DSCN0328L’Italia che incontro attorno alle presentazioni di «Riscatto mediterraneo».

Il fatto non è mai sussistito

«Il fatto non sussiste, ma uccide»: questo recitava uno striscione esposto alla manifestazione del 5 aprile u.s. per mettere in ridicolo l’ultimo pronunciamento giudiziario sul terremoto dell’Aquila, ovvero la sentenza di secondo grado che ha assolto la Commissione Grandi Rischi dall’accusa di negligenza e imprudenza per non aver richiesto precauzioni davanti ai segnali di un possibile imminente forte terremoto, dunque dall’accusa di corresponsabilità in omicidio colposo plurimo. Un processo nato grazie alla causa aperta dai parenti delle vittime, che si basava su perizie tecniche, ma anche su intercettazioni, nelle quali il responsabile del Servizio Nazionale Protezione Civile, Guido Bertolaso, redarguiva l’assessore abruzzese alla Protezione civile Daniela Stati per aver utilizzato termini allarmistici. Siamo prima del grande terremoto del 6 aprile 2009, e Bertolaso, per tranquillizzare gli aquilani (l’attività sismica era iniziata nel dicembre dell’anno precedente), manda la Commissione Grandi Rischi, la quale, dopo un’ennesima preoccupante scossa avvenuta il 28 marzo 2009, conclude tre giorni dopo che è «tutto sotto controllo».

Il 6 aprile arriva, invece, la Morte. Tre scosse, alle ore 22.49 della sera precedente, e alle ore 1 e 3.32 del mattino: una sequenza micidiale nel giro di poche ore. «Ore, minuti, secondi che hanno segnato la nostra vita per sempre» mi racconta Mario Alaggio, del circolo Arci Querencia. È Mario che ripercorre con me quei giorni, seduti ad un tavolo della popolare trattoria Luciano. «Era tanto che non parlavo del terremoto; passa il tempo, ma non dimentichiamo un solo dettaglio». Prima del 6 aprile, i segnali erano stati numerosi: l’emissione di gas radon era cresciuta. Giampaolo Giuliani, tecnico dell’Istituto Nazionale di Astrofisica, aveva suscitato scalpore nel periodo precedente al sisma per avere preannunciato una forte scossa in base a studi personali sulle concentrazioni di radon come precursore sismico. Venne accusato di impostura e denunciato per procurato allarme. Sempre in base al racconto di Giuliani, che troverete su Internet, non sapendo chi avvertire – preoccupato per l’avviso di garanzia ricevuto da poco – il tecnico avrebbe preso la famiglia e l’avrebbe condotta fuori di casa ad attendere la forte scossa avvenuta poche ore dopo, il 6 aprile appunto, avvertendo anche vari conoscenti.

Con sentenza in primo grado di giudizio, il 22 ottobre 2012 il Tribunale dell’Aquila aveva condannato tutti gli imputati della Commissione Grandi Rischi alla pena di 6 anni di reclusione e interdizione perpetua dai pubblici uffici, ma la sentenza verrà rovesciata in secondo grado, il 10 novembre 2014, quando la Corte d’Appello dell’Aquila confermerà la condanna per omicidio colposo, riducendo però la pena da 6 a 2 anni, per un solo membro della Commissione (con i benefici della sospensione della pena e della non menzione), e assolverà tutti gli altri. «Il fatto non sussiste, ma uccide», appunto.

Interessante notare che l’unico che non se l’è cavata sia stato Bernardo De Bernardinis, allora alla testa del servizio tecnico della Protezione civile italiana, perché dopo la riunione della Commissione Grandi Rischi di quel 31 marzo 2009 si era prestato a un’intervista televisiva per tranquillizzare tutti e invitarli ad abbassare la guardia. Sapete poi come sono andate le cose anche attorno alla ricostruzione, vi ricorderete certamente di altre intercettazioni, nelle quali alcuni imprenditori legati a Bertolaso affermavano di «ridere ciascuno nel proprio letto» durante il terremoto. E delle accuse di infiltrazioni mafiose, e del conseguente arresto di alcuni imprenditori impegnati nella ricostruzione e in relazione con il clan de Casalesi.  E gli aquilani, come hanno vissuto tutto questo?

Metodo Augustus, questa è la risposta: «In città, nei giorni successivi al sisma, c’erano camionette e agenti della Polizia in tenuta antisommossa; e in seguito, i campi sono rimasti sotto stretto controllo, arrivando fino al divieto di fare assemblee» racconta Mario. Il metodo Augustus è una modalità di pianificazione per le emergenze utilizzata dalla Protezione civile italiana, che considera il territorio di intervento un organismo, e che si avvale di quattordici funzioni di supporto. Una di queste funzioni sono le strutture operative, che includono anche le forze dell’ordine. Molti aquilani sostengono che la presenza eccessiva di forze dell’ordine nei campi fosse funzionale a prevenire forme di dissenso e protesta legata alla vicenda della Commissione Grandi Rischi. Inoltre, la Protezione civile aveva dato il potere di decidere se autorizzare manifestazioni civili ai capi-campo, che erano di nomina della stessa Protezione civile. Fu tutto un gran teatro. Vi è anche un’intercettazione nella quale Bertolaso riceve indicazioni da Gianni Letta, allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, affinché – ai funerali delle vittime del terremoto – Berlusconi sopravanzi le tre prime cariche istituzionali (Presidente della Repubblica, della Camera e del Senato); cosa che il Cavaliere riuscirà alla fine dei conti a fare, scavalcando le tre cariche e avvicinandosi ai parenti delle vittime, affinché la Nazione sappia del suo cordoglio!

Agli aquilani dissero che sarebbe stato tutto facile, ed invece è ora che si consuma la depressione emotiva. Nel frattempo, molti edifici, tra cui anche edifici residenziali, non sono stati ancora collaudati. Il terremoto ha dato però vita ad esperienze di aggregazione sociale. Jean-Pierre Ndayambaje, ruandese rifugiatosi in Italia per evitare il genocidio, e presidente del coordinamento Ricostruire Insieme, racconta di come il terremoto avesse fatto emergere all’inizio la parte migliore dell’anima aquilana: «La gente era molto più sensibile alla mia storia personale. Vi fu un vero e proprio rimescolamento sociale che durò due mesi, specialmente nelle tendopoli». Era l’epoca in cui si donava il necessario, non il superfluo, nonostante a Roma si consumassero affari e parate. L’urgenza della ricostruzione e le mancate certezze, però, hanno ad un certo punto acuito gli egoismi e gli interessi particolari. Mario ricorda di come poche fossero le persone che aderivano a manifestazioni e iniziative per la gestione partecipata della ricostruzione, mentre quella organizzata nel 2010 per chiedere la sospensione delle tasse vide l’adesione di molti ordini professionali e di una moltitudine di persone, che arrivarono perfino a bloccare l’autostrada! Lasciamo la facoltà di Scienze umane, dove ho tenuto un seminario nell’ambito del corso Unidiversità, e scendiamo verso l’area delle scuole prefabbricate, dove ha anche sede il circolo Arci Querencia. Là, ci aspetta Federica Tomassoni, con cui presenterò il libro. In furgoncino, lambiamo il centro storico, ora ricoperto da numerose gru di questo grande cantiere. Le mura esterne della città sono state restaurate ed hanno recuperato il loro splendore, ma numerose sono le palazzine abbandonate, sfregiate dalle crepe. I difetti costruttivi sono apparsi nella loro crudezza: un edificio, venute meno le colonne al piano terra, ha ceduto di un piano, schiacciando le auto presenti nei garage e restando in piedi dal primo in poi. Sembra un miracolo che la città continui a reagire nonostante giustizia non sia stata fatta, e alla morte sia sopraggiunta la beffa della corruzione amministrativa e della vanità politica.

«Abbiamo avuto il culo di…»

«Del terremoto!»

si dicono un assessore, Ermanno Lisi, e un architetto, Pio Ciccone, la cui conversazione è stata intercettata[1]. Oppure: nel 2011, la squadra mobile segnala alla procura che il geometra Carlo Bolino, con stipendio da 40mila € l’anno come responsabile Ufficio Viabilità del Comune dell’Aquila, a due mesi dal terremoto inizia ad acquistare una moto BMW da 15mila €, un’auto da 16mila, un appartamento da 120mila e un’abitazione in costruzione, per un valore dichiarato di 100mila €, che in realtà corrisponde a villa con garage, il cui solo valore di costruzione appare superiore a quello d’acquisto. La procura non indagherà.

È solo una delle vicende che si raccontano. Dario, uno degli studenti di Scienze umane, pensando alle espressioni di responsabilità individuale e collettiva che hanno permesso alla popolazione locale di andare avanti, ricorda un proverbio afgano: «La speranza è un seme amaro che dà frutti dolci». Con l’Afghanistan, l’Abruzzo condivide le montagne, e il Gran Sasso, ancora innevato, mostra la sua straordinaria bellezza sulla linea ferroviaria dall’Aquila a Sulmona. Ci è voluta molta tenacia, tenacia da montanari, per sopportare danno e beffa qui all’Aquila, perché il fatto non è mai sussistito. Eppure ha ucciso.

Petrolio sporco

Scendendo da Sulmona, lasci la maestà della Majella per raggiungere le piane adriatiche, attraversare Chieti, Pescara e raggiungere Vasto, all’estremità meridionale dell’Abruzzo. Con il treno, però, da quando è stato incanalato verso l’entroterra ed in buona parte in galleria, non vedi più la Costa teatina se non a tratti. È un pezzo di Normandia sull’Adriatico, con le sue falesie che salgono e scendono, ed i suoi trabocchi, strutture in legno che si allungavano sul mare con un sistema di pontili, e che servivano per gettare le reti sottocosta. Panfilo d’Ercole mi porterà a visitarne uno: i contadini che avevano paura del mare, pescavano così. Ora, però, il mare non è pescoso come una volta, e i trabocchi diventano ristoranti. Il Parco nazionale della Costa teatina è un altro caso di sviluppo sostenibile mancato, un parco bloccato dagli amministratori locali[2], al centro di lunghe battaglie civili contro le piattaforme petrolifere, pianificate per estrarre un petrolio scadente perché ad alto tenore di zolfo: mare sempre meno pescoso e estrazioni di petrolio sempre più sporco; è questo il destino a cui erano destinate le comunità della Costa teatina.

Le compagnie petrolifere avevano ottenuto l’informazione che la popolazione della Costa teatina fosse «a bassa rivalsa sociale»[3]. L’Italia aveva dato le concessioni di esplorazione petrolifera e prima che questa cominciasse si era già attivato un florido mercato azionistico. Il fatto che la popolazione locale fosse «a bassa rivalsa sociale» si rivelò però un’illusione. A ispirare la rivolta fu il fisico Maria Rita D’Orsogna, cresciuta a Lanciano e docente alla California State University di Los Angeles, che seppe coniugare il pensare globalmente con l’agire localmente. Il suo blog «No all’Italia petrolizzata»[4] racconta di una lotta popolare ormai decennale contro demistificazione delle imprese petrolifere e servilismo dei politici. I valzer della politica fanno in modo che a volte la Destra sia più sensibile della Sinistra, ed è così che quando Stefania Prestigiacomo era ministro dell’Ambiente impose alle perforazioni una distanza di sicurezza dalle aree protette di 12 miglia, mentre molti politici locali di Sinistra erano più possibilisti. Oggi, lo Sblocca Italia prevede de facto una distanza di sicurezza per le perforazioni di sole 5 miglia[5]. Il 23 maggio 2015, Lanciano ospiterà una manifestazione nazionale contro le trivellazioni, perché la Commissione ministeriale istruttoria per l’autorizzazione integrata ambientale ha dato ai primi di marzo u.s. parere positivo ai progetti di esplorazione petrolifera Ombrina Mare e Elsa2 della società Rockhopper Italia s.p.a. Quando sei membro di una commissione ministeriale o dirigi un ministero, non sei mai capace di dire di no, e se lo fai, non ti chiamano più a occupare quella funzione; chissà perché. D’altronde, non si parla più nemmeno di cambiamento climatico[6], né di conservazione della natura: se il capitalismo ha bisogno di nuove risorse, si spostano semplicemente i «limiti» dello sviluppo più avanti.

Panfilo è docente di italiano al Liceo scientifico R. Mattioli, e condivide la sua professione con la passione per la letteratura e il suo impegno civico con Arci ed altre realtà associative. Mi porta a vedere un tratto della Costa teatina, la spiaggia di Punta Penna, che sta dietro il porto industriale e nella quale nidifica il fratino (Charadrius alexandrinus), un uccello piccolo ed elegante la cui sopravvivenza dipende dalle poche spiagge rimaste ancora selvagge. La spiaggia, a cui si accede scendendo per un sentiero, è diventata famosa perché nella notte tra l’11 e il 12 settembre del 2014 si spiaggiarono sette capodogli, e la popolazione locale si diede da fare per salvarli, riportandone a mare quattro. La lotta contro le piattaforme petrolifere, il salvataggio dei capodogli sono le ultime espressioni di una tenacia popolare di cui si hanno anche tragiche memorie, come l’eccidio di Lentella, avvenuto sessantacinque anni fa, il 21 marzo, quando due braccianti, Nicola Mattia e Cosmo Mangiocco, furono uccisi dai colpi di un appuntato dei carabinieri davanti al municipio, mentre tornavano insieme a tanti concittadini da uno sciopero alla rovescia. Al grido di «pane e lavoro», costruivano una strada di collegamento con la Statale Trignina sopperendo ai ritardi del governo dell’epoca. Il lavoro mancava e la miseria era diffusa tra tutte le famiglie; la strada promessa, che poteva assicurare nuova occupazione e nuove prospettive, tardava ad arrivare. Per questo, uomini e donne si svegliavano presto, lavoravano a quella strada gratuitamente, e la sera rientravano protestando e cantando; quel 21 marzo, ad aspettarli in paese, vi erano però le forze dell’ordine[7].

La Costa teatina inizia a Ortona e finisce a Vasto. Vasto è un esempio della bellezza dei borghi antichi circondati da speculazione immobiliare senza logica, dove le nuove palazzine hanno gli stili più contradditori, sovente sono vuote o sfitte, oppure sono state costruite a metà; in città, si parla anche di riciclaggio di denaro della criminalità pugliese nell’immobiliare vastese. «Probabilmente, la metà del patrimonio immobiliare della città è vuoto» racconta Panfilo, mentre mi fa attraversare Vasto con la sua auto. Vasto e le sue pietre antiche si trovano su un’altura, e dalle passeggiate del centro storico si scorge la Marina sul litorale meridionale e pezzi sparsi di nuova urbanizzazione collinare. Mentre le campagne interne e il litorale sono state governate dalla «dittatura dei geometri», la città rischia di scivolare verso il mare. Famosa è la frana del 1956, che avanzava di 10cm all’ora, come titolavano i giornali dell’epoca[8], e alla cui memoria resta il portale della chiesa di San Pietro, che la frana si portò via. Panfilo mi mostra un altro cedimento dei muri di sostegno dei giardini di Palazzo d’Avalos, cedimento dovuto alle infiltrazioni d’acqua perché non si fa più manutenzione dei canali di scolo dei giardini da troppi anni. È incredibile pensare alla bellezza di quegli angoli di Italia, dove le pietre e gli alberi si uniscono per resistere alla banalizzazione del paesaggio, che i cultori del cemento praticano invece intorno e altrove.

Rientrando dalla nostra passeggiata notturna, incontriamo Pietro Smargiassi, consigliere regionale del movimento 5 Stelle. È fuori di sé, arrabbiatissimo perché si sente solo contro tutti. È un fiume in piena: «L’ass. all’Ambiente Mazzocca [assessore regionale, ndr] dichiara di essere sempre stato contrario alle piattaforme petrolifere, poi vota contro la mozione dei M5S che chiede di esprimersi contro! […] Il consigliere Febbo [già presidente della Regione, ora all’opposizione con il Popolo delle Libertà, ndr] ha dato pubblicamente del “verme” al presidente del Consiglio regionale [Giuseppe di Pangrazio, PD, ndr], e quando gli ho proposto di appoggiare la nostra mozione di sfiducia, ha risposto: “Non si può fare”. […] Ragazzi, non ne posso più; non c’è una Destra e una Sinistra, è un unico partito d’affari!». Punto e a capo. Non lo conoscevo, ma mi è risultato simpatico.

Sotto la stazione

È così che la mattina seguente, 18 aprile, arrivo a Pescara, e scopro che c’è chi sta peggio di Smargiassi. Sono i senzatetto che frequentano le strutture di On the Road. Il centro polifunzionale per le persone senza fissa dimora di On the Road Onlus porta il nome di Train de Vie perché sta sotto la stazione ferroviaria centrale, una mega-piastra a più livelli inaugurata nel 1988, e attorno a cui si sono raccolte persone ai margini della società: prostitute, immigrati, tossicodipendenti, senzatetto. On the Road raccoglie e assiste queste persone, offrendo diversi servizi: presa in carico, accoglienza e accompagnamento verso l’autonomia, formazione, mediazione interculturale, inserimento socio-lavorativo o ascolto. La struttura, aperta nel dicembre 2010, accoglie quotidianamente quasi cento persone, e costituisce il nodo abruzzese della rete ONDS (Osservatorio Nazionale Disagio e Solidarietà nelle Stazioni), un’emanazione del Settore Politiche Sociali di Ferrovie dello Stato realizzata in partenariato con ANCI, che mette in rete quindici strutture simili presenti su tutto il territorio nazionale[9]. L’arcipelago dei «perdenti» o dei «caduti in disgrazia» è esteso, e talvolta lo penetri a tua insaputa o a tuo malgrado, e soprattutto non per causa tua, per la tua nullafacenza o per la tua incompetenza: lo penetri perché il Sistema ti espelle o cambia natura. Una delle storie che ho ascoltato a Pescara è quella di una donna ucraina, laureata in fisica nucleare, ricercatrice riconosciuta, che alla caduta del Muro di Berlino brindò pazza di gioia, ed ora si ritrova tra noi a fare la badante, a «pulire il sedere ai vecchi». Molti di questi «perdenti» saranno ad ascoltarci parlando di «Mediterraneo nella dimensione della contemporaneità», con Vincenzo Castelli, il presidente dell’associazione, e Antonello Salvatore, responsabile di Train de Vie, il centro per l’appunto nel quale ci troviamo. È la prima volta che mi trovo a parlare di Mediterraneo in questo contesto, dove accanto agli utenti del centro e ad alcuni immigrati stanno gli operatori, qualche amministratore locale e persino un agente delle forze dell’ordine. La perifericità sociale e geografica si incontrano per un giorno. «Quando parliamo di Mediterraneo, ci sentiamo meglio anche noi, ci sentiamo a casa, meno soli, parte di una prospettiva di prossimità e fratellanza di cui abbiamo tanto bisogno» dice Vincenzo. Molta emozione nella sala, una sala attenta e molteplice. Grande attenzione quando alcuni immigrati si alzano e parlano, sentendosi capiti nella loro alterità e allo stesso tempo nella loro appartenenza mediterranea. Lavorare sulla devianza giovanile e sull’esclusione sociale è un continuo esercizio di sperimentazione delle frontiere: «Questa prospettiva mediterranea ci piace, vogliamo praticarla, perché è fatta della stessa socialità che ritessiamo lavorando con gli emarginati e i disadattati» mi dirà Antonello a fine serata «per questo stasera in sala hai trovato persone provenienti da mondi diversi che solitamente non si incontrano».

Inaspettate sintonie si profilano; Antonello tira fuori il suo nuovo progetto, coltivato con il regista Francesco Calandra, ed ora in fase di raccolta fondi[10]: un film-intrigo con i senza-dimora che rovesciano le logiche di potere. La trama, in breve: l’ingegnere informatico Sergio entra in contatto con un centro diurno per senza fissa dimora, appunto il Train de Vie di Pescara. Dopo essere esso stesso vittima di un ennesimo inutile colloquio di lavoro di un’azienda-fantasma, decide di utilizzare le sue conoscenze di hacker e organizza una truffa informatica all’interno di un supermercato: clonare e ricaricare tessere punti consumabili in acquisti, da distribuire grazie agli smartphones a tutti i senza-dimora d’Italia. Mentre l’operazione entra straordinariamente in funzione, la sua creatività rivoluzionaria di Robin Hood delle nuove tecnologie guarda già oltre, e mira alla Banca centrale europea.

L’Abruzzo è la terra degli orsi, animali dotati di straordinaria intelligenza, animali esigenti, che non vivono sotto qualsiasi condizione e non tollerano il degrado. Gli orsi bruni marsicani erano destinati all’estinzione, ed invece stanno ancora sulle montagne che ho ammirato percorrendo le valli abruzzesi in treno. Sono stimati tra i 40 e gli 80, una miseria, pochi passi prima del baratro dell’estinzione. È straordinario pensare che debbano resistere giorno dopo giorno per sopravvivere, nonostante le montagne siano ovunque volgi lo sguardo e le stagioni continuino ancora ad alternarsi. Il suo nemico si chiama Uomo, ma non ha nome e cognome. È un Sistema che sfugge a precise attribuzioni di responsabilità. Finché l’orso marsicano saprà essere più forte delle minacce di scomparsa, forse anche tutte le storie di degrado che ho ascoltato in questi giorni si piegheranno alla forza della vita che questo cuore verde d’Italia esprime. Il giorno in cui dovesse ritirarsi nelle memorie dei naturalisti e degli etologi, e comparire solo nelle vicende dei libri di favole, sarà un giorno senza ritorno, in giorno in cui anche i tanti Abruzzi saranno vinti dalla tristezza dell’ingiustizia. Quel giorno, non solo gli aquilani, ma anche i vastesi o i pescaresi scenderanno in strada con lo striscione: «Il fatto non sussiste, ma uccide».

 

Firenze, 22 maggio 2015

[1] Antonio Massari, «Terremoto L’Aquila, assessore comunale disse: “Colpo di culo, pappiamo gli appalti”», in Il fatto quotidiano, 11 gennaio 2014.

[2] Il parco venne istituito con la legge 93 nel 2001, ma da allora non è mai stato delimitato. Per saperne di più: http://vogliamoilparco.blogspot.it/

[3] Ad affermare che gli abruzzesi fossero mansueti è un rapporto della Petroceltic, società irlandese.

[4] http://dorsogna.blogspot.it/.

[5] Lo Sblocca Italia velocizza le procedure dell’art. 35 del D.L. Zanonato del 2012, che estendeva il D.L. Prestigiacomo a 12 miglia per tutte le coste, protette e non protette, fatte salve però le richieste di trivellazione antecedenti il D.L. Zanonato stesso! Quindi, praticamente tutte!

[6] L’istituto americano National Oceanic and Atmospheric Administration ha rilevato che nel mese di marzo u.s., per la prima volta siamo arrivati a una concentrazione media mensile di CO2 superiore a 400ppm (parti per un milione). Non era mai successo prima in anni recenti. Prima della rivoluzione industriale la concentrazione di CO2 era di 280ppm. Nel 1980 eravamo a 340ppm. Vedi: http://co2now.org/Current-CO2/CO2-Now/global-co2-board.html

[7] Per saperne di più: Antonino Dolce, «Il dovere della memoria 63 anni dopo l’eccidio di Lentella», SanSalvo.net, 22 marzo 2013.

[8] Riccardo Longone, «La frana di Vasto avanza di 10 centimetri ogni ora», L’Unità, 26 febbraio 1956.

[9] www.onds.it.

[10] Sul film: http://www.ilsupermercatofilm.it/. Per la raccolta fondi: https://www.produzionidalbasso.com/project/il-supermercato/.

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