DSCN0406 L’Italia che incontro attorno alle presentazioni di «Riscatto mediterraneo».

In quella caserma venivano torturati i partigiani. «Quando ero bambino, ricordo che dalle vie laterali e dalle finestre del vicinato si sentivano le grida di dolore provenienti dalla caserma; sapevamo che qualcosa di terribile succedeva là dentro» racconta uno degli abitanti del quartiere in età di pensione, venuto a visitare la caserma di via Asti riaperta al pubblico torinese da un gruppo di ragazze e ragazzi che fa capo a Terra del Fuoco. In quella caserma, non solo si torturava, ma si fucilava. Quando siamo davanti al muro in cui avvenivano gli eccidi, Oliviero Alotto, fondatore di Terra del Fuoco, indica i buchi nella pietra delle pallottole mancate. «Molti sparavano in alto, per non colpire a morte i partigiani» precisa Oliviero «Solo il 5% dei proiettili andavano a buon fine». La caserma Alessandro La Marmora di via Asti è un luogo importante per la memoria partigiana piemontese, il centro dove venivano isolati, interrogati, e deportati in Germania o eliminati i membri della Resistenza antifascista, il quartier generale dell’Ufficio politico investigativo della Guardia Nazionale Repubblicana[1]. Ogni anno, in via Asti viene depositata una corona di fiori in ricordo del massacro che avvenne dopo l’armistizio con gli Alleati dell’8 settembre 1943: quattrocento detenuti vennero assassinati nella caserma a mò di vendetta.

Dalla stazione di Porta Susa devi ancora risalire per mezz’ora la città in auto, prima di raggiungere le pendici collinari del quartiere di Borgo Po, dove si trova la caserma. È un quartiere residenziale tranquillo, in cui vive la migliore borghesia della città. La caserma ha avuto una storia alterna: edificata nel 1887-1888, di proprietà del demanio militare che la utilizzava come Scuola di Applicazione dell’Esercito, è stata ceduta alla Cassa Depositi e Prestiti nel 2014 per metterla sul mercato, in accordo con il Comune di Torino. Nel 2006, venne utilizzata per ospitare alcune delegazioni delle XX Olimpiadi invernali; nel 2009, venne invece aperta per accogliere i profughi dell’emergenza Corno d’Africa. All’interno, è immensa, con una corte centrale che potrebbe ospitare mezzo campo di calcio regolare, e diversi blocchi di tre piani ancora in buono stato. Quando i ragazzi la occupano forzando il portone, pochi giorni prima del 25 aprile 2015, il suo destino era ancora quello di finire nelle mani di promotori immobiliari. Il sindaco di Torino Piero Fassino aveva assicurato che avrebbero tenuto e conservato il «muro degli eccidi», ma la cosa a molti giovani parve ancor più provocatoria, uno sfregio alla memoria di chi aveva dato la vita per la libertà. Terra del Fuoco, che si era fino ad allora occupata di tenere viva soprattutto la memoria dell’Olocausto, portando ad esempio molte scuole in visita ad Auschwitz, decide di fare un salto di qualità, e prende simbolicamente possesso della caserma per appunto riconsegnarla alla città e farne luogo di incontro. Avevano tentato un’interlocuzione con il Comune, prima di entrare, ma pare che il sindaco avesse categoricamente rifiutato per timore che «entrassero i Punkabbestia». I giovani di Terra del Fuoco, dei Punkabbestia non hanno neppure gli orecchini, ma l’occupazione di una proprietà pubblica, anche se praticamente dismessa dal 2009, è vissuta come una grana anche dalle amministrazioni di Sinistra (o almeno da alcune di esse).

Per festeggiare la riapertura, la settimana tra il 25 aprile ed il 1 maggio gli occupanti hanno organizzato dibattiti, proiezioni cinematografiche, laboratori scolastici, visite guidate e grigliate. Le forze dell’Ordine hanno mantenuto un basso profilo, e la notizia della riapertura ha cominciato a fare il giro della città, alimentando la curiosità di molti giovani, ma anche dei vicini ormai anziani, che conoscevano la storia della caserma. Sono una quarantina gli attivisti che assicurano la gestione in questi giorni, anche se pochi sono quelli che dormono all’interno della cinta. La loro tenacia tranquilla ha fatto in modo che, a metà maggio, il Comune accettasse di promuovere un tavolo negoziale tra Cassa Depositi e Prestiti e occupanti per assicurare una destinazione temporanea della struttura a finalità sociale. Quindi, la forza tranquilla della «illegalità giusta», portatrice dell’interesse collettivo, vince?

Dopo aver ospitato seminari di dibattito sulla proposta governativa di riforma della scuola pubblica, o iniziative di solidarietà nei confronti dei terremotati del Nepal, e aperto una biblioteca con le donazioni di libri ricevute, qual’è l’ultima novità escogitata dagli occupanti? L’istruzione liberata. Centinaia di studenti ogni giorno si riappropriano della caserma scegliendo di venire a studiare in quei luoghi. I portici della caserma sono un luogo fresco, luminoso, silenzioso e accogliente in cui preparare gli esami. Ma proprio perché sono tanti, gli attivisti hanno iniziato una campagna di raccolta sedie, tavoli e scrivanie. «Sostieni l’istruzione liberata!» annuncia il profilo Facebook degli occupanti la caserma, appunto.

A Parma, invece, non è tempo di occupazioni, hanno un sindaco a Cinque Stelle, già questa elezione fu una rivoluzione dei costumi politici locali, ma la diffidenza e le divisioni nella comunità parmense sono aumentate, a detta di Luciano Mazzoni, coordinatore del Forum interreligioso 4 Ottobre, una realtà nata in città nel 2007, e che porta quella data in onore di San Francesco. È Luciano che mi viene a prendere alla stazione, con il suo stile leggero, da inguaribile giovane dal capello lungo; rispetto a qualche anno fa, però, quando mi conobbe grazie a «Muri, lacrime e zaʿtar», è più pessimista. Le comunità religiose paiono chiudersi su se stesse, risentendo del clima di scontro identitario che imperversa nel Paese, il sindaco non prende posizione sulla questione dell’immigrazione per timore di perdere consensi, i giovani accorrono meno numerosi alle iniziative cittadine. Nonostante sia nato per promuovere rispetto e convivenza fra popoli con storie e culture diverse (non sono più di sette o otto in Italia i «tavoli» di questo genere), «siamo in un periodo in cui alcuni dei rappresentanti delle comunità religiose in città non vogliono più pregare insieme, o addirittura neppure mangiare insieme, adducendo motivazioni teologiche» racconta Luciano, mentre beviamo qualcosa insieme prima di infilarci nel Megastore Feltrinelli. Il Forum si era contraddistinto per fare fronte comune su questioni sensibili come la sede per il Centro Islamico, il riconoscimento dei cimiteri secondo i diversi riti (ora ci sono solo il cattolico, l’ebraico e il protestante) o la sensibilizzazione interreligiosa nella scuola. La storia della moschea è significativa e giustifica la preoccupazione di Luciano: il Centro Islamico non trova casa da quattro amministrazioni; si era insediato in una zona artigianale, ed un dirimpettaio, tal Cesare Piazza, ha cominciato a presentare ricorso su ricorso per non ottemperanza con le disposizioni urbanistiche, erigendo addirittura una croce alta tre metri sotto casa, a pochi passi dal luogo di culto musulmano, fino ad averla vinta. Altro brutto segnale è stato il rifiuto nel 2012 da parte di una classe di una scuola superiore di partecipare alla visita dei luoghi di culto cittadini, organizzata ogni anno dal Forum a cavallo del 4 ottobre; gli studenti, questa la motivazione, avevano paura di entrare in moschea!

«La questione è che dobbiamo rimettere al centro la relazione. Senza relazioni vivremo una crescente atomizzazione identitaria che avrà conseguenze negative non solo culturali, ma anche sociali e politiche» dice Luciano agli ascoltatori al Megastore Feltrinelli. Quando le persone si dis-sociano, quando disertano gli spazi di incontro e confronto, anche i diritti sono più esposti all’aggressione. E lancia la sua steccata: «Perché ci dimentichiamo che il popolo italiano è il più meticcio d’Europa?». Che cosa stiamo difendendo in realtà quando alziamo la voce nei confronti degli altri a seconda di etnia e religione, e non per la condizione socio-economica che li contraddistingue?

A Luciano è piaciuta la poesia che chiude «Riscatto mediterraneo». Una delle prime domande che mi aveva fatto al rivedermi è stata: «È tua?». Il refrain della poesia è: «Ciò che si eleva, converge», e lui, che è un grande ammiratore di Pierre Teilhard de Chardin, ha ricordato immediatamente il principio di convergenza del gesuita e filosofo francese, che sosteneva che tutto ciò che sale verso la noosfera, converge. Per de Chardin, la noosfera è una specie di «coscienza collettiva» degli esseri umani che scaturisce dall’interazione fra le menti umane. La noosfera, che acquisisce consapevolezza man mano che gli Uomini si organizzano in reti sociali complesse, si starebbe espandendo verso una crescente integrazione e unificazione, che culminerà in quello che egli definisce Punto Omega, che costituisce il fine della storia. Dunque, siamo sulla buona strada?

La convergenza è quanto manca per vincere le forze dell’odio del diverso, dell’ingiustizia materiale e dello sfruttamento sociale, ma ci sono ancora molti, molti passi da fare. Via Asti insegna che in nome dell’interesse collettivo ciò che è giusto può imporsi anche se illegale. Il Forum parmense insegna che non si smascherano le discriminazioni e gli interessi che si celano dietro le ideologie identitarie senza tessere relazioni. Quando i ragazzi che hanno occupato la caserma di via Asti e i promotori del dialogo interreligioso di Parma si incroceranno, e questa è solo una mia simbolica associazione – che potrebbe valere per molti altri pezzi della società del nostro Paese, dai No-TAV alle reti di accoglienza dei profughi, dal volontariato per i disabili e gli infermi ai mercati dell’agricoltura contadina, dai collettivi che gestiscono beni sottratti alla mafia ai movimenti per il diritto alla casa – allora la consapevolezza che il cambiamento non solo è possibile, ma può anche essere irresistibile, diverrà presente ed effettivo anche in una nazione in profonda crisi di identità come la nostra. Ma è questo incrocio quello che le forze dell’odio del diverso, dell’ingiustizia materiale e dello sfruttamento sociale non vogliono.

Ed è esattamente quello che invece persone come noi devono tentare di fare.

Firenze, 17 giugno 2015.

[1] La Guardia Nazionale Repubblicana venne istituita dal governo fascista repubblicano nel dicembre del 1943.

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