a-IsraelMi avevano detto, se vuoi sapere del movimento per la giustizia sociale in Israele, non guardare solo a viale Rothschild, scrivi dei Mizrachim, gli ebrei provenienti dai paesi arabi. Così li ho cercati, ed ho trovato due donne che dedicano loro la vita intera. La madre di Yael Ben Yefet è originaria dell’Iraq, e lei dirige Democratic Mizrachi Rainbow, un’associazione creata per difendere l’immagine degli ebrei arabi, e fa politica a Tel Aviv con City for All, una lista civica di cui fu consigliere municipale fino al 2011. Nella lista vi sono persone di diversa estrazione politica, dal Likud a Hadash, che si sono messe insieme per aiutare le aree periferiche, sulla base della condivisione dei principî della democrazia e della solidarietà. Shula Keshet, invece, è una femminista Mizrachi, la cui famiglia arrivò in Israele negli anni ’30 dalla città iraniana di Mashhad, cresciuta dunque nella cultura persiana, ma nata nel quartiere del parco Levinsky, pure costruito negli anni ’30, e che è diventato ora uno slam. Passeggiare per via Neve Sha’anan, la strada pedonale che collega la stazione centrale degli autobus con Begin Road, è un’immersione nella marginalità, con giocatori d’azzardo, senzatetto che cercano un giaciglio, ragazze senz’identità, decine di bottiglie di birra vuote e neri africani che si ritrovano la mattina presto dopo una notte insonne.

Viale Rothschild è solo a venti minuti a piedi. Shula è però prima di tutto artista e dirige Achoti, “Mia sorella” in ebraico. Achoti House, a pochi passi dalla stazione, è un piccolo rifugio in quest’area degradata, il quale riunisce assistenza legale, attività educative e centro culturale, e che è visitato da donne di diversa provenienza e da rifugiati politici e lavoratori immigrati. Vi sono molti libri nella House. Quando le chiedo se vuole la focaccia etiope che non avevo consumato quando avevamo pranzato insieme al Tanat, sotto casa sua, mi dice: ≪Lascia il sacchetto sulla panchina del marciapiede qui davanti, verrà sicuramente qualcuno a prenderlo≫. Così, se l’accampamento di Rothschild si identificava con la classe media che si impoverisce, queste donne e i loro gruppi rappresentano quelli che nella classe media non sono mai entrati. ≪Abbiamo iniziato in Rothschild. Due giorni dopo l’inizio della protesta, abbiamo però piantato le tende nel parco Levinsky, perché gli altri parlavano solo della classe media. Durante tre notti, una dopo l’altra, il Comune veniva e ci abbatteva la tenda. Il quarto giorno ci siamo presentati in tanti e non sono riusciti più a rimuoverle. Era il solo accampamento dove vi erano anche non israeliani: rifugiati politici, beduini e palestinesi≫ racconta Shula con la sua voce roca e il suo rossetto rosso scarlatto.

Altre comunità Mizrachim seguirono il loro esempio: Ganei Tikva (sud Tel Aviv), Jaffa e Nordau (nord Tel Aviv) piantarono altri accampamenti periferici, durante la protesta su viale Rothschild; e su quest’ultimo, si misero in contatto con i tendoni di Dimona, Netanya o Bat Yam. ≪I leader della protesta dicevano: voglio vivere a Tel Aviv, nel mio appartamento. Molti di noi non sentivano che fosse la loro lotta, e uscimmo in strada per parlare di alloggio pubblico, e non solo di alloggio accessibile. Ogni mese, facevamo delle dimostrazioni a Gerusalemme Est con arabi, ebrei, beduini, russi, etiopi, e siamo riusciti a fare passare una legge che permette di rilevare un alloggio pubblico dopo cinque anni. Abbiamo portato le nostre rivendicazioni nelle manifestazioni generali, ma abbiamo fatto anche le nostre marce. È stata un’esperienza eccezionale: non ero abituata a dover riempire degli autobus di gente per una manifestazione, non mi sarei mai aspettata una tale partecipazione nonostante la violenza della polizia≫ spiega Yael mentre prendiamo qualcosa al Caffè Tachtit, prima di correre ad una riunione per le elezioni municipali dell’autunno 2013. Durante le manifestazioni generali, vi furono anche dei contrasti con quelli di Rothschild, continua Yael, perché tutti quelli che organizzavano la protesta in Rothschild erano Ashkenazi: ≪Non vi era solidarietà. Era come un’esercito quello che circondava il palcoscenico della protesta; molti erano chiusi, egocentrici, talvolta manipolatori. La persona che parlava a loro nome e dirigeva il palcoscenico, Sharon Shahaf, dopo essere stata quasi un anno con loro, ha criticato i loro dirigenti, inclusa Daphni Leef. Molte persone delle aree periferiche si sentivano escluse≫. ≪Su viale Rothschild, si comportavano come l’establishment che criticavano≫ ricorda con tristezza Shula. ≪Non capivano la necessità di cambiare la struttura di potere del movimento per renderlo effettivo. Non puoi rappresentare gli altri, ciascuno deve avere il diritto di esprimersi. Dobbiamo ancora imparare a rinunciare alle nostre prerogative≫.

Ma come sono messi i Mizrachim? Yael è abituata a raccogliere dati, soprattutto su case e terra: ≪Danno la terra ai Kibbutzim, che sono solitamente gestiti da Ashkenazi, e al loro fianco creano delle Development towns, dove risiederà la manodopera Mizrachi che lavora nei Kibbutzim, e i benefici della rendita fondiaria e dell’urbanizzazione e i proventi delle tasse locali vanno ai Kibbutzim, mentre le Development towns non hanno soldi≫. La distribuzione della terra tra Kibbutzim e Development Towns è squilibrata; per questo Democratic Mizrachi Rainbow si è appellata alla Corte suprema sulla questione della giustizia redistributiva fondiaria. Quando fecero quella campagna, i Kibbutzim cercarono di discreditarli con una controcampagna pubblica che diceva che Hezbollah li ringraziava per la loro azione! D’altronde, non c’è neppure da stupirsi se nella Corte vi sia tuttora un solo giudice di estrazione Mizrachi su quindici membri. O prendiamo le università israeliane: l’8,93% del corpo docente delle facoltà sono Mizrachim, e gli arabi l’1%. Dati troppo eclatanti se consideriamo che i Mizrachim rappresentano circa il 40% della popolazione dello Stato di Israele, come gli Ashkenazi, il resto della popolazione essendo principalmente palestinese.

[…]

(capitolo: Giustizia agli ebrei arabi (prima che la sirena canti) – ebook)

 

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