italia. Altri, come Mario Bossi, presidente dell’Arci di Arcore, è deluso dall’incapacità dei sindacati di «politicizzare» una società frammentata dalla crisi. Le analisi e le controanalisi sembrano non esaurirsi, e dal Mediterraneo si ricade nel cortile di casa: «Perché non possiamo ribellarci anche noi?». Resto in silenzio ed ascolto. La domanda non ha facile risposta, ma un pezzo di risposta è certamente il seguente: stiamo ancora troppo bene, la rete di protezione creata tramite il lavoro e il risparmio dei nostri genitori non ci fa toccare il fondo, ed i beni di consumo a cui possiamo accedere grazie a questa rete sono dei veri e propri ammortizzatori sociali. Altrimenti non si spiegherebbe neppure questa convivenza tra una Sinistra al governo di Arcore e la presenza tranquilla sul suo territorio del dott. Berlusconi, che ha accelerato la svendita dei Beni comuni, ha legittimato la corruzione politica ed economica, ha permesso che il divario tra ricchi e poveri crescesse, ed ha «sdoganato» xenofobia e nazionalismo, contrapponendoli alla tradizione repubblicana e antifascista che hanno salvato l’anima del Paese settant’anni fa.

Sul treno che mi riporta a Milano, un lunedì mattina, i pendolari sono tutti sincronizzati sui loro profili Facebook o consultano Whatsapp nonostante l’alba sia appena giunta. Dovesse passare un elicottero sulle loro teste, non se ne accorgerebbero, tanto sono presi a consumare quel pezzo di tempo sul treno.

Firenze, 22 ottobre 2015.

[1] Si parla di 35.000 mq di estensione a verde.

[2] Lorenzo Bagnoli, «Vuoi ospitare un rifugiato? Ecco come funziona davvero», in Wired.it, 14 settembre 2015.

[3] Uliviero Forti, responsabile immigrazione della Caritas, ha affermato che il piano di accoglienza avrà un costo decisamente inferiore rispetto alle forme istituzionali, pur garantendo un contributo di circa 200-300 € al mese alle famiglie e un percorso di formazione e di assistenza. Cfr.: Niccolò Gaetani, «Cosa posso fare per i migranti?», in La Stampa, 8 settembre 2015.

[4] Laura Eduati, «Il Viminale sconsiglia alle famiglie di ospitare i profughi: “È compito dello Stato dare accoglienza, la bontà non basta”», in Huffington Post, 9 settembre 2015.

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