Con Ala Al Aswany
Con al-Aswany nel suo studio dentistico

Lo confesso a voi, ma non l’ho confessato a lui: di «Palazzo Yacoubian», ho visto solo il film, ma non ho letto la novella. Non mi sono nemmeno degnato di trovarne il tempo; ma quando mi ha detto che stava scrivendo un romanzo su Alessandria d’Egitto, mi sono ripromesso di farlo prima che questo esca nelle librerie. Di ‘Alā’ al-Aswānī conoscevo, tuttavia, tutti gli articoli di fondo che pubblicava il martedì sul quotidiano al-Masrī al-Youm (*).

Uno dopo l’altro, lo scrittore egiziano ha ripercorso la rivoluzione egiziana mantenendone accesa la fiamma nel corso di questi mesi trascorsi dalla caduta di Mubārak. Per lui, la rivoluzione non è finita, ma continua, pronta ad assumere la forza di una seconda marea, contro i Fratelli musulmani e contro chi subentrerà loro. I suoi articoli fanno la pedagogia della rivoluzione e ne spiegano limiti e sfide ad un pubblico frastornato dai battibecchi quotidiani. Come quando, spiegando che a fare la rivoluzione erano stati venti milioni di egiziani (mentre venti avevano simpatizzato con essa senza parteciparvi), ricordò che ben quaranta appartenevano al «partito del divano», Hizb al-Kanaba, quelli che hanno passivamente assistito all’evolversi delle cose, che non hanno capito o aderito alla rivoluzione: sono questi coloro che devono essere guadagnati al cambiamento sociale ed esposti ai valori della cittadinanza attiva, muovendosi nelle campagne e nei quartieri poveri, e facendo educazione civica. Oppure quando immagina l’Egitto governato dai rivoluzionari: una nazione che presta i soldi al Qatar, in cui l’assistenza medica viene assicurata a tutti in forma gratuita, in cui le strutture della Sicurezza di Stato vengono trasformate in museo per non dimenticare le pratiche della tortura e della repressione utilizzate dai regimi precedenti, o in cui una formazione islamica sostiene la candidatura alla presidenza della repubblica di un’ex-attivista donna cristiana, Mārī ‘Abdel Masīh, dopo che la presidenza era stata assicurata da tre personalità secolari che avevano sostenuto la rivoluzione. Oppure quando ritornerà sulla relazione tra politica e rivoluzione e ammonirà a non cedere a compromessi con un presidente Mursī delegittimato per gli errori e gli atti repressivi commessi: rivoluzione e politica lavorano in antitesi, la politica sono gli interessi e la rivoluzione i principî, la politica è l’arte del possibile e la rivoluzione il sogno dell’impensabile, la politica preserva inevitabilmente il sistema esistente e la rivoluzione vuole la sua sostituzione con un sistema più giusto. «Per costruire il cambiamento, un paese deve essere politicamente molto forte per giocare alla politica, giacché le vecchie tecniche non servono più» mi spiega lo scrittore che mi riceve nel suo studio dentistico, nel quartiere di Garden City, al quarto piano di una palazzina in cui, se sali a piedi, rischi di inciampare in qualche sacchetto di spazzatura lasciato sulla tromba delle scale.

Sarà nel suo camice da lavoro verde che mi riceverà, fumando una sigaretta e bevendo aranciata, mentre alcuni pazienti ci passano a fianco per accomodarsi. «Terminologicamente, una rivoluzione è un vero cambiamento del sistema, non solo di quello politico, ma di tutto, è un vero rinascimento» aggiunge.

«Ma questo varrebbe secondo Lei anche per un paese che non sta conoscendo una vera a propria fase rivoluzionaria?» aggiungo.

«Lo spirito rivoluzionario egiziano potrebbe ispirare anche un contesto europeo in cui vanno ripensate le basi della democrazia. Sto pensando a cinque o sei paesi europei, dove le procedure democratiche non funzionano in modo efficiente, dove il corpo democratico è da una parte e la testa dall’altra, e dove cambiare è complesso a causa del denaro e di tecniche e visioni politiche tradizionali, che i giovani vogliono rivedere».

«Cosa si dovrebbe fare dunque in un continente come il nostro, che sta vivendo una lunga stagione di proteste? Seguire un percorso rivoluzionario?» proseguo, spostando la barra della riflessione più avanti. Con la sua voce robusta e piena, seduto su un banco della saletta di attesa, lo scrittore dice: «Vi è una differenza nella natura delle cose; come dicevamo, la politica è l’arte del possibile, mentre la rivoluzione è il sogno dell’impossibile. Ora, se accetti qualsiasi forma di compromesso durante una rivoluzione, perderai la rivoluzione. Durante i diciotto giorni della rivoluzione egiziana, avemmo successo perché rifiutammo tutte le offerte di Mubārak: cambiò il governo, mise delle persone in carcere, rinunciò a ricandidarsi, propose di cambiare la costituzione, ecc. In una situazione politica normale, sarebbero delle buone offerte, ma quando fai una rivoluzione e centinaia di persone muoiono, non le puoi accettare. Nella storia delle rivoluzioni, tutte le persone al potere hanno offerto dei compromessi per schiacciarle».

Il dott. ‘Alā’ è un dentista ancor prima di essere lo scrittore egiziano vivente più conosciuto nel mondo, e quando parla tira fuori le cose al momento necessario; è anche però qualcuno che ama raccontare di come sia arrivato ad essere considerato una delle voci della protesta, insieme ad altri artisti. «Mubārak aveva due formule, entrambe stupide. La prima venne applicata dopo la prima guerra del Golfo, nel 1990, e diceva: Write whatever you want, I do whatever I want. Scrivi ciò che vuoi, io farò ciò che voglio. Concepita per lasciare sfogare la rabbia sociale e per dargli una buona immagine esternamente, egli non ne calcolò le conseguenze, perché con il tempo, permise un’accumulazione di coscienza. La seconda formula consisteva nel non molestare eccessivamente l’arte con la macchina della dittatura, perché considerava che solo un’élite ristretta consumasse arte in Egitto. Pensavano che “questi intellettuali” educati in Occidente non conoscessero il Paese! Realizzeranno, però, solo più tardi che entrambe le formule si sarebbero rivelate molto pericolose, e che al di sotto vi era un processo di coscientizzazione che avrebbe alimentato lo spirito della rivoluzione».

«Ma com’è possibile che il regime abbia potuto fare un tale errore di calcolo?» lo incalzo.

«Credo che una delle ragioni dietro l’adozione di queste due formule fu che né Mubārak, né la sua famiglia leggessero della letteratura. Un giorno, venne chiesto al presidente dell’Egitto chi fosse il suo poeta preferito, ed egli menzionò un modesto poeta del 19° secolo, Mahmūd Sāmī el-Bārūdī, perché era uno di quelli che studiavi nella scuola secondaria. È l’unica spiegazione plausibile di questa citazione!». Per al-Aswānī, un artista dovrebbe essere sempre rivoluzionario, anticipando e accompagnando le ambizioni di emancipazione e progresso di un popolo.

[…]

Gli racconto di quando dei giovani attivisti politici europei, che si suppone emancipati e liberi da preconcetti, rimasero sorpresi durante un incontro nel conoscere delle ragazze arabe rivoluzionarie, ma velate: «Gli stereotipi sono duri a morire, e non stanno tutti da una parte». Poi aggiunge: «Certamente voi avete degli stereotipi come li abbiamo noi. Le rivoluzioni aiuteranno a superarli, ma ho moltissimi amici in Occidente, che per anni mi ponevano le stesse domande: “Do you think that Egyptians really care about democracy?”, “Do you think that they are ready for democracy?”. Ricorda: gli stereotipi ti fanno stare bene, perché il giorno in cui ti rendi conto che non è vero, ti devi rimettere in discussione».

[…]

Poi parla dell’Italia: «Mi dispiace dirlo, ma ogni volta che penso all’Italia, una delle culle della civiltà, soffro, perché vedo la contraddizione di avere (avuto) come presidente personaggi come Berlusconi con la storia e la cultura di questa grande nazione. Lo stesso malessere provavo rispetto alla presenza di Sarkozy in Francia. Vi è qualcosa che non va. E ciò che non va è la relazione tra il denaro e le procedure democratiche. Deve essere riaggiustata».

«E come lo puoi fare? Abbiamo bisogno di una rivoluzione?»

«Certo, certo» si fa scappare il dentista, rispondendo finalmente alla domanda che gli avevo posto all’inizio del nostro colloquio. «Avete una democrazia, ma la dovete rattoppare. Come minimizzare l’impatto del denaro sulle procedure democratiche, affinché la democrazia tuteli la gente?» aggiunge in modo esplicito. Parlando di contraddizioni, mi viene in mente una pubblicità post-rivoluzionaria della compagnia di telefonia cellulare Mobinil in cui appare Berlusconi presidente del Consiglio italiano che dichiara: «Non vi è niente di nuovo in Egitto; gli egiziani stanno facendo la storia come sono soliti fare». Berlusconi non è più presidente, ma l’affissione luminosa è ancora là, sulle vaste pareti dell’aeroporto del Cairo, estate 2014. «Com’è possibile che personaggi come lui dominino la scena politica?» si chiede il dott. ‘Alā’. E una mezza risposta, o giustificazione, ce l’ha: «La sociologia politica lo conferma, devi toccare il fondo per risalire». Così è stato in Egitto prima con Mubārak, poi con i Fratelli musulmani: «Il futuro dell’Islam politico è deciso in Egitto. L’Egitto ha concepito quest’idea, e l’Egitto la affosserà» conferma il dentista. È giunta l’ora di passare al prossimo paziente, che non sarà né inglese, né italiano. La sua lezione a me, cittadino, l’ha già trasmessa: dobbiamo toccare il fondo.

(capitolo: Lo scrittore dentista: Scrivo ciò che voglio, non fa più ciò che vuole – ebook)

 

Nota (*): ‘Alā’ al-Aswānī è stato costretto ad allontanarsi dal giornale nel giugno del 2014 per le posizioni sempre più critiche che lo scrittore stava assumendo nei confronti del presidente al-Sīsī.

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