OLYMPUS DIGITAL CAMERALa strada da Brčko a Tuzla è un’imprevedibile biscia di campagna, è inutile sperare di essere presto arrivati. La mattina aveva ripreso a nevicare, ma Miralem era più preoccupato del freddo nella cabina che delle condizioni della strada: ≪Tanto, con neve o senza neve, la strada è quella che è. Cosa pretendi da un Paese dove vi sono cento e novanta partiti?≫. I villaggi paiono confondersi l’uno nell’altro, una casetta segue l’altra, ma sono i cartelli della campagna per le ultime elezioni amministrative del 7 ottobre 2012 che chiudono i pochi coni visivi vuoti sul ciglio stradale. Benvenuti in Bosnia-Herzegovina, il paese dei mille governi. Quattro livelli governativi per una popolazione di circa quattro milioni di cittadini: lo Stato federale, con un enorme e costoso apparato, governo e parlamento della Republika srpska e della Federazione della Bosnia-Herzegovina, dieci cantoni e un distretto, quasi centoquaranta governi locali e quattro città. ≪E nonostante questo, un Paese con la popolazione disoccupata: più di un milione, secondo dati non ufficiali, su una popolazione attiva di 3,5 milioni≫ spiega il mio autista mentre imbocca l’ennesima curva. E con essi, trecentocinquantamila impiegati nell’amministrazione pubblica.

≪Il 65% del bilancio statale va a istituzioni governative e partiti politici, e solo il 35% a imprese, industrie, scuole o ospedali. Questo è il maggior problema di questo Paese! Un’enorme macchina amministrativa, una delle piu grandi al mondo, e niente lasciato alla vita in comune≫. Miralem Tursinović di mestiere fa lo scopritore di talenti. Con la sua associazione Omladinski Resursni Centar, Centro risorse per i giovani, investe nella gioventù bosniaca, usando tutte le opportunità e coinvolgendo persone di esperienza per formarli: per una mezza giornata, ho avuto il privilegio di essere una di loro. Condivide l’ufficio con altre organizzazioni di Tuzla, e le pareti sono tappezzate di manifesti e cartelli di campagne. Sopra la carta geografica della Bosnia sta una sciarpa del Napoli con il nome di Quagliarella, che allora giocava nella squadra partenopea. I locali sono riscaldati con il calore residuale della centrale termoelettrica, ma la temperatura si approssima a quella di una sauna, e per non sudare troppo, spalancano la finestra, anche se l’inverno è appena cominciato: una metafora delle contraddizioni di questo Paese. Per sopravvivere a queste, Tuzla, città di lavoratori, ha sempre avuto movimenti rivendicativi, come Sarajevo; ma nelle altre città, dopo sedici anni dalla fine della guerra, la gente è stanca. Quando Miralem iniziò a lavorare con i giovani, questi erano ancora traumatizzati, ma avevano molte speranze. ≪Ora ho a che fare con persone che hanno meno traumi, ma non hanno speranze≫ aggiunge.

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Anche la nostra visita al centro commerciale Mercator sarà una buona lezione di aggiustamento strutturale. Lo shopping center è gigantesco per il livello di sviluppo della città: undicimila metri quadri, un ipermercato che offre venticinquemila prodotti, una trentina di altri negozi. Quando la società slovena inaugurò il centro nel marzo del 2010, annunciò 230 nuovi impieghi, ma Miralem mette il dito nella piaga: ≪Ottennero il terreno per nulla, in cambio dell’impiego di personale locale e della vendita di prodotti bosniaci per il 50% dell’offerta. Ma l’accordo non specificava che vi dovessero essere prodotti bosniaci in tutti gli scaffali, per cui, per raggiungere il quorum, misero in vendita patate bosniache in grande quantità≫. Ovvero, prodotti bosniaci di bassa qualità, prodotti stranieri di alta qualità. E l’accordo è rispettato. ≪Ora abbiamo television giapponesi e coreane, e mele greche, anche se nelle nostre campagne le mele non mancano≫. Come funziona? Sono un produttore italiano; vado a trovare il ministro bosniaco dell’agricoltura, gli spiego che voglio importare delle mele; conversiamo, mi permetto di interrogarlo sulle necessità della sua famiglia, e in segno di gratitudine per la sua amabilità, regalo un’automobile al figlio; così importo le mie mele di seconda qualità e raggiungo i grandi supermercati, mentre quelle bosniache stanno sull’ultimo scaffale, dove a malapena passano le casalinghe giudiziose. Facciamo la prova: entriamo nell’ipermercato per comprare del vino, e per trovare del Blatina o del Žilavka dobbiamo destreggiarci tra bottiglie australiane, cilene, italiane, spagnole e sudafricane. Tiro un sospiro di sollievo quando il mio vino preferito, Amarone della Valpolicella, non sta in quella maledetta banda di vini internazionali.

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Lo stile di vita mediterraneo potrebbe essere parte della soluzione ai problemi del Paese – il senso di solidarietà è ancora forte qui – ma il modello da competizione europeo resta purtroppo il cavallo da inseguire. Eppure, vi è qualcosa che li rende un poco “terroni”. Quando Miralem Tursinović si recò a Parigi per la prima volta, notò che ognuno badava a se stesso, leggeva libri, mentre egli era stato educato a mettersi in relazione con i vicini. A Parigi, stava a casa di Jérôme, in un quartiere con molti immigrati magrebini. Un giorno, lasciò l’appartamento per andare a mangiare in un ristorante turco, dove un uomo grosso si sedette vicino a lui. Quando il grosso seppe che era un bosniaco musulmano, gli disse di fare attenzione al quartiere, offrì la sua assistenza, gli diede il suo numero, dicendo che poteva chiamarlo quando voleva, e rivelò che si chiamava Hassān.

Poi pagò il conto di Miralem senza dirgli niente. Quando Miralem incontrò Jérôme la sera e gli disse che aveva incontrato Hassān, Jérôme saltò sulla sedia e impallidì. ≪Quello con una catena al collo? Ma è un criminale, spaccia droga e gestisce la pornografia… Cos’hai fatto mai? Non dovevi parlargli. Non importa che sia stato gentile. Ti ha seguito? Ridammi la chiave di casa!≫ si allarmò Jérôme. ≪Quell’Hassān fu gentile, si interessò della Bosnia e alla mia storia. Era forse un mezzo-criminale, ma con lui avevo scoperto l’umanità del quartiere, mentre molti in Europa non ci riescono≫ mi commenta Miralem. Saranno anni difficili questi in Bosnia, ma gente come Miralem, Dragan, Bosko o Mirjana sopravviverà, perché ha un grande senso dell’umore e si può permettere di ridere delle proprie contraddizioni. Anche se la Bosnia possiede un forte spirito di attaccamento, anche se è uscita da una guerra fratricida, le sue aspirazioni di libertà e giustizia non sono morte, né la curiosità della sua gente, che manifesta interesse per la cultura e lo stile di vita dei vicini. Prima o poi, anche i suoi giovani sentiranno il richiamo del cambio. Molti di loro sperano che arrivi presto, e che i duecento partiti e i “vitali interessi nazionali” vengano denudati. Sarà un banco di prova anche per molti altri paesi.

(capitolo: I bosniaci non perdono mai l’umore – ebook)

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