Stessa barca MilanoL’Italia che incontro attorno alle presentazioni di «Riscatto mediterraneo».

Sono dovuto ricorrere a liquida.it per trovare certe dichiarazioni di fine d’anno sui profughi. Non sopporto l’ossessiva presenza di questa rete informativa sugli schermi dislocati nelle stazioni ferroviarie, che ti bombardano in tempo reale con frasi dette da qualcuno di (presumibilmente) importante. Sogno stazioni ferroviarie e aeroporti silenziosi, senza Breaking News e bollettini sull’andamento del Nasdaq. Non è per domani, purtroppo. Ritorniamo alle dichiarazioni che ho ritrovato su liquida.it: «In Veneto abbiamo esaurito le possibilità di accoglienza attraverso il mondo del volontariato laico e religioso e stante la mancanza di disponibilità di enti locali e albergatori» (prefetto di Venezia, 29 dicembre 2014); «La si smetta dunque con questo buonismo d’accatto, si chiudano le operazione Mare Nostrum/Triton, il personale venga reimpiegato per riportare sicurezza nelle nostre città e nei nostri paesi, i milioni di euro di costo vengano più proficuamente utilizzati per aiutare questa povera gente disperata a casa sua attraverso accordi di cooperazione internazionale» (presidente Regione Veneto, 28 dicembre 2014)[1].

In Libano, paese con una superficie pari a 10.452 kmq, vi sono 1.158.995 rifugiati siriani[2].  Al Veneto, erano stati assegnati prima della fine di dicembre u.s. circa 3.700 rifugiati; secondo il presidente della Regione, ne sono arrivati in realtà 6.000, a cui se ne devono aggiungere 2.000 assegnati a fine 2014; il Veneto ha una superficie di 18.264 kmq, quasi il doppio di quella del Libano. Fatte le dovute proporzioni, il Veneto dovrebbe accogliere 2.033.324 profughi per eguagliare lo sforzo di ospitalità che sta facendo la nazione dei cedri! Quindi, signori miei, politici miei, state calmi e non fate del vittimismo se dovete accogliere poche migliaia di rifugiati. Non è il Veneto forse  la regione italiana che vanta il maggior numero di emigranti, espressi tra il 1876 e il 1976, pari a circa tre milioni e trecentomila? Ancora oggi, i cittadini veneti residenti all’estero sono almeno 260.000[3]!

Le polemiche di fine d’anno erano state riscaldate dai risultati dell’operazione europea di pattugliamento delle coste italiane chiamata Triton, subentrata il 1º novembre u.s. all’operazione italiana Mare Nostrum. Triton è un’operazione di polizia varata per contrastare i flussi illegali e dunque i mezzi messi a disposizione possono partecipare all’attività di soccorso soltanto in casi di massima emergenza.  Chiudere Mare Nostrum significa dunque spostare l’asse dell’intervento dal soccorso alla difesa delle frontiere marittime; con Mare Nostrum si conducevano operazioni di ricerca e soccorso oltre le 30 miglia marittime; con Triton si pattugliano le coste entro le 30 miglia marittime. Così, sono aumentati i morti in mare. A fine settembre 2014, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni stimava a 3.072 la cifra dei morti nel Mediterraneo dall’inizio dell’anno[4], mentre ai primi di dicembre l’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati stimava a 3.419 i morti nel Mediterraneo nello stesso anno, con una ripresa importante dei decessi proprio nelle ultime settimane[5]. «”Non si può fare ricorso a misure deterrenti per fermare una persona che è in fuga per salvarsi la vita, senza che questo comporti un ulteriore incremento dei pericoli in cui incorre. Vanno affrontate le reali ragioni che stanno alla base di questi flussi, e ciò significa guardare al motivo per cui le persone fuggono, ciò che impedisce loro di cercare asilo con mezzi più sicuri, e che cosa si può fare per reprimere le reti criminali che prosperano in questo modo, proteggendo al tempo stesso le loro vittime» ha dichiarato all’uscita dei dati l’Alto Commissario per i Rifugiati António Guterres.

La verità è che i morti in mare sono invisibili, e non interessano nessuno. Il 18 dicembre u.s., per la giornata Global Migrants Action Day, stavo a Milano, ospite della rete Nella stessa barca Milano e della cooperativa Accesso, che ha ospitato l’iniziativa. Nella stessa barca è una rete di soggetti unica in Italia, che incrocia tematiche come razzismo, cittadinanza, lavoro, diritto d’asilo, memoria e identità. In collegamento Skype, abbiamo ascoltato le testimonianze di due genitori che hanno perso figli o nipoti tentando di raggiungere le coste italiane, di cui non hanno più avuto notizia. Parliamo di ʿImēd Soltānī, che ha fondato l’associazione tunisina dei genitori dei dispersi in mare (si stimano in 1.800 i dispersi tunisini) e Kāmel Belʿabed, che ha fondato un’associazione simile in Algeria che raccoglie quattrocento famiglie. Vogliono la verità, vogliono sapere se i loro cari sono morti e come sono morti.

«Una persona scomparsa è una tragedia non solo per i suoi genitori, ma almeno per una cinquantina di persone, per cui il fenomeno delle scomparse in mare interessa molte persone» dichiara Kāmel «e nessuno si occupa di noi perché le nostre vite non sono quotate in borsa». Il caso algerino è particularmente complesso, perché secondo Kāmel molti dispersi algerini sopravvissuti in mare hanno subito dei veri e propri rapimenti organizzati dallo Stato tunisino di Ben ʿAlī con la complicità di Frontex, prima che arrivasse la rivoluzione; questi giovani sarebbero ancora tenuti in prigioni segrete tunisine dopo essere stati ripescati, con l’accusa di essere potenziali terroristi. ʿImēd, invece, ha due nipoti risultati dispersi nel marzo del 2011, che ha riconosciuto in alcuni filmati fatti da dei sopravvissuti con i loro telefonini.  Convinto che i due nipoti avessero raggiunto le coste italiane, si è recato per ben due volte in Italia per indagare, ma non ha mai ricevuto risposta dalle autorità italiane. Ha inoltre fatto causa contro il governo tunisino per non aver sufficientemente difeso i propri concittadini. Un primo risultato, l’associazione di ʿImēd l’ha ottenuto con la costituzione di una commissione d’inchiesta tra cinque ministeri, ed aspetta ora che, passate le elezioni parlamentari e presidenziali, la commissione possa finalmente riunirsi per la prima volta.

Quindi, chi attraversa il mare, o rischia di morirvi e di lasciare le proprie famiglie senza giustizia, né verità, o rischia di incorrere in crescenti rigurgiti di xenofobia e disprezzo sul territorio italiano.

Vi sono anche i casi fortunati. L’egiziano ʿAbdelazīz  è sopravvissuto a tre tentativi di attraversamento per poi incontrare l’amore e sposarsi con Lucia, una ragazza di Pavia che abita a Milano. Il primo viaggio lo fece nel 2004, ma dopo due settimane in Libia tra percosse e contrattazioni non riuscì a trovare un’imbarcazione e tornò in Egitto; il secondo viaggio lo fece nel 2005, passando tre mesi in Libia, nascosto in un’azienda agricola, dove mangiava pane e sabbia con gli animali e beveva acqua di fosso, per essere poi imbarcato e, arrivato a Lampedusa, rimpatriato dopo quattro giorni. La terza volta fu quella buona: decise di partire perché ormai dopo due tentativi la sua famiglia si era indebitata, e il peso sulla coscienza di ʿAbdelazīz era diventato insostenibile. Ripartì, ma rischiò di lasciare le penne davanti alla spiaggia agrigentina, dopo 40 ore in mare. Non sapeva nuotare, si buttò in acqua e si salvò solo grazie a un pescatore. In fondo, non se la cavarono male: sull’imbarcazione stavano in seicento, e solo in quindici perirono durante lo sbarco. Senza il becco di un quattrino, arrivò a Milano grazie alla solidarietà dei siciliani.

Prendersela con gli immigrati ripaga i raccoglitori di consenso in un paese come il nostro consumato dalla corruzione politica e finanziaria e dalla mancanza di opportunità professionali per i giovani. Non dimentichiamo, però, i numeri: all’agosto del 2014, solo 25.026 domande di asilo erano state presentate nel corso dell’anno in Italia. La Germania ne aveva ricevute 97.093 e la Svezia 50.175, con una prevalenza delle nazionalità siriana ed eritrea[6]. Nel 2013, quasi centomila italiani hanno lasciato il proprio Paese per cercarne un altro che offrisse loro migliori opportunità e valorizzasse voglia di fare e talenti che portavano con sè[7]; siriani e eritrei, non hanno fatto di meno.

A Milano, una delle città italiane che ancora promettono lavoro, i militanti della rete Nella stessa barca Milano ce la mettono tutta per sensibilizzare i propri concittadini su quanto succede al largo dei mari italiani. il 13 dicembre u.s., volevano organizzare un’azione flash-mob in corso Buenos Aires, senza avvertire le forze dell’Ordine. I suoi militanti avevano indossato dei grandi ritratti di alcuni dispersi in mare ed avevano creato un’onda di tela legati l’uno con l’altro, ma si trovarono di fronte a degli agenti della polizia. Dovettero allora spiegare che intenzioni avessero e che quella non era una vera e propria manifestazione. Dopo le prime minacce di schedatura, convinsero gli agenti a lasciarli sfilare scortati dagli stessi. Così, quella che doveva essere una velocissima azione si prolungò molto più del previsto raggiungendo un numero maggiore di persone. Con la complicità degli agenti! Le cose possono andare diversamente da quanto pianificato, succede nella vita, e – visto alla rovescia – mostrare il mondo da un’altra angolatura. Una cosa simile è successa anche a Kāmel Belʿabed, quando si è recato per la prima volta a Lampedusa, in occasione dell’anniversario del naufragio del 3 ottobre 2013. Accompagnato dal documentarista algerino Lemnāouer Ahmīne, che attualmente vive a Milano, ha visitato il cimitero delle imbarcazioni dei migranti ed ha scoperto che queste portavano tutti nomi di persona o di città arabe, come Hassān, ʿAbdallah o Orano, esclamando davanti alla cinepresa: «Pas de barques qui s’appellent Tour Eiffel ou Naples…» . O Silvio, o Matteo, o Venezia, o Genova, o Milano, mi è venuto di pensare. Non cadiamo nella presunzione di credere che la storia vada sempre nella stessa direzione, non perdiamo la memoria. I loro dispersi in mare sono là per ricordarci i nostri, passati e futuri.

Un mese dopo, post-Charlie Hebdo.

[1] Notare nelle parole del rappresentante istituzionale l’uso improprio dell’aggettivo possessivo suo invece di loro.

[2] Fonte: UNCHR, al 31 dicembre 2014.

[3] Fonte: Museo nazionale emigrazione italiana, 2008.

[4] Fonte: OIM, 29 settembre 2014.

[5] Fonte: UNCHR, 10 dicembre 2014.

[6] Cfr. Amnesty International, Lives adrift. Refugees and migrants in peril in the central Mediterranean, settembre 2014. Molti dei richiedenti asilo erano sbarcati in Italia ed avevavo raggiunto illegalmente gli altri paesi europei in cui avevano legami famigliari, ed in questi hanno fatto domanda di asilo.

[7] Cfr. Fondazione Migrantes, Rapporto Italiani nel mondo, 2014.

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