L’Italia che incontro attorno alle presentazioni di «Riscatto mediterraneo».

Andrea Belacchi stava preparando l’atto finale: la salita notturna al monte Acuto con concerto all’alba. Lo hanno chiamato «concerto dell’alba dorata», e per buona sorte non ha nulla a che spartire con l’omonimo partito neofascista greco. Dopo un mese di eventi, chiudeva così il festival Ville e Castella, che abbraccia dodici comuni della provincia di Pesaro e Urbino, e che nella cornice di borghi storici, monasteri, castelli e poderi propone musica, dibattiti e readings. Quella penultima sera, toccava a me parlare di Riscatto mediterraneo nelle vigne delle Cantine Terracruda, sotto il borgo di Fratte Rosa. Le sedie erano state piazzate su una radura erbosa davanti a un vecchio casolare, e dopo una lunga chiacchierata, si sarebbe cenato seduti a lunghe tavole di legno tra i filari di viti, che per l’occasione sostenevano lampadine sospese come quei grappoli non ancora maturi per la vendemmia. Al calar delle ombre, sarà invece lo spagnolo Pablo Peláez a suonare al pianoforte ventiquattro pezzi dedicati ai quattro elementi: terra, acqua, aria e fuoco. Note che si confondono con la brezza notturna, e se chiudi gli occhi ti paiono arrivare dalla campagna oscura. Questo è lo stile del festival.

Nino Finauri, quando inventò questo festival, giunto alla XIX edizione, voleva dimostrare non solo che si può portare l’arte e l’offerta culturale tra le campagne di un’entroterra, ma anche che le stesse possono generare idee, saperi e pratiche di respiro culturale, politico e sociale. In altre parole, che da un rinnovato rapporto tra uomo, natura, agricoltura e cultura può nascere un movimento che racconti un possibile futuro roseo, e non necessariamente uno preoccupante o catastrofico. È un festival questo che, non godendo dei fiumi di denaro di cui ha goduto ad esempio un palcoscenico come Expo universale, ha sofferto finanziariamente con l’abolizione della Provincia, ma che ha tenuto. Gustando fave, vino, arrosto e formaggio, incontrerò sotto i filari Silvia Cavinato, la giovane assessore all’agricoltura di Isola del Piano, e Raúl Álvarez, regista messicano che ha girato Land Awakening, «Il risveglio della terra», un documentario che va alla ricerca di persone e comunità che vivono l’agricoltura e la natura secondo paradigmi diversi da quelli consumistico-predatorii. Sarà Raúl che mi metterà al corrente di un’iniziativa europea per riconoscere nella natura un soggetto di diritto, ispirandosi alla riforma costituzionale voluta dall’Ecuador nel 2008, che attribuisce per l’appunto diritti inalienabili alla natura[1].

«Vedrai, è questa la vera rivoluzione che ci serve» mi dirà Raùl. Ritorno alla terra?

L’ONG Cospe ha un progetto, concepito insieme alla fondazione Girolomoni e da mettere in atto in collaborazione con l’università di Urbino e la Regione Marche: un’accademia di agroecologia per il Mediterraneo, da localizzare nel borgo di Isola del Piano, dove appunto ebbe inizio la storia dell’agricoltura biologica in Italia. Tutto questo, grazie al sostegno di Giuseppe Paolini, sindaco di Isola del Piano, riconfermato tre mesi fa, e co-fondatore della Co-operativa Alce Nero. La cooperativa fu voluta da Gino Girolomoni negli anni ‘70, quando nessuno sapeva cosa fosse l’agricoltura senza la chimica, a parte chi produceva per sè. Iniziarono con la pasta biologica, ed ora questa co-operativa, che nel frattempo ha cambiato nome (Girolomoni), gestisce una struttura per la produzione e la commercializzazione di pasta biologica ed altri prodotti, cui fanno riferimento oltre cento produttori della zona, e produce e vende mediamente seimila quintali l’anno. È il centro ed il motore di un sistema di sviluppo economico locale, costruito nel corso degli ultimi quarant’anni, centrato sulla sostenibilità ambientale e sulla tutela e la valorizzazione del territorio, con i suoi prodotti, la sua storia e la sua cultura, il suo paesaggio. Gino Girolomoni, il visionario che ha dato vita a questo percorso, è scomparso tre anni fa, e a lui è stata intitolata l’omonima fondazione che ha sede in un monastero del 1400, sulla collina di Montebello, che domina dall’alto Isola del Piano e le colline da San Marino al Monte Conero. Oltre alla creazione di un accademia di formazione, studio e ricerca sul biologico nel Mediterraneo, intorno a cui sviluppare una rete di rapporti con centri, istituzioni e organizzazioni sulle diverse sponde del Mediterraneo, i promotori intendono lanciare progetti di tipo agro-forestale, turistico e didattico per la valorizzazione di territori demaniali di quella zona del Pesarese (in parte confiscati alla ‘ndrangheta), assegnandole in gestione a cooperative sociali.

A Moscufo, invece, comune dell’entroterra pescarese, il riscatto parte dalla denuncia del rischio criminalità organizzata. Emanuele Faieta e Guglielmo Ferri crearono l’associazione culturale Gli amici di Peppino (intendendo Peppino Impastato) quasi per caso, nel 2012, quando – grazie all’incontro con una giovane attrice di teatro che aveva lavorato sulla criminalità organizzata utilizzando l’arte di Molière – entrarono in contatto con Giovanni, il fratello di Peppino. Lo invitarono a Moscufo per un progetto rivolto ai ragazzi delle scuole e organizzato dal Comune di Moscufo, di cui Emanuele è assessore[2]. Da lì nacque l’idea dell’associazione. Moscufo è terra di olivi, la Mafia sembra lontana, ma è attraverso l’iniziativa culturale che i nostri amici cercano di ricreare uno spirito collettivo, del fare insieme, che è il vero antidoto a corruzione e interesse particolare. «Tra Moscufo, Loreto Aprutino e Pianella siamo circondati dagli olivi, è la nostra ricchezza, eppure nel nostro Comune ognuno fa per sè, e abbiamo un solo oleificio cooperativo» riconosce Guglielmo, mentre mangiamo arrosticini di carne di pecora al ristorante La Torre Antica, da cui vediamo le montagne della Majella e del Gran Sasso. Emanuele e Guglielmo, che insieme ai membri dell’associazione formano ancora un piccolo gruppo, non si danno per vinti, e il vecchio frantoio in Largo Garibaldi sarà finalmente ristrutturato dall’amministrazione comunale per farne un centro culturale, dopo più di quarant’anni di abbandono.

«Con tutte queste terre, con i borghi che avete, perché non pensiamo a un progetto di sviluppo locale che preservi i vostri paesaggi?» propongo a Emanuele, un uomo robusto dal sorriso largo.

«Sì, perché no? Proviamoci. Il nostro problema è di far capire che il mattone non ha più futuro, e che dobbiamo imparare a fare economia in modo comunitario, soprattutto in piccolo comuni come il nostro.»

Nella sala consiliare del Comune di Moscufo, che porta orgogliosamente il titolo di borgo carolingio, e la cui storia è stata raccolta in un lungo e documentato volume curato da Vittorio Morelli e Restituto Ciglia (1991, ed. D’Incecco), incontro un personaggio particolare, un vecchio saggio che ha appena pubblicato un romanzo storico su Cristo, in cui con gli arnesi della letteratura parla della necessità di una nuova profezia. Si chiama Valentino Ceneri, psicoterapeuta, un distinto e pacato signore già al suo secondo romanzo[3]; un Umberto Eco abruzzese, queste sono le sorprese che riservano gli entroterra. Mi scriverà, dopo aver assistito al dibattito sul Mediterraneo tenuto nella sala consiliare: «Ma la storia non si ripete. Dopo il tramonto delle Grandi Narrazioni, saranno le piccole storie, i piccoli resti di biblica memoria, a raddrizzare l’asse dell’umanità terrestre – difficile fare storia in un mondo globalizzato, massificato dall’eccesso di notizie.»

Ritorno alla terra, terra come risorsa produttiva, terra come eredità culturale, terra come albero maestro a cui aggrapparsi per evitare il canto delle sirene della speculazione e dell’arricchimento sterile. Nell’anno dell’Expo universale, la terra e i suoi frutti ritornano a essere l’unica vera cosa materiale che conta, su cui ricostruire una società giusta e duratura. Il resto sono «Grandi Narrazioni» destinate a cadere nel silenzio quando il palco sarà smontato e le banconote saranno ancora un poco di più della carta straccia.

Santa Caterina dello Jonio, 1 settembre 2015.

[1] Si tratta della campagna lanciata da International Center for Wholistic Law, fondato da Mumta Ito in Scozia, e che utilizza lo strumento dell’iniziativa cittadina europea, per chiedere alla Commissione europea di legiferare in favore del riconoscimento della natura come soggetto portatore di diritti, modificando dunque profondamente le tutele giuridiche attuali nei confronti dell’ecosistema.

[2] Con un portafoglio nutrito: cultura e istruzione, urbanistica, tutela dell’ambiente e del patrimonio artistico-culturale.

[3] Un El chiamato Abbà. L’ultimo vangelo apocrifo, Aracne, Roma, 2015.

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