OLYMPUS DIGITAL CAMERA
OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Gad‘ yā Bāshā! Mutilalo, Capo! Beccalo nell’occhio! Se andate sulla rete, troverete un video amatoriale girato da uno degli ufficiali che ha incastrato Mohammed Sobhī as-Shennāwī, un giovane poliziotto che sparava ai dimostranti in via Mohammed Mahmūd, durante i violenti scontri del novembre del 2011. ≪Beccali negli occhi!≫ gli ripetono altri poliziotti. Il suo sguardo è determinato, la sua espressione tranquilla, da ragazzo per caso. La voce del collega che lo incita roca e cattiva come quella di un’orco da favola. Lui, il cecchino, non parla.

Il 5 marzo 2013 è stato condannato a tre anni di prigione: una condanna rara e anomala, maturata grazie a quel video traditore che lo ha raffigurato in paladino del Male. Tutto per un video, se pensiamo che per gli almeno ottocentocinquanta morti ammazzati durante la rivoluzione del gennaio del 2011, sono stati arrestati solo due poliziotti. L’attivista Sāmih el-Barqī, che incontro due giorni dopo la sentenza a as-Shennāwī, stima in un’ottantina i casi di persone colpite agli occhi durante i fatti di via Mohammed Mahmūd. Difficile pensare che un solo uomo abbia potuto fare tanto, ma di certo molti dei feriti lo sono stati per mano sua. Tre anni sono stati comminati anche a un blogger egiziano accusato di blasfemia, Albīr Sābir, per aver postato dei links alla presentazione del controverso film The Innocence of Muslims. Ebbene, bestemmiare ed accecare sono trattati allo stesso modo nelle corti egiziane. Intervistato dalla stampa britannica, un rappresentante dell’Iniziativa egiziana per i diritti personali commenterà: ≪Siamo felici per questa rara sentenza nei confronti di un’ufficiale di Polizia, ma dobbiamo essere coscienti della situazione globale≫. Millecinquecento i cittadini che hanno perso un occhio per essere stati colpiti durante le dimostrazioni, e trentacinque coloro che hanno perso entrambi. Un atto simbolico per far credere alla gente che le cose vanno nella giusta direzione, dunque. In questo capitolo, vorrei onorare la memoria di questi ragazzi accecati, simboli della cecità di regime, ma anche della leggerezza degli spiriti liberi, protetti solo da Santa Lucia. All’inizio, avevo pensato di intervistare alcuni di coloro che erano stati colpiti dai cecchini, da un lato, e uno di quei paladini del Male.

La seconda parte del mio piano letterario si rivelò impossibile. Avevo contattato diversi attivisti, poi la moglie di un ufficiale di Polizia che sta con la rivoluzione, poi un politico moderato che ha contatti con le forze di sicurezza di Alessandria, ma non sono riuscito nel mio intento. Non avrei mai raggiunto un cecchino e non sarei mai riuscito a farmi raccontare, pur nell’anonimato assoluto, come aveva vissuto il suo ruolo. Avevo preteso di ottenere una confessione criminale, e mi sono reso conto che si trattava di un’obiettivo assurdo ed irraggiungibile. Riuscii invece, alla fine di una conferenza a porte chiuse di Hossām Khairallah, l’ex-vicecapo dei servizi segreti egizia-ni, a raggiungere Ziād, un alto ufficiale della Polizia militare, al-Amn al-Markazī, che aveva accettato di parlare: ≪Tecnicamente, è impossibile colpire qualcuno negli occhi a una distanza superiore ai quindici metri≫.

≪Come hanno perso gli occhi, allora?≫ chiedo.

≪Da soli≫

≪Come?≫

≪Furono degli infiltrati, pochi furono colpiti da un’arma da fuoco della Polizia≫

≪E la storia di as-Shennāwī?≫

≪Anche se dovesse aver sparato, pensa alla situazione di un giovane che deve difendere gli Interni sotto attacco. Che cosa faresti tu?≫ concluse.

[…]

≪Ma perché colpivano agli occhi su via Mahmūd?≫ chiedo a Ahmed‘Abdel Fattāh, un giornalista vittima di quella pratica, mentre la frescura serale dei primi di marzo cala sul giardino dell’hotel.

≪Fu una politica precisa, quella di colpire agli occhi, soprattutto di chi filmava o chi scendeva spesso in strada. Per disperdere i dimostranti, invece di mirare alle gambe, dopo un poco miravano direttamente al viso. Le cartucce contenevano schegge di metallo destinate a ferire in più punti≫ accusa Ahmed.

[…]

≪Anche Mursī parlava di giustizia, ma non vi è giustizia!≫ denuncia ‘Abdel Fattāh. Il problema non è l’ingerenza politica, ma la legge. La legge attuale riconosce solo il crimine dell’individuo contro un gruppo, dell’individuo contro l’individuo, o dell’individuo contro lo Stato. La legge, che risale al 1946, non ammette il crimine dello Stato contro il popolo. La violenza di un ufficiale dello Stato non è contemplata come un crimine, a meno che non abbia ucciso qualcuno per ragioni personali, con premeditazione, perché voleva uccidere proprio lui. ≪Per incastrare qualcuno devi trovare chi ha ucciso chi e perché. L’idea di un crimine collettivo non è contemplata. Per aver giustizia, dobbiamo cambiare la legge! Riaprire i processi in caso di nuove prove, non serve a niente se non si cambia la legge≫ ripete ‘Abdel Fattāh.

[…]

(capitolo: Beccalo nell’occhio, Capo! – ebook)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...