DSCN0222L’Italia che incontro attorno alle presentazioni di «Riscatto mediterraneo».

Comincio con il quartiere Aurelia Boccea, Municipio XIII, cento e cinquantamila abitanti. È un municipio che si estende come un lungo quadrilatero da San Pietro a Fiumicino. La parrocchia di san Pio V ospita la croce di Lampedusa, fatta da Franco Tuccio, un falegname di Lampedusa, utilizzando legni delle barche di migranti che hanno raggiunto l’isola. Una piccola croce, alta poco meno di tre metri, modesta e dalla verniciatura graffiata dal mare e dagli scogli. La croce gira l’Italia, e resta a Roma per un mese, passando di parrocchia in parrocchia e da un’associazione all’altra, nello spirito che fu di sant’Antioco Martire, medico, migrante dal Nordafrica, «il santo venuto dal mare», come lo chiamano in Sardegna, di cui è il protettore[1]. È stata l’idea del prof. Pasquale de Sole di parlare di immigrazione e rivolte arabe sotto la croce. Il prof. De Sole è in pensione da qualche anno, ma ha uno spirito non certo da ritirato. Quando insegnava scienze mediche all’università La Cattolica di Roma, organizzava i «Mercoledì della Cattolica». Lo conobbi quando mi invitò a parlare del mio libro sulla Palestina. I mercoledì, invitava studenti e docenti a discutere di un tema di attualità. «Ci ispirammo all’esempio di padre Gemelli» racconta. «Volevamo interrogarci per capire la realtà, per superare le apparenze». Da quando se n’è andato, i mercoledì alla Cattolica non sono più gli stessi. Gli eventi si fanno in una nuova hall, più scenografica, e non più nell’Aula magna, e gli invitati sono sovente dei personaggi televisivi o dei giornalisti di grido, perché l’immagine conta molto, oramai. Il prof. De Sole, barba bianca e capello bianco, dopo aver aperto uno spaccio di commercio equo e solidale nella sua parrocchia di san Filippo Neri, si mobilita a modo suo. Farà esporre la croce di Lampedusa alla celebrazione eucaristica per l’anniversario dell’assassinio di Mons. Oscar Romero, il 24 marzo. Porterà la stessa croce al carcere di Rebibbia, la farà sfilare per le strade del quartiere durante la Via Crucis pasquale, e racconta: «Coloro che la vedono, la vogliono toccare, accarezzare, esporre nel proprio quartiere. Come vi si sono aggrappati i migranti per sfuggire alla violenza delle acque, così ci vogliamo aggrappare noi ad essa». E la presenza di questa croce serve a demistificare la narrativa dell’invasione saracena.

Giuseppe Cionti, giornalista di AskaNews, seduto al mio fianco cita fonti governative per smentire chi grida all’invasione: ad un’audizione alla Camera tenuta nel mese di marzo u.s., il ministro degli Affari esteri Paolo Gentiloni ha confermato che la Germania ospita solamente di nazionalità siriana tra i sessanta e i settanta mila profughi, senza contare tutti quelli di altre nazionalità, mentre l’Italia – l’ha seguito a ruota il ministro degli Interni Angelino Alfano – accoglie complessivamente nelle proprie strutture di accoglienza sparse su tutto il territorio nazionale sessantasette mila profughi (tutte le nazionalità incluse). Il fatto, dunque, non sussiste! L’invasione è un cinico pesce d’aprile! Queste cose devono essere raccontate, ripetute, e il pellegrinaggio di questa croce serve anche a questo. Il prof. De Sole è tra quelli che si adopera per superare le diffidenze tra cattolici sociali e Sinistra. Partecipa al movimento per Forte Boccea bene comune – Forte Boccea è un ex-carcere militare utilizzato parzialmente dai servizi segreti – ed ha tessuto le fila perché cattolici e laici progressisti presentassero una lista municipale comune alle elezioni amministrative del 2013. Ha fallito per un pelo. Aveva convinto Raffaele “Lello” Troilo, credente, uomo del dialogo e della società civile, a candidarsi, i partiti hanno fatto un passo indietro, ma alle Primarie PD, non è passato per pochissimi voti. Il destino è strano: a mancare sono stati quei voti non presi in alcune parrocchie: «Non è passata la novità per un pelo, perché in alcune parrocchie sono ancora forti le logiche clientelari».

Il fatto non sussiste, dunque, dicevamo. Eppure, quando il pomeriggio del 20 marzo mi presento agli studi televisivi di SkyTV per conto di COSPE, per partecipare a un talk-show condotto da Paola Saluzzi sui fatti del museo del Bardo, la messa in scena è di effetto: «Primavera nera» è il titolo della puntata, e il nesso tra accerchiamento terroristico e afflusso migratorio sembra dato per scontato senza valutazione previa. Si imparano molte cose in uno studio televisivo, del fascino degli schermi che evocano una navicella spaziale dei tempi di Star Trek, della potenza di una dichiarazione forte, della teatralità e dell’appello alle inquietudini collettive, al punto che un’eurodeputata italiana – che non cito per non darle più pubblicità di quella che già gode – è arrivata a dichiarare che l’attacco al museo del Bardo è stato orchestrato per ammazzare proprio degli italiani, per colpire l’Italia, quando tutte le autorità tunisine hanno confermato che l’obiettivo dei terroristi era entrare nel Parlamento, non nel museo. Ma tant’è, ognuno ha la verità in tasca che si merita…

SkyTV si trova sulla via Salaria, e poiché vi passa davanti l’autobus per Rieti, dove mi stavo dirigendo, avevo deciso di accettare di presentarmi negli studi televisivi, seppur per soli 45 minuti. Uscire da Roma e attraversare la periferia è un’esperienza unica. Corro fuori dagli studi con la valigia per non perdere la corriera, e respiro i gas puzzolenti di qualche discarica. Pare che il personale della catena televisiva ne sia abituato, e ci fumano sopra una sigaretta dietro l’altra. Davanti alla fermata dell’autobus, aspettano tre belle ragazze probabilmente rumene, tre giovani prostitute, che salgono su un’altra corriera pochi minuti dopo il mio arrivo. Avendo perso la mia, attendo una mezz’ora, mentre le auto mi sfrecciano davanti. Dalle corriere scendono solo degli immigrati. È un’altra città, dei capannoni, del caos rur-urbano, dei fossi di acqua lurida e delle molteplici razze. Quando arriva l’autobus, è strapieno. Non riesco a salire davanti, salgo al centro e resto incollato alla porta, in piedi con la valigia sotto le gambe. Passa il controllore e mi vuole multare. Gli dico che non sono riuscito a salire davanti e che non volevo viaggiare senza biglietto. Discutiamo animosamente per almeno due lunghi minuti, gli dico che appena possibile voglio fare il biglietto, lui si gira verso gli altri passeggeri con il volto scuro. Non so cosa farà alla prossima fermata. Ebbene, alla prossima fermata, scendo per fare passare i passeggeri arrivati a destinazione, e scende anche il controllore. Mi avvicino a lui e gli chiedo di acquistare il biglietto. Lui sembra disturbato, e parlando con voce dimessa risponde: «Signore, Lei con il suo comportamento mi mette in difficoltà. Non insista per piacere!» Che strana l’Italia, evidentemente non voleva farmi la multa perché aveva intuito che sarebbe stato ingiusto, e con la mia insistenza stavo mettendo in dubbio la sua autorità davanti agli altri passeggeri. Che strana, e forse anche che bella l’Italia, anche alle periferie della Capitale.

Gli amici di Rieti, invece, di immigrazione parlano e si occupano. L’ARCI locale gestisce due centri Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), uno a Rieti per i minori, ed uno a Passo Corese per gli adulti. È il secondo centro Sprar in Italia, dopo quello di Mantova, dove si è sperimentata per la prima volta l’accoglienza di minori in famiglie del posto. Alcune di queste famiglie saranno presenti all’iniziativa sul Mediterraneo, organizzata nel quadro della Settimana antirazzista. Un padre, di una famiglia che accoglie i minori, mi racconta di aver ospitato prima un ragazzo del Bangladesh, poi uno del Gambia. Questi ragazzi, dopo sei mesi, lasciano la famiglia per sperimentare una fase di semi-autonomia. Quando possibile, viene loro trovato un lavoro, come nel caso di R.J., il ragazzo afgano che lavora al circolo gastronomico ARCI Gallo Brillo, dove ceneremo la sera. Valeria Patacchiola ci ospiterà nella nuova sede dell’ARCI, in una vecchia palazzina storica. Sarà il primo evento pubblico ospitato nella nuova sede, non ancora ufficialmente inaugurata. È grazie a Valentina Roversi, retina che lavora con ARCI Nazionale nella Capitale, che raggiungerò Rieti dopo sette anni di assenza, ma la sera stessa, dovremo competere con Maurizio Gasparri, che convoca per lo stesso orario una conferenza dal titolo «Le angosce degli italiani: ondate migratorie, sicurezza e tasse». Rieti è una città conservatrice, di Destra, una città dove è passato molto riciclaggio di denaro sporco che ha sconquassato la piana retina con centri commerciali, banche e lottizzazioni residenziali. Rieti è anche tristemente famosa per Santa Scolastica, il supercarcere in cui le condizioni detentive erano anguste[2]. Non essere di Destra a Rieti non è facile. Alleanza Nazionale aveva in Rieti uno dei suoi migliori feudi, ed è sempre qui che nasce il suo movimento giovanile nel 1996. Era una città diffidente, dove un detto locale recita: «Qui, neanche gli ebrei hanno attecchito». Eppure. A Rieti, la prima volta avevo fatto la conoscenza dei fratelli della Fraternità monastica della Trasfigurazione, una piccola comunità legata ai valori della spiritualità, della condivisione e del servizio, che si rifà alla regola di san Benedetto da Norcia e allo spirito di san Francesco d’Assisi. Questa volta, ho conosciuto persone di altrettanto valore che cercano risposte in altro modo, come ad esempio Emanuele Camacci, che per tutta la serata, con la sua cultura marxista analizza e spiega le relazioni tra Potere e degrado sociale, partendo da una lettura anticapitalistica e di lotta di classe (oltre che gestire lo Sprar di Rieti). Mi regalerà due sigari toscani, che gusterò con piacere nei giorni seguenti.

Il Sindaco di ora è di Sinistra, ed ha vinto anche perché la Destra si è divisa alle ultime amministrative, ma tutti dicono che il prossimo sarà di nuovo Antonio Cicchetti, il padre-padrone delle tradizioni e dei buoni costumi locali, negoziante di scarpe a Roma, già dirigente locale del Fronte della Gioventù e dell’MSI, e che dopo lo «sdoganamento» dei fascisti operato dal Cavaliere Berlusconi ha governato Rieti dal 1994 al 2012 (gli ultimi due mandati per interposta reggenza, sostengono i suoi detrattori, del delfino Giuseppe Emili). Cicchetti era definito il «Sindaco del vicinato», il «Sindaco in diretta»: aveva aperto una linea telefonica diretta e si prestava a risolvere i problemi individuali dei suoi elettori. È vero che la città tiene dalla fine dell’anno scorso una piazza dedicata a Enrico Berlinguer, cosa impensabile fino a qualche anno fa, ma alcune delle persone che incontro non sono contente del sindaco attuale, Simone Petrangeli, uscito vincente nel 2012 in quella che chiamarono la «Primavera reatina» (erano gli anni della «Primavera araba»). «La multinazionale Schneider Electric ha praticamente chiuso per delocalizzare le attività, non per crisi, e la Sinistra cos’ha detto? Niente» ascolto dire in un bar del centro mentre consumo un cappuccino. Eppure, trasformare una città che ha appartenuto ad una cultura politica diversa per decenni non riesce in pochi anni… Gli spazi di socialità, accoglienza, dibattito che gli amici di Rieti creano sono fondamentali per mostrare che si può vivere diversamente; questi spazi sono la condizione preliminare ad un cambiamento della cultura politica. Sono spazi che devono vivere in autonomia dal politico ed accompagnarlo con indipendenza di giudizio, e con la capacità di fare rete tra sensibilità differenti, ed in particolare tra cattolici e laici. Avevo chiesto a Valeria di invitare la Fraternità monastica della Trasfigurazione alla Settimana antirazzista, perché avevo perso i loro riferimenti telefonici. Lei mi ha risposto: «Non è un mondo che frequento, ma ci provo». Ha preso contatti con la Caritas diocesana, ed è arrivata a loro. Il cambiamento si costruisce anche così.

Sarà Saro Lanucara dell’ARCI di Roma, al mio rientro da Rieti, a fare il Mea Culpa della Sinistra, seduti in un angolo oscuro del locale Na Cosetta: «Abbiamo abbandonato i quartieri, purtroppo anche noi dell’ARCI. Siamo nati nel dopoguerra, raccoglievamo e organizzavamo l’impegno civile a Sinistra, come ACLI e ENAL facevano nel mondo cattolico e di Destra. Ora, non è rimasta che Azione Cattolica a battere il terreno dei quartieri romani». Saro aveva tentato di riattivare una Casa del Popolo, aprendo il circolo ARCI Forte Fanfulla, ma i costi proibitivi della Capitale (fino a 10.000 € / mese per l’affitto) nel 2014 hanno schiacciato questa avventura culturale e imprenditoriale, dopo quattro anni di intensa attività. Saro lavora strettamente con Simona Sinopoli, avvocatessa che si occupava del caso dei migranti scomparsi al loro arrivo in Italia, e dal 17 febbraio 2014 alla guida dell’ARCI di Roma. Cinquanta circoli, una fatica. Simona vuole ritornare alle radici, lavorare con la Roma ribelle, che resiste e si inventa nuove forme di aggregazione solidale. Per farmi capire cosa intende, mi porta a vedere il lago che combatte, oramai il «Lago per tutt*». Camminiamo sui prati e raggiungiamo i margini di un vallone, in fondo al quale vi è un lago che è nato perché un imprenditore ha cominciato a scavare nell’area dell’ex-Snia Viscosa per lottizzare, ha bucato la falda ed il vallone si è allagato. Ora è un lago selvaggio, schiacciato contro la linea ferroviaria, ricopertosi di salici e canneti, bellissimo e surreale, con i palazzoni lontani sullo sfondo e i treni che transitano dietro un muraglione di cemento armato. Siamo al Pigneto, non lontani dalla stazione ferroviaria di Termini. L’ex-Snia Viscosa è ora in parte un centro sociale autogestito, ed in parte un parco pubblico, dopo che il Comune ha rilevato l’area destinata ad essere lottizzata nell’estate del 2014. Il lago ha resistito perché i giovani del quartiere si sono mobilitati, non per benevolenza dell’imprenditore o lungimiranza dell’amministrazione. Queste sono le storie che ricreano urbanità e coesione, giustizia e bellezza, con cui Simona vorrebbe mettere in relazione una rete così importante come l’ARCI di Roma.

Simona è anche alla ricerca delle targhe dedicate ai martiri del Nazismo e ai caduti della Resistenza antifascista, Roma ne è piena. L’idea le è venuta un giorno, scoprendo per caso una targa dedicata alla principessa Mafalda di Savoia, all’entrata della scuola Principessa Mafalda, deceduta nel campo di concentramento di Buchenwald, ed ha avuto un’illuminazione: «Vorrei ritrovare e recensire queste targhe, per recuperare la memoria di una città che ha dato molto a questo Paese, e a partire da queste targhe aggregare gli abitanti dei quartieri» dice mentre rientriamo dal lago che resiste. «Gianluca, devi ascoltare la canzone di Assalti frontali» aggiunge «È troppo bella». E la canzone fa: «Palazzinaro amaro, sei un palazzinaro baro. Per tutto il male fatto a Roma adesso paghi caro. Al funerale del tuo centro commerciale, è bellissimo vedere il nostro lago naturale […] Nella metropoli meravigliosa, lì c’era una fabbrica di finta seta, la viscosa. C’era il capitalismo, un’area gigantesca, ci lavoravano le madri, i padri, ogni scolaresca. […] Dietro al cancello chiuso, c’era un abuso. Avevano cambiato la destinazione d’uso. […] In mezzo ai mostri de cemento, il lago è un sogno che si avvera. È la natura che resiste, stanotte Roma è meno nera» [3].

Sul treno, lungo l’Adriatico, 19 aprile 2015.

 

[1] Per chi volesse saperne di più su come ospitare la croce di Lampedusa: http://www.casadellospiritoedellearti.org/viaggio-della-croce-di-lampedusa/il-progetto/.

[2] Cfr. http://www.sabinaradicale.it/content/rieti-%C3%A8-il-carcere-pi%C3%B9-sovraffollato-del-lazio-non-il-meno-sovraffollato. Con l’apertura del nuovo istituto di pena, le condizioni sono nettamente migliorate: http://www.associazioneantigone.it/osservatorio/rapportoonline/lazio/rieti.htm.

[3] «Il lago che combatte» – Assalti frontali & Il Muro del Canto su https://www.youtube.com/watch?v=Dcb_Thrq2P8.

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