Macerata-BrunoL’Italia che incontro attorno alle presentazioni di «Riscatto mediterraneo».

Paolo Sospiro, amico italo-eritreo, mi ha riportato nelle Marche. Ad Ancona, vive ad un lancio di frisbee dall’ingresso principale della stazione ferroviaria e suole uscire di casa per prendere il treno come si prende l’autobus sottocasa. Sua moglie Gabri ci ha preparato injera, focaccia rotonda di pane dalla consistenza spugnosa e dal sapore acidulo, su cui si servono verdure, carne e salsa piccante che si mangiano insieme, semplicemente con le mani, da un vassoio unico posto al centro della tavola. Paolo fa tante cose: è economista e si occupa di come riconvertire energeticamente il settore edilizio per conto di alcune organizzazioni di consumatori, con Circolo culturale Africa tiene una radio e costruisce progetti interculturali, e insegna «Economia dei processi di globalizzazione» all’università di Macerata, l’istituzione che ci ospiterà per parlare di Mediterraneo. Quel pomeriggio, tra un numero ridotto di studenti, incontrerò altre persone di grande valore, come se il piccolo è bello marchigiano fosse sinonimo di «pochi, ma buoni».

Michela Mercuri è di San Benedetto del Tronto e insegna «Storia contemporanea del Mediterraneo» a Macerata e Milano. Non ho avuto il coraggio di chiederle perché un giorno avesse deciso di andare a fare l’università a Beirut. Una scelta controcorrente, ma che le ha valso la carriera universitaria, fosse solo per diventare professore a contratto.  Innamorata della figura di Samīr Qasīr, attivista e giornalista libanese assassinato nel 2005, ricorda con malinconia le ragioni dell’infelicità araba di cui parlava Samīr, quell’idea di futuro quale strada già costruita, quel senso di impotenza ad agire. Samīr non ha avuto l’opportunità di vedere il 2011, a causa probabilmente della mano sanguinaria del regime siriano, quel 2011 in cui la barriera della paura venne superata da milioni di persone per scoprire che la felicità è un atto politico.

Matteo Petracci, che si occupa di edilizia con la Confederazione Nazionale dell’Artigianato, nella vita ha fatto l’operaio, il barista, l’attacchino, il cameriere, il facchino, il manovale agricolo , il vicesindaco, il portiere d’albergo e il ricercatore; molti trovano sorprendente che uno faccia un lavoro manuale o tecnico, e nei momenti liberi scriva e produca cultura; il nostro sistema non lo prevede. Eppure Franz Kafka era impiegato di un istituto assicurativo, e Matteo ha già scritto il suo secondo libro – I matti del duce (ed. Donzelli), sull’uso dell’internamento psichiatrico come strumento di repressione politica durante il Fascismo… Non è tutto. Ha scoperto i resti di un partigiano africano, dopo aver fatto numerose ricerche sulla sua curiosa storia.

Carlo Abbamagal, questo il nome del partigiano, militava nella brigata «Mario», una brigata internazionale che includeva inglesi, francesi, polacchi, russi e africani. Come furono catapultati in Italia, i nostri partigiani neri? Erano arrivati a Napoli come figuranti della Triennale delle Terre Italiane d’Oltremare nel 1940, ma chiusa l’esposizione per l’entrata in guerra dell’Italia, si pose il problema di dove mettere questi figuranti neri. Vennero trasferiti a Macerata, e da lì due di loro, etiopi, si diedero alla macchia, per ritornare poi come combattenti contro il regime mussoliniano e liberare altri africani rinchiusi nella base di Villa Spada, che avrebbero, anch’essi, raggiunto le bande partigiane[1]. Un’altra di queste bande, la «Nicolò», trovò rifugio nei pressi del monastero dei Fraticelli Clareni, nella gola del Fiastrone. L’ordine dei Clareni, fondato dal francescano Angelo Clareno all’inizio del XIV sec., predicava la povertà assoluta e contestava la legittimità dell’autorità papale. Scomunicato da Papa Giovanni XXII, per sfuggire all’Inquisizione dovette cercar rifugio tra le montagne. Sui monti Sibilllini trovarono protezione anche i suoi fratelli due secoli più tardi, e quello stesso fu rifugio di molti evasi dai campi di prigionia e renitenti alla leva durante il Fascismo, oltre a diventare il luogo di ritirata di quegli angeli della Libertà della banda «Nicolò». Tutto incredibile, qui a Macerata. Stranieri, neri e antifascisti: che orrore, direbbero i benpensanti nell’era di Triton.

Il paesaggio marchigiano è dolce, ma il cemento ha aggredito il territorio anche qui. «Se potessero, cementificherebbero anche l’Adriatico» assicura Matteo. E Paolo Sospiro: «Con Assolombarda cerco di dimostrare con dati alla mano che l’eldorado del costruire sempre e ovunque è finito, e che il futuro sta nel recupero di quanto è stato già edificato o asfaltato. È innanzitutto una sfida culturale, bisogna cambiare la testa di imprenditori e amministratori». Nel frattempo, due settimane prima, la nuova Statale 77 a quattro corsie ha raggiunto il magico altipiano di Colfiorito, luogo di una importante battaglia tra i Cartaginesi e i Romani avvenuta nel 217 a.C., ma per i nostri amministratori e politici l’eredità storica e la bellezza contano meno dell’aver fatto risparmiare a un automobilista 18 minuti tra Civitanova Marche e Foligno e mezz’ora tra Civitanova Marche e Roma. A un amico che difendeva il progetto, Matteo ha detto: «Se quella mezz’ora che guadagni nella tua vita non la utilizzi per fare qualcosa di utile e giusto, allora mi incazzo». Guadagnare tempo per cosa? Per farci sorprendere dalla noia?

Giulia Messere anima invece l’Arci locale e ha il cuore nel Mediterraneo; il suo profilo facebook è intitolato in italiano e arabo, e si dedica a promuovere attività con e per gli immigrati. Figlia di ex-emigranti in Germania, rappresenta in qualche modo l’immagine dei tanti laureati italiani  che si preoccupano di questioni non «primariamente» economiche (come l’integrazione, appunto) e sono costretti a fare lavori di second’ordine (aiuto-cuoco in un ristorante, nel suo caso) per trovare i mezzi e i modi per sviluppare i propri interessi. Giulia è anche figlia della tradizione di ospitalità locale, il patrono della città essendo san Giuliano l’Ospitaliere, un mercante fiammingo dalla triste storia.

Durante una battuta di caccia, un cervo gli andò incontro dicendo: «Come osi inseguirmi tu che ucciderai il padre e la madre?». Giuliano, atterrito dalla profezia e per evitare che si avverasse, decise di allontanarsi dal suo paese senza avvertire i suoi genitori. Dopo un lungo peregrinare, entrò al servizio di un principe che aveva intuito di avere a che fare con un uomo di valore. Si comportò così bene in pace e in guerra da diventare presto capo della milizia e da sposare una nobile che aveva in dote un castello. I suoi genitori nel frattempo, disperati per la inspiegabile scomparsa, si misero alla sua ricerca, finchè un giorno arrivarono per caso nel castello abitato dal figlio. Ricevuti dalla sposa perché il marito era in viaggio, la donna li ospitò affettuosamente, cedendo la camera da letto e andando a dormire altrove. All’aurora, mentre la moglie di Giuliano era in chiesa, il marito rientra dal viaggio, si reca nella camera da letto per svegliare la moglie, ma vi trova due persone che dormono nel letto matrimoniale. Credendo che siano la moglie e un amante, li uccide in un impeto d’ira. Dopo la tragedia, decide di cambiare vita e di migrare per l’Europa accompagnato dalla moglie in cerca dei bisognosi, dei poveri e dei malati. Nel duomo di Macerata, si conserva la reliquia del santo braccio di San Giuliano l’Ospitaliere che, secondo la tradizione, morì nei dintorni della cittadina, sulle rive del fiume Potenza. Quel braccio consumato dai secoli sembra essere ancora lì per ammonire i maceratesi di fronte alla tentazione dell’avidità e dell’egoismo. E il CNEL ha riconosciuto questa loro umana vigilanza, attribuendo alla città il primato italiano in fatto di potenzialità di integrazione degli immigrati[2].

A Macerata vi è anche un altro segno ammonitore delle lezioni del passato: è la lapide dedicata a Giordano Bruno, in piazza della Libertà:

La cieca immobilità del Papato, contro cui ragionando

insorgesti

o frate Giordano Bruno

te ancora paventa

dopo tre secoli che ti bruciò sul rogo

ma l’Italia

da te antico riscossa alla nova libertà del pensiero

centuplica per le sue terre

il degno monumento che

indarno conteso

ti starà in Campo di Fiori

studenti e cittadinanza posero

1 luglio 1888

recita la lapide, che Macerata come numerose altre città antipapaline della regione posero nel XIX secolo. Giordano Bruno era una sorta di Che Guevara dell’epoca, un’icona della resistenza all’oscurantismo. Anche se lo hanno arso vivo nel cuore di Roma, la sua presenza leggera alimenta ancora un certo spirito di resistenza, che qui tra le lande marchigiane è tranquillo, ma inestirpabile. «Forse tremate più voi nel pronunciare contro di me questa sentenza che io nell’ascoltarla» avrebbe detto frate Bruno ai suoi giudici.

Mi vengono in mente i tanti Sputasentenze di questo nostro Paese che vomitano editti nei confronti dei lavoratori, degli immigrati, dei musulmani o degli attivisti mossi da idee universali, e non da calcoli particolari. Mi piacerebbe far dei nomi, ma non importa. Quel che mi importerebbe sarebbe invece sapere se quei Sputasentenze provano ancora vergogna per quello che dichiarano. Non ho la risposta. Di certo, qui a Macerata, non la passerebbero facilmente liscia. Il piccolo è bello marchigiano è sinonimo di «pochi, ma buoni e non scemi».

 

Sul treno da Parma a Firenze

[1] Di questa bella storia, ne verrà fatto un laboratorio con Wu Ming 2: http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=20110

[2] Cfr. «Macerata prima in Italia per l’integrazione», in Cronache maceratesi, 18 luglio 2013, e Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, Indici di integrazione degli immigrati in Italia. IX Rapporto, Roma, luglio 2013.

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