trivL’Italia che incontro attorno alle presentazioni di «Riscatto mediterraneo».

Il Triveneto, che nazione! Andate a Udine e salite sulla collina che fece edificare Attila per assistere all’incendio dell’Aquileia conquistata nel 452 d.C. Che polso! Che tempra si sono dovute fare le genti di questo corridoio geografico che ha visto secondo alcuni storici passare ben 122 invasioni. Pensate che da passo di Monte Croce Carnico i campanili si costruirono perché si guardassero, per poter diffondere rapidamente l’allarme dell’ennesima invasione. Non c’è dunque da stupirsi se l’assessore all’istruzione della Regione Veneto Elena Donazzan abbia indirizzato ai dirigenti scolastici una circolare il giorno dopo l’attentato al Charlie Hebdo del mese di gennaio scorso, chiedendo che a seguito di quegli eventi si organizzino discussioni nelle scuole che si traducano in una condanna da parte di tutti i partecipanti di tale violenza, indicando che  «Soprattutto a loro [“stranieri” e “musulmani”] dobbiamo rivolgere il messaggio di richiesta di una condanna di questi atti» – a sottintendere che i membri di questa comunità sarebbero per essenza più propensi a sostenere la violenza terroristica – e dichiarando: « Se non si può dire che tutti gli islamici sono terroristi, è evidente che tutti i terroristi sono islamici»[1]. Nella trevigiana Oderzo, mi ero preparato un giochetto da proporre ai numerosissimi studenti dell’istituto superiore ISISS Antonio Scarpa, e mi ero fatto installare sul palco del teatro Cristallo una lavagna su cui rielaborare attorno a tale affermazione forte. E avrei detto: «E se invece di “musulmani” avessimo messo “italiani”? Sarebbe diventata, associando il migliore degli stereotipi nei loro confronti: “Se non si può dire che tutti gli italiani sono corrotti, è evidente che tutti i corrotti sono italiani”». Oppure ancora: «Se non si può dire che tutti gli immigrati sono delinquenti, è evidente che tutti i delinquenti sono immigrati». Oppure ancora: «Non tutti i veneti sono razzisti, ma è evidente che tutti i razzisti sono veneti». Purtroppo, per mancanza di tempo, mi sono tenuto il giochetto per me.  D’altronde, non sarebbe stato indispensabile, visto che, dopo la circolare, si raccolsero tra gli studenti dell’istituto quasi cento firme di adesione a un appello contro la xenofobia nelle scuole. Non dev’essere facile essere contro il razzismo in una terra in cui le derive xenofobiche hanno fatto la fortuna di alcuni movimenti politici. Eppure, le e gli insegnanti dello Scarpa – come Anna Maso, Selene Zanetti o Alessandro Battel  – ci danno dentro e gli studenti ancor di più, utilizzando le assemblee autogestite per ri-fare cultura interrogandosi su ciò che li circonda. Così, mi sono trovato davanti a cinquecento giovani a parlare di Mediterraneo, insieme al giornalista ed ex-inviato speciale Mirko Bellis. «Qui vi trattiamo bene. Fuori sono botte sui denti. Sono il vostro Mentadent P»: questo stava scritto sulla maglietta donata al prof. Battel dai suoi studenti, per ricordargli il monito che sovente ascoltavano da lui.

Le botte sui denti, in realtà, cominciano da come vengono trattate le scuole. Se in Friuli, le scuole superiori danno un dizionario di greco in comodato ai loro studenti, che lo possono riscattare dopo cinque anni[2], in Veneto lo stesso dizionario gli studenti se lo devono acquistare al prezzo di ca. 100€. Sempre in Veneto, se sei un docente di una scuola superiore e offri una prestazione extrascolastica, conoscerai solo il tuo compenso alla fine dell’anno. A Amelia Battistoni, professoressa che incontro alla libreria Lovat di Villalba dove presenterò il mio libro in coda a quell’intensa giornata opitergina, ad esempio, 47 ore di archeologia sono state ricompensate con 143€! Sapendo che di schei no ghe n’è, che i fondi governativi sono sempre più risicati, gli istituti scolastici hanno cominciato a non sostituire gli insegnanti che si ammalavano, molti professori a lavorare gratis o quasi per ampliare l’offerta formativa, e le famiglie a contribuire volontariamente alla copertura dei costi di incontri come quello a cui ho partecipato, in Veneto come in altre realtà regionali. A mali estremi, estremi rimedi. La buona scuola, si diceva. A Udine, dei proclami governativi di bontà non si fidano, soprattutto dopo quanto è successo con le linee guida per la riforma del Terzo Settore. «Il governo aveva lanciato una consultazione pubblica sul riordino del settore. Più di settecento erano stati gli studi e le osservazioni prodotte dalla società civile italiana, ma tre giorni prima della scadenza del periodo di consultazione, il progetto di legge-delega era già pronto» spiega Franco Bagnarol, presidente del Mo.V.I.[3]. Franco è un cattolico espressione di quella Chiesa friulana di progresso sociale e di apertura al mondo che ha in Lettere friulane la sua voce.

Saranno le Suore Rosarie di Udine ad acccogliere, il giorno prima del mio passaggio per Oderzo, un seminario sulla crisi come opportunità nella loro grande sede di viale delle Ferriere, dove non restano che venti sorelle[4]. E l’interrogativo di inizio seminario è: come ti ha colpito la crisi? Alcune persone dal pubblico rispondono che escono meno la sera, altre che sono più ansiose; Stefano Carbone risponde invece che ha smesso di andare dall’osteopata per il suo mal di spalla. Stefano, uno psicologo che segue progetti collegati alle politiche giovanili e all’animazione di comunità, con diverse esperienze in quartieri popolari, dà una lettura esperienziale delle nostre reazioni alla crisi. Ricorda che in giapponese il termine crisi e il termine opportunità hanno lo stesso simbolo, esprimendo l’idea di un bivio, del passaggio decisivo. «Per questo è importante parlare di momento cruciale, esplicitare la potenza del momento cruciale, del limite, della scadenza, dell’ineluttabile, perché noi essere umani reagiamo sovente solo quando il limite è ormai palpabile e visibile» racconta Stefano «Forse è necessario pensare a cosa caratterizza il punto di non-ritorno, in politica come in diverse questioni. Dobbiamo lavorare su questo punto, riconoscerlo, e questo, per noi occidentali, è difficile, perché siamo troppo ben abituati e ci risulta difficile pensare a dover rinunciare a qualcosa».

La sala è silenziosa, ognuno fa i conti con se stesso e cerca di dare un nome al «momento cruciale» nel quale ha sentito la percossa del limite. «Dobbiamo saper distinguere tra ciò che è vincolo veramente ineludibile – come la morte, o la distruzione del Pianeta – e ciò che non lo è: la costruzione sociale deve essere necessariamente lotta di potere? Il benessere delle persone e delle comunità deve necessariamente coincidere con il salvataggio delle banche?». Alcuni in sala sorridono, lo faccio anch’io. Stefano parla in piedi, muovendosi come un bambino, arringando i presenti come se il «momento cruciale» fosse quello stesso istante: «L’organizzazione del mondo così com’è oggi non è necessaria, non è detto che il mondo debba per forza andare così come va adesso… E “il mercato”, la finanza, le borse, i derivati non stanno scritti sulle tavole dei dieci comandamenti!». Il pubblico assorbe, sembra quasi che ognuno prenda la cosa come un rimprovero personale.  Poco più tardi, una signora matura di età si alza e confessa in pubblico: «Abbiamo smesso di lottare, mi vergogno».

Il giorno dopo, i docenti dell’istituto Scarpa ci inviteranno a pranzare al Gellius, un ristorante costruito sui resti della Oderzo romana, Opitergium. Dalla taglia di alcune automobili in circolazione nella cittadina, non si ha l’impressione che vi sia crisi, quantomeno non per tutti. Eppure, il razzismo istituzionale nei confronti di chi, per cercare una vita migliore, arriva in queste terre è latente: siamo a pochi chilometri dal capoluogo di provincia dove l’ex-sindaco leghista Giancarlo Gentilini aveva ordinato la rimozione delle panchine davanti alla stazione per eliminare la presenza extracomunitaria. La guida che pranza con noi al Gellius ci spiega, però, che i Veneti pare siano arrivati dall’Asia Minore attorno al XII – X secolo a.C. Sono forse gli Enetoi di Omero, coloro che prestarono soccorso all’assediata città di Troia. La verità sta forse in una popolazione autoctona che si è mescolata con gruppi provenienti dal Mediterraneo orientale, e le domande che fanno gli studenti al teatro Cristallo riguardano soprattutto gli immigrati; sono curiosi di sapere di loro, del perché arrivino in Italia, quasi per chiudere il cerchio che disegna il corso della Storia. Per questi ragazzi, il razzismo è una brutta bestia, e il razzismo va di pari passo con il rifiuto della condivisione, con l’illusione che la felicità sia data dall’accesso al consumo; per questo, usano le assemblee autogestite per ragionare su questioni di attualità, per porsi degli interrogativi, per spiegare le paure ed i timori, per coltivare un senso dell’esistenza che vada oltre estetica e materia. Hanno una visione: quella di «riprendersi» la scuola per farne un ambiente di confronto e presa di coscienza.

Stefano Carbone aveva spiegato a Udine quanto sia importante passare dalla categoria del singolo a quella della relazione, quanto sia importante ricreare ambienti di vita fiduciari, sviluppare capitale sociale, e farlo nelle nostre reti, dove effettivamente viviamo.  «Il cambiamento è pensare a stili di vita differenti e modi diversi per rispondere ai propri desideri e bisogni, non pensando più solo al denaro come merce di scambio, ma guardando ad aree come i mercati redistributivi – dove una cosa che non serve viene spostata laddove serve – gli stili di vita collaborativi – che includono la condivisioni di risorse, soldi, capacità, tempo – o l’accesso ai servizi a noleggio – come auto, attrezzi, vestiti per bambini». Il vero «momento cruciale», quello dell’assunzione della situazione di crisi come opportunità di riscatto, mi verrebbe da pensare, è quando passeremo dalla categoria del singolo a quella della relazione.

Gli amici di Udine e Oderzo mi regalano entrambi un librone, il catalogo delle foto di Danilo De Marco, che riprende magistralmente i poveri della Terra, e una Divina Commedia illustrata dal disegnatore trevigiano Alberto Martini[5].  Nel catalogo di De Marco trovo un contributo di Claudio Magris, che in un passaggio dice: «Dietro le cose così come sono c’è anche una promessa, l’esigenza di come dovrebbero essere; c’è la potenzialità di un’altra realtà, che preme per venire alla luce, come la farfalla nella crisalide». È la potenzialità appunto della situazione di crisi come opportunità di riscatto. Quando attraversi le campagne da Udine verso Treviso, ti accorgi di arrivare in Veneto quando i campi cedono il posto ai capannoni: in auto con Giorgio Volpe, segretario del MoVI (è lui che guida), rifletto sul dato paesaggistico. Esso, questo tessuto rur-urbano che ha snaturato la campagna veneta, non è solo frutto dell’operosità imprenditoriale locale, ma anche della mancanza di pianificazione territoriale e di un certo campanilismo urbanistico, dove il singolo prevale sul sociale, la concorrenza sul bene comune[6]. Quella transizione paesaggistica che si fa sempre più marcata proseguendo ad Ovest del fiume Livenza è un poco la metafora  di quello che vogliamo o possiamo rappresentare, del dilemma tra avere e essere, dell’essere insieme o dell’avere divisi.

Vi è uno stupendo proverbio egiziano che dice: ≪L’ora della convivialità è insostituibile, Sāʿat al-Hazzh mā tataʿawwadhtsch≫. Qualcuno a piazza Tahrīr ha ben pensato di disegnare un graffito dove ha sostituito «convivialità»  con «coprifuoco», e il proverbio è diventato:  ≪ʿat al-Hazhr mā tataʿawwadhtsch. Il coprifuoco è irrimpiazzabile; sì, perché durante il coprifuoco la gente aveva riscoperto il gusto del vivere insieme, la solidarietà, il vicinato, e gli artisti lo spirito creativo. Per una terra, il Nordest, che ha dato all’emigrazione fin dall’Ottocento milioni di persone,  dove moltissimi sono i veneti e i friulani che non si identificano con le derive xenofobiche che pure ci sono e ci sono state, passare dalla categoria del singolo a quella della relazione è una sfida irrinunciabile. È la nostra cruna dell’ago, stretta, ma inevitabile.

Sulla strada tra Banja Luka e Tuzla, 3 marzo 2015

[1] Testo integrale su www.donazzan.it.

[2] In Friuli, la liquidità è maggiore in virtù dell’autonomia regionale e del suo statuto speciale.

[3] Movimento di Volontariato Italiano. La consultazione sul riordino del Terzo Settore venne attivata tra il il 13 maggio e il 13 giugno 2014 a partire dal documento Linee guida per una Riforma del Terzo Settore.

[4] Sessantuno in tutto sono le sorelle di questa famiglia ripartite tra Italia e Bolivia.

[5] Cfr. Danilo De Marco, Il sale della terra, CEVI – Grafiche Manzanesi, Udine, 1999; Dante Alighieri, La Divina Commedia illustrata da Alberto Martini, Mondadori Arte, Milano, 2012.

[6] In uno scambio epistolare successivo, gli insegnanti e I rappresentanti degli studenti dell’Istituto Scarpa mi hanno scritto: «Se avessimo avuto più tempo ci sarebbe piaciuto farti percorrere, il lunedì mattina verso le ore 8.30, la stessa strada che ci ha portato a Treviso: avresti visto parecchi di questi edifici industriali nella medesima condizione del giorno festivo precedente. Strutture ordinate, pulite, con lo spazio antistante l’ingresso lindo e pinto, ma avresti certamente notato che il parcheggio delle auto è vuoto o quasi, e i pochi mezzi presenti sono quelli dei proprietari che si recano nella “loro” fabbrica come si va in cimitero a portare i fiori a un caro che non c’è più».

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