L’Italia che incontro attorno alle presentazioni di «Riscatto mediterraneo».

Ci sono luoghi in Italia che scopri per caso, in cui arrivi senza sapere dove sei, lontani dai tragitti battuti dalla modernità. Per scoprirne uno di essi, mi sono dovuto imbattere in «Geografie sommerse». «Geografie sommerse» porta il sottotitolo «Viandanti nella bellezza dell’abitare il territorio». Quando l’ho letto la prima volta, non ci ho capito un granché. Ero stato invitato da Ornella D’Agostino, fondatrice dell’associazione cagliaritana Carovana, a partecipare a un laboratorio in management culturale. Avevo detto di sì mentre attraversavo la Normandia con i figli, in piena estate, senza aver esattamente capito dove avesse luogo. «Geografie sommerse» è un progetto finanziato dall’Unione europea con fondi per lo sviluppo rurale del programma Leader. A meterlo in piedi, è stato un GAL (Gruppo di azione locale), così si chiamano nel gergo europeo i consorzi che si costituiscono nelle regioni rurali per promuovere azioni di sviluppo, per la precisione il GAL Sole Grano Terra, che riunisce le zone di Sarrabus, Trexenta, Gerrei e Campidano di Cagliari. Il termine «Geografie sommerse» mi ha fatto pensare a un continente sprofondato sotto le acque marine a seguito di un cataclisma, oppure a una cartografia utilizzata per segnalare i nodi di una rete clandestina di cui non si deve sapere.

Quando arrivo all’aeroporto di Cagliari-Elmas, sono ormai le undici di sera, il buio è fitto, e sono reduce da diverse e inaspettate ore di attesa in un altro aeroporto italiano a causa del forte vento. Ciononostante, non sono ancora arrivato: la destinazione è un’altra, Armungia. L’autista dovrà arrampicarsi per strade che attraversano valloni, sugherete e terre di nessuno, che non vedrò perché il buio fitto, qui, è ancora più fitto. Si può apprezzare il colore nero del cielo, perché l’illuminazione pubblica non ha violato l’immobilità della notte, e solo i punti luminosi dei rari borghi abitati segnalano che siamo ancora sul pianeta Terra. Armungia, 366 metri sul livello di un mare che è troppo lontano, un colle di case in pietra. A mezzanotte, «Geografie sommerse» si rivela per quello che è anche, una rivisitazione del territorio attraverso le arti: un cineforum viene improvvisato sulla strada che percorre il paese; di fronte al museo, un artista proietta foto; un altro, in un giardino ha piantato degli spaventapasseri fatti di materiali e colori diversi; un altro ancora ha teso un filo lungo un parapetto di pietra su cui pendono messaggi e parole.

È un chiodo fisso del lavoro di Ornella, danzatrice, coreografa e animatrice culturale, che crede che l’arte possa aiutare a riscoprire i talenti di un territorio, e a generare opportunità di sviluppo locale all’interno di una comunità. Due anni fa, l’avevo incontrata nel quartiere Sant’Elia di Cagliari, dove aveva portato dei «saltatori urbani» dalla Francia, quelli del Parkour, per un laboratorio in cui, imparando a muoversi tra i colonnati di palazzi di cemento e cortili frequentati da famiglie, tossicodipendenti e graffitari, i giovani vivevano quei luoghi maledetti dall’opinione pubblica come un grande palcoscenico. È l’idea del rovesciamento di senso che apre nuove prospettive. L’ho poi ritrovata a montare performances in vecchie miniere abbandonate, oppure sotto discariche di rifiuti. E questo presupposto, per cui un luogo può cambiare di senso e rovesciare il declino, è arrivato tra questi villaggi di alberi vecchi e uomini vecchi, villaggi in cui oggi vive un terzo della popolazione che ancora animava queste comunità nel primo dopoguerra. Armungia fu il luogo natale di Emilio Lussu, scrittore e politico antifascista, padre del Partito Sardo d’Azione, prima, e del movimento Giustizia e Libertà, poi. «Il popolo sardo, come i popoli venuti ultimi alla civiltà moderna e già fattisi primi, ha da rivelare qualcosa a se stesso e agli altri, di profondamente umano e nuovo», scrisse negli anni ’50[1].

Il giorno seguente, una volta lasciata la locanda a suon di sveglia, sarò già in macchina con la venezuelana Ana Valenilla, che ha organizzato il laboratorio in management culturale, diretti al parco archeologico di Pranu Muttedu, la «Stonehenge» italiana, un’area funeraria della Sardegna prenuragica. Tra menhir e megaliti, sotto le sughere e tra i cespugli di mirto, suoneranno gruppi folk e rap, e si ascolterà il canto sacro e profano in arabo della tunisina ʿAlia Sellāmi. Nel mentre, i produttori locali di formaggi, miele, pane e dolci o vino propongono un percorso sensoriale e formativo sul cibo arcaico della Sardegna, organizzato con l’importante apporto di Luigi Erriu, presidente di Su Niù è S’Achili, un centro – parco situato a San Nicolò Gerrei, uno dei comuni del GAL, e dedito alla ricerca sulla produzione agro-alimentare biologica. Attenzione, però, non si tratta di una vetrina in stile Eataly per danarosi buongustai che guidano SUV o berline sportive, perché le parole d’ordine sono: «la sfida della produzione bio agroalimentare», «un’alternativa al mercato globale per trasformare la marginalità rurale in risorsa ecosostenibile», «dai culti delle acque in Sardegna all’acqua come bene comune», «nuove economie solidali e di scambio in un Mediterraneo in crisi che sperimenta cittadinanze attive». Quella sera, la Nazionale di calcio avrebbe giocato per le Qualificazioni europee, ma nessuno se ne ricordava. Mentre la squadra si preparava a scendere sul campo dello stadio di Palermo, l’artista greco Alexandros Mistriotis raccontava fiabe inventate mescolando mitologia e modernità, seduto sul bordo di quella che probabilmente fu una tomba, mentre il vento attraversava la macchia e la traduttrice rendeva in italiano le parole in francese del cantastorie. Minotauri, senzatetto, divinità cadute in rovina, giochi d’infanzia, automobili rubate, dimostranti in piazza, tramonti sull’arcipelago, abbracci di una madre, passato e presente che si incrociano, tutto questo prendeva forma in un racconto non lontano dalle inquietudini della nostra realtà.

Quando ʿAlia Sellāmi, donna slanciata e aggraziata, mi rimprovera pubblicamente del fatto che la «cittadinanza mediterranea» sia un’utopia, mentre loro, in Tunisia, devono difendere con i denti ogni giorno libertà e diritti conquistati, Alexandros Mistriotis si siede al mio fianco, sulle balle di fieno predisposte a mò di emiciclo per il dibattito finale, e mi dice: «Non avertene a male, si tratta di due punti di vista differenti, ma non contrapposti; lei fissa lo sguardo sulle difficoltà dell’impervio cammino del quotidiano, tu fissi lo sguardo sul punto di arrivo all’orizzonte».

«Geografie sommerse» è un esperimento che consiste nel portare artefici di creatività in un luogo per rinnovare il senso di, rilegittimare forse, risorse e saperi locali caduti in disuso. È come se Apollo, dio di tutte le arti, venisse messo a rimettere in sesto l’economia del suo regno. Ed allora, un’attività escursionistica diventa un percorso tra legami e contrasti fra insediamenti abitativi e ambiente naturale; la valorizzazione di professionalità quali quella del barbiere, del calzolaio o del tintore diventa un circuito in festa tra manualità artigianale e giochi antichi; un’indagine catastale di case e giardini nei villaggi del regno diventa un lavoro di mappatura artistica con performance inaugurale. E succedono cose inaspettate: ad Armungia, su invito dell’artista francese Pascale Pilloni, nonostante gli uomini del paese fossero convinti che le mogli non avrebbero accettato di tirar fuori i loro abiti nuziali, una ventina di donne indossano di nuovo il loro vestito da sposa e marciano per la vie pubbliche, quasi fosse un atto di autodeterminazione e voglia di riscatto, per arrivare infine ad assistere al falò di una sposa-pupazzo che si libera del vecchio vestito e ritrova la sua essenzialità di donna; a Pranu Muttedu, invece, Bettina Pitzurra, di Abba Libera, comitato che lotta contro la speculazione sui prezzi da parte di Abbanoa, la s.p.a. che gestisce ed eroga i servizi idrici in Sardegna, invita alla ribellione fiscale. Di fronte a bollette pazze, letture di contatore discutibili, condotte fatiscenti, interventi tardivi, rattoppi di fortuna spacciati per manutenzione o pessima comunicazione con l’utente e le amministrazioni locali, Abba Libera ha convinto alcune amministrazioni locali a rifiutare di allacciarsi ad Abbanoa, e ha introdotto la pratica dell’autoriduzione della bolletta da parte degli utenti pari alla tariffa che questi pagavano quando il servizio era pubblico. «Mobilitate le vostre comunità locali, riprendiamoci l’acqua dalle complicità politiche delle opere idrauliche, decidiamo noi quanto pagare e chi pagare!» grida Bettina Pitzurra alla platea accomodata sulle balle di fieno.

Sotto le sughere, il gruppo che partecipa al corso di management culturale è eterogeneo e molto motivato. C’è l’équipe del GAL Sole Grano Terra, qualche partecipante ha breve esperienza nel campo dell’organizzazione di eventi in ambito teatrale, altri nella progettazione europea e culturale, qualcuno con esperienza artistica, come l’artista del paesaggio Carlo Salvatore Laconi, qualcun’altro con esperienza interculturale, come la Sardinia Winter School che offre corsi di lingua agli stranieri. Si parlerà di eventi culturali e artistici per la promozione del territorio, gestione e amministrazione di un progetto culturale o di residenze artistiche, il ruolo del teatro nel coinvolgimento del territorio e nella creazione di reti o azioni culturali in ambito rurale.

Al momento di rimettermi in strada per raggiungere Cagliari, la notte sta per sopraggiungere, e scorgo gli ultimo lembi di paesaggio struggente prima che il buio ci ingoi. Le pale eoliche sfregiano le colline: «Tanto questi mulini si fermeranno presto e verranno lasciati arrugginire come tante opere industriali in questa terra» commenta con nonchalance Paolo Melis, che mi accompagna. Resteranno la natura violata, ma resistente, e la gente che per amore non vuole scappare in città. Uno dei partecipanti al corso di management culturale utilizza una citazione: «Colui al quale la natura comincia a svelare il suo segreto manifesto, sente irresistibile nostalgia per la più degna interprete di essa, l’Arte». È di un tedesco, Wolfgang Goethe. Sarrabus, Trexenta, Gerrei: vi sfido a localizzare dove stiano; eppure in quei giorni si incontravano francesi, greci, olandesi, libanesi, spagnoli e tunisini. A Pranu Muttedu pure una coppia di turisti tedeschi, forse capitativi per caso, forse amanti della poesia di Goethe. Per amore della terra, si superano i confini.

Careggi, 26 settembre 2015

[1] Dall’articolo «L’avvenire della Sardegna», pubblicato sulla rivista di politica e letteratura Il ponte, anno VIII, n. 9-10, settembre-ottobre 1951.

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