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Tra i dimostranti raccolti attorno al palco, sventolano copiose le bandiere di un sindacato di lavoratori turchi, Föderation demokratischer Arbeitervereine, la cui giovane rappresentante, Çiğdem Ronaesin, durante il suo intervento inneggia alla giustizia sociale senza sconti, mostrando la grinta di un trascinatore: ≪Cercano di stigmatizzarci, ma noi siamo contro la povertà e la guerra, contro la precarietà delle categorie lavorative più deboli, per la solidarietà internazionale, per modelli di sviluppo alternativi≫. Çiğdem è venuta da Colonia, e rappresenta tutti quei giovani turchi di nazionalità tedesca che lottano per una società egualitaria, che si fonda sulla coesistenza pacifica e sull’integrazione nel mondo del lavoro e nella comunità tedesca, senza discriminazioni di carattere etnico, religioso o sociale. Quando le parlo personalmente sotto il palco, scopro che è molto amata dagli affiliati della sua organizzazione. Nel frattempo, slogan, manifesti e pubblicazioni che circolano tra i partecipanti al corteo chiedono di tassare i milionari, porre sotto controllo pubblico le banche, vera democrazia nell’interesse dei popoli. “Solidarietà” è una delle parole più utilizzate. Una chitarrista canta: ≪Ist das Recht Utopie? Il diritto è forse un’utopia?≫.

Le voci femminili sono numerose: Aurélie parla a nome della delegazione francese, la terza per importanza dopo quelle tedesca e italiana, e dal palco intona: ≪Non au pacte budgétaire.Oui à l’Europe de la transition écologique et sociale. No al patto di bilancio! Sì all’Europa della transizione ecologica e sociale≫. È stato veramente qualcosa fuori dall’ordinario quanto è successo a Francoforte. Se Rhythms of Resistance dà colore e note al corteo, con le sue percussioni e i suoi trampolieri che usano la samba come strumento di azione politica contro sfruttamento e discriminazione, intonando: ≪This is what democracy looks like! Questo è ciò che si dice democrazia!≫, sul palco di chiusura del corteo sulla Gallusanlage, non distante dalla Banca centrale europea, si esibisce un’aggressiva band rap che manda al diavolo i neonazisti o chiama alla rivolta (≪Aufstieg!≫).

Così tra la folla c’erano giovani padri con bambini nei passeggini, la signora Monika Roth che si lamentava del fatto che il figlio passasse da un lavoro precario all’altro, tre ragazze a seno scoperto ma colorato, Anja Neumann che con un gruppo di amici di Berlino si è fatta andata e ritorno in automobile in giornata per risparmiare – portandosi il cesto del pranzo – e gli incappucciati neri. La Polizia stava dappertutto, davanti, dietro, di fianco e anche in mezzo. Sulla Gallusanlage, si mettevano in gruppi di quattro tra la gente, con le spalle verso il centro e il viso verso l’esterno, ogni dieci metri. Non avevo mai visto così tanti agenti, neppure ad Alessandria d’Egitto durante la rivoluzione. Vedevi le colonne spostarsi ordinatamente in atti plateali, come in un campo di battaglia del XIX secolo. Lungo il fiume Main, gli agenti attorniavano il corteo ai lati, spalla a spalla con i dimostranti, per marcare il senso di marcia. Solo alla fine alcuni hanno ceduto e hanno accettato i fiori che una ragazza gettava loro, prima degli interventi di chiusura della manifestazione.

Gerd Dietrich, arrivato da Göttingen, aveva vissuto la giornata di Occupy the World a Francoforte: ≪C’erano alcune migliaia di persone, di provenienza diversa. Ieri, però [riferendosi al corteo di Blockupy] l’iniziativa era marcata politicamente. Non è diventata un punto di cristallizzazione di un movimento sociale aperto, la popolazione non ha veramente partecipato≫. Lui, un militante di esperienza che pubblica il blog Politikparadox, riconosce immediatamente i limiti. ≪Non c’è stato uno spazio di dibattito attorno ai contenuti, molto tempo è stato perso per mettersi d’accordo tra organizzazioni e gruppi, giunti numerosissimi alle riunioni preparatorie, sulla struttura, la coreografia, senza poter approfondire i temi che ci hanno portato qui; ci siamo limitati a un consenso minimo sulla convocazione e a ogni gruppo è stato concesso di pubblicare i volantini che voleva.≫

Gerd ha la moglie che lavora al Cairo, e ascolta cosa succede a nord come a sud; è lui che ha ospitato ‘Arbī. ≪La Sinistra qui deve fare più politica nei quartieri, più lavoro di rete tra i collettivi. Non è sufficiente mobilitarsi sull’antinucleare o sull’antifascismo; è questo il punto debole del movimentismo tedesco. Sui temi sociali, dominano la scena i sindacati classici, il cui linguaggio e le cui modalità d’azione non attirano più i giovani. Perché non ripartire dall’esclusione sociale, dalla disintegrazione urbana, dalla crisi dell’alloggio?≫

Tutto è dunque da costruire, come lo stesso Christoph Kleine diceva quando parlava del dopo-Blockupy, sottolineando che in una democrazia borghese non importa chi stia al governo, essendo le decisioni su economia e distribuzione della ricchezza sottratte alla cittadinanza. Ma come farlo? Mettendo insieme collettivi rivoluzionari e signore che piangono la precarietà dei figli? Come fare il secondo miracolo? Sara l’Autunno europeo ad accelerare l’inevitabilità della lotta sociale?

Volker Wittke, presidente dell’Istituto di ricerca sociologica di Göttingen, dice: ≪Assistiamo a un’affermazione di mini-jobs nei servizi pubblici, al subappalto di professioni nel settore automobilistico, al fatto che, in tutti i settori che rappresentavano uno spazio di impieghi e carriere sicure, le relazioni sono profondamente cambiate. Insicurezza, instabilità, frammentazione, fragilità, disimpegno sono entrati in posti di lavoro di livello medio≫. Le forme di lavoro precario tra i giovani tedeschi, praticantati, contratti a tempo determinato, lavoro a ore, crescono vertiginosamente (54% dei giovani tra i 20 e i 24 anni); molti di loro hanno solamente sperimentato il lavoro a tempo determinato (il 28% dei giovani tra 14 e 34 anni), e solamente il 7%, sempre nella fascia dai 14 ai 34 anni, ha trovato un lavoro stabile passando attraverso impieghi interinali. Altro dato: dalla deregolarizzazione del mercato del lavoro approvata nel 2003 dal Governo rosso-verde di Gerhard Schröder, il numero di lavoratori interinali è passato da 330.000 a 860.000 (marzo 2011), diventando per molte imprese uno strumento per stabilizzare i profitti e mettere sotto pressione i lavoratori permanenti.

[…]

≪La gente si rende conto delle crescenti difficoltà e della de-democratizzazione in corso, per cui si parla più di cosa dice un’agenzia di rating o del listino delle azioni in borsa che di altro. Questo è un motore per la mobilitazione≫ mi raccontava Christoph, godendosi ancora il lieto post-Blockupy davanti a una birra fresca. Ma se le cose andranno di male in peggio, difficile dire quanto durerà lo stile creativo e nonviolento della protesta sociale, la cui anima carnevalesca aveva sorpreso anche‘Arbī, abituato a respirare gas lacrimogeni. Come diffondere il messaggio della necessità di lottare contro la crisi alle persone comuni, ai non militanti? Questa è la vera questione che si pone: ≪Se sapessimo come muoverci, sarebbe tutto molto semplice. Procediamo per tentativi. Quello che manca tra le persone normali è l’idea che si possa condurre una vita differente, con uno stile di vita differente, comportamentale, relazionale, etico, che si possa organizzare un modo di produrre differente. Non mi convince l’idea che il cambio debba venire dall’alto. Mi interessano le esperienze di autorganizzazione, perché trasmettono il senso della possibilità di uscire dalle difficoltà, di costruire le cose diversamente≫ mi confessava Shendi. La frammentazione a livello sociale, il fatto che le persone non abbiano reti al di fuori del lavoro, che siano isolate nel gestire la crisi che arriva loro addosso è ciò che preoccupa persone come Shendi. Allora, forse, il suo suggerimento tutto femminile di tentare di costruire delle cose parallele, alternative, è buono.

≪Scuole invece di sommergibili≫ diceva uno striscione della GEW, il sindacato tedesco dell’istruzione e della ricerca. Chi non capisce una cosa del genere? Forse è più semplice del previsto. Un ciclista porta un cartello che cita candidamente Henry Ford, il fondatore dell’omonima casa automobilistica: ≪È una buona cosa che le genti della nostra nazione non capiscano il nostro sistema bancario e monetario, perché se lo capissero ci sarebbe una rivoluzione prima di domattina≫. Un gruppo di credenti scomoda il Padreterno: ≪Dio indirizza i popoli. Perché non anche attraverso la crisi bancaria?≫.

Forse, allora, è solo una questione di tempo. Miracolo a Francoforte.

 

(capitolo: Autunno europeo: miracolo a Francoforte)

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