DSCN0164Nell’ufficio di Omladinski Resursni Centar c’è un busto di Tito. Lo trovarono lì quando entrarono nei locali, e decisero di tenerlo sopra una libreria nella sala delle riunioni, in posizione discreta, ma visibile. «Sei un nostalgico? Non era un dittatore?». «Forse, ma cercò anche di rendere il Paese autosufficiente, producendo le cose di cui avevamo bisogno. La coca-cola era prodotta ad esempio in Slovenia, e si chiamava Cockta. Per evitare di essere in competizione, e produrre un prodotto simile, le industrie di una stessa filiera lavoravano in catena. Eravamo un Paese ricco, che esportava la metà della sua produzione. Tito cercò anche di ottenere la licenza di produzione di certi beni esteri a titolo gratuito o in cambio di una parte dei beneficî, negoziò crediti a tassi agevolati, costruì le nostre infrastrutture in dieci anni. Voleva insomma che si investisse nel Paese. In Yugoslavia, non avevamo democrazia formale, ma la corruzione era molto meno diffusa di oggi». Tito, secondo Miralem, anticipò l’idea di sviluppo autocentrato e sostenibile. «La corruzione è un sottoprodotto della guerra o della sua risoluzione?» chiedo. «I partiti nazionalistici che erano al potere prima della guerra vi ritornarono anche dopo. Si resero conto che fosse necessario restare al potere per beneficiare del sistema, e che per farlo dovevano alimentare un clima di diffidenza e paura tra la gente, per far dimenticare gli altri problemi. Vi è un concetto che è stato abusato dopo la guerra: gli interessi nazionali vitali. In loro nome, devi accettare tutto, mentre povertà e disoccupazione perdurano. In nome di interessi serbi, croati o bosniaci, si è giustificato il mantenimento di un regime corrotto». «Quali interessi concretamente? Militari, economici?». «No, no. Semplicemente: restare al potere. Usano ad esempio l’argomento della lingua, della necessità di preservare le specificità linguistiche, quando parliamo allo stesso modo. È mai possibile che siano i politici a occuparsi di tutelare la lingua e non i linguisti, o di stendere il curriculo scolastico e non gli studiosi? Sai che abbiamo bambini croati e bosniaci che vanno a scuola nello stesso istituto, ma sono divisi per mostrare che vi sono delle differenze?». Miralem fuma di frequente, ma non ho ancora capito se sia per rabbia o per diletto; forse, per entrambe le ragioni. Si considera di Sinistra, ma ora i partiti socialdemocratici non sono più tali, sono diventati fascisti come nella Republika srpska (guidato da Milorad Dodik) o classisti come nella Federazione bosniaca (guidato da Zlatko Lagumdžija). «Per avere un lavoro, devi dare tutto con loro». Non è un caso che il tasso di partecipazione alle ultime elezioni amministrative sia rimasto basso, e che in alcuni comuni non abbia superato il 22-23%. In Tuzla, ormai, non voti più per qualcuno, ma voti contro qualcun altro, contro la peggior opzione. Ora puoi scegliere tra quasi duecento partiti, ma non puoi comprarti una casa o andare in vacanza perché non ci sono soldi. Ora i partiti devono rispettare quote rosa e quote giovani, ma questi stanno sempre alla fine della lista, e il numero di partiti è così alto che alla fine scegli solo il simbolo. «La scheda elettorale alle ultime amministrative era gigantesca e la gente in fila diventava pazza per capire come leggerla e trovare il proprio partito» racconta Mirjana Stamenković, sposata a Miralem e coordinatrice della rete bosniaca Youth Network. Prima i bisogni fondamentali erano assicurati, mi spiega Mirjana, anche se il sistema non era democratico. Quando sua marito lavorava in un impianto siderurgico, andavano in vacanza tutti gli anni sulla costa adriatica, ma le vacanze almeno erano gratuite. «Democrazia era solidarietà, ed era parzialmente possibile scegliere come la tua comunità dovesse funzionare. Se l’amministrazione voleva costruire una scuola, apriva un dibattito con la comunità locale, ora non più». Mettono un annuncio per presentare osservazioni ad un progetto nei giornali locali di un’altra provincia; oppure, se aprono un posto nell’amministrazione pubblica, lo pubblicizzano nei giornali di un’altra città, o affiggono l’avviso nel corridoio di un ufficio.

[…]

Disoccupazione, corruzione, una struttura autoreferenziale, mancanza di fiducia nelle istituzioni, democrazia formale. Cosa fa la gente per cambiare? «Prima organizzavamo le cose spontaneamente; ora, se vuoi organizzare una protesta, devi annunciare l’iniziativa, chiedere il permesso, e fronteggiare delle procedure amministrative. Molti partiti in Bosnia oggi dicono che i movimenti sociali sono l’anarchia, sono contro la democrazia, perché vi sono già degli strumenti democratici a disposizione: puoi mandare una lettera o assistere alla sessione di un consiglio. Lo spirito del movimento esiste ancora, per fortuna, grazie alla nostra tradizione operaia e socialista, ma il sistema governativo tende ad occupare e ad annullare ogni altro spazio». Se vuoi organizzare una manifestazione studentesca, ad esempio, non ti diranno che non si può, ma cercheranno di scoraggiarti dicendo che devi seguire i canali democratici, altrimenti ti politicizzano: non è la protesta di alcuni studenti, ma di un partito che cerca di rovesciare il governo locale legittimo. E così discreditano l’iniziativa. «È questa la ragione per cui non avete avuto un movimento di Indignados?». «Sì, anche questa. Per questo, il mio obiettivo è preparare una generazione di leadership partecipata. Se vuoi guidare il cambiamento, devi avere molte persone con te, persone preparate, che sappiano come funzioni un movimento. Devi investire nei giovani. Non si tratta di avere leaders e followers». «Stai pensando ad un’alternativa alla democrazia formale?». «Forse. Ciò di cui stiamo parlando è un processo, che richiede vigilanza. Devi avere persone con forza, capacità e conoscenza del potere. Pensa a quanto puoi ottenere organizzando semplicemente un sit-in. Ciò che è certo è che dobbiamo contenere i danni generati dalla democrazia formale». Lo Youth Network dei nostri amici, tra i suoi progetti, forma a condurre campagne pubbliche, a creare reti e alleanze e a trattare con le autorità locali, e promuove una cultura della riconciliazione. Bosko Vlajic è il ragazzo che mi avrebbe portato una domenica notte all’aeroporto di Belgrado, duecento chilometri attraversando il passo sul Majevica, con la strada gelata e i banchi di nebbia, e una fatica enorme a restare sveglio. Lo aveva fatto all’andata, quando mi aveva portato a Brčko, che raggiungemmo dopo un controllo dei bagagli all’aperto, tra raffiche di vento polare, alla frontiera serbo-croata, anche in quel caso al buio. Il freddo umido di quell’inverno mi rendeva difficile il poter credere che i bosniaci fossero un popolo della famiglia mediterranea, eppure si considerano tali: amano godere la vita e scherzare, cosa che li rende più vicini a greci, turchi o italiani che a altre popolazioni dei paesi balcanici. «Siamo passionali, anche se talvolta rudi» mi spiegava Bosko.

Lo stile di vita mediterraneo potrebbe essere parte della soluzione ai problemi del Paese – il senso di solidarietà è ancora forte qui – ma il modello da competizione europeo resta purtroppo il cavallo da inseguire. Eppure, vi è qualcosa che li rende un poco “terroni”. Quando Miralem Tursinović si recò a Parigi per la prima volta, notò che ognuno badava a se stesso, leggeva libri, mentre egli era stato educato a mettersi in relazione con i vicini. A Parigi, stava a casa di Jérôme, in un quartiere con molti immigrati magrebini. Un giorno, lasciò l’appartamento per andare a mangiare in un ristorante turco, dove un uomo grosso si sedette vicino a lui. Quando il grosso seppe che era un bosniaco musulmano, gli disse di fare attenzione al quartiere, offrì la sua assistenza, gli diede il suo numero, dicendo che poteva chiamarlo quando voleva, e rivelò che si chiamava Hassān. Poi pagò il conto di Miralem senza dirgli niente. Quando Miralem incontrò Jérôme la sera e gli disse che aveva incontrato Hassān, Jérôme saltò sulla sedia e impallidì. «Quello con una catena al collo? Ma è un criminale, spaccia droga e gestisce la pornografia… Cos’hai fatto mai? Non dovevi parlargli. Non importa che sia stato gentile. Ti ha seguito? Ridammi la chiave di casa!» si allarmò Jérôme. «Quell’Hassān fu gentile, si interessò della Bosnia e alla mia storia. Era forse un mezzo-criminale, ma con lui avevo scoperto l’umanità del quartiere, mentre molti in Europa non ci riescono» mi commenta Miralem. Saranno anni difficili questi in Bosnia, ma gente come Miralem, Dragan, Bosko o Mirjana sopravviverà, perché ha un grande senso dell’umore e si può permettere di ridere delle proprie contraddizioni. Anche se la Bosnia possiede un forte spirito di attaccamento, anche se è uscita da una guerra fratricida, le sue aspirazioni di libertà e giustizia non sono morte, né la curiosità della sua gente, che manifesta interesse per la cultura e lo stile di vita dei vicini. Prima o poi, anche i suoi giovani sentiranno il richiamo del cambio. Molti di loro sperano che arrivi presto, e che i duecento partiti e i “vitali interessi nazionali” vengano denudati. Sarà un banco di prova anche per molti altri paesi.

(capitolo: I bosniaci non perdono mai l’umore – ebook)

 

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