orsoL’Italia che incontro attorno alle presentazioni di «Riscatto mediterraneo».

Arrivo in val Rendena nell’ambito del progetto «Guerra e pace» promosso dal Piano Giovani val Rendena – Busa di Tione. È ormai buio pesto quando Maura Gasperi, coordinatrice del Piano Giovani, ed io raggiungiamo la valle in auto, provenienti da Trento. Ci raggiungerà a Spiazzo di val Rendena anche Micaela Bertoldi, di Pace per Gerusalemme, proveniente da Rovereto. Con le gallerie costruite negli ultimi anni, bucare le montagne del Trentino seduti al volante è un gioco da ragazzi. Niente in confronto a  quei lunghi viaggi che facevamo da adolescenti per raggiungere i campi estivi della parrocchia, o quando bambini si partiva in famiglia tutti stretti stretti in una Fiat 124. La val Rendena è una delle più belle valli alpine e custodisce molti ricordi personali, divisi tra la catena delle dolomiti di Brenta, sul versante orientale, e il gruppo Adamello-Presanella, sul versante occidentale.

Anche per Maura, è una sfida l’organizzazione di un dibattito pubblico su pace, Medio Oriente e Mediterraneo sotto cime che superano i tremila metri. Eppure, nella sala-conferenze dei Vigili del Fuoco di Spiazzo ci saranno almeno trentacinque persone. Questo sarà il primo incontro pubblico del genere che Maura porta nella valle, a chiusura di un percorso educativo-formativo che ha coinvolto un gruppo di ragazzi delle scuole della valle sui conflitti del passato e del presente, tra cui in particolare quello tra Israele e il popolo palestinese. Parlare di guerra e pace oggi su queste montagne non è un capriccio, né una velleità. Scendendo dalla val Borzago, poco prima di raggiungere l’abitato di Spiazzo, incontrerete un’edicola con mosaico in onore delle «portatrici di assi», le donne assoldate dall’esercito austro-ungarico durante la Prima Guerra Mondiale per trasportare sul fronte dell’Adamello il materiale per la costruzione di baracche militari o le vettovaglie. Le donne venivano reclutate per tre corone al giorno e due pagnotte a fine settimana, e dovevano compiere il tragitto verso il ghiacciaio, che durava due o tre ore, più volte al giorno, con qualsiasi condizione di tempo. Quell’edicola è un inno silenzioso all’umiltà e alla sofferenza delle donne in tempo di guerra, e la sua vista mi ha riportato alle testimonianze che avevo raccolto tra le donne libiche e siriane che hanno vissuto in prima linea le rivoluzioni del 2011 e i suoi momenti peggiori, come l’assedio di Misurata o i bombardamenti aerei su Aleppo. Mi ricordo in particolare di Zaynab Muhammad Mānīta. Quando la incontrai a Misurata la prima volta, mi raccontò, in margine a una riunione tenuta in un edificio sotto il monumento alla liberazione dai coloni italiani: «Durante i primi tre mesi, i bombardamenti erano così intensi che a noi donne era vietato uscire di casa. Vivevamo in spirito di solidarietà e ci dividevamo i beni alimentari di prima necessità disponibili, come la farina o le scatolette. In ogni casa, c’erano sei o sette famiglie che si spartivano una razione comune. Mancavano olive, formaggio, latte e generi simili. I beni arrivavano dal mare, perché le forze lealiste bombardavano i distretti commerciali per ridurre alla fame la gente e costringerla ad arrendersi».

La storia della «Guerra bianca», quella del 1915-18, è una di quelle che vale per sempre, ed ha attraversato il Mediterraneo arrivando quest’anno perfino al Cairo, con una mostra presso i locali dell’Istituto italiano di cultura[1]. Di quella guerra, la val Rendena porta ferite e ricordi. Matteo Motter, giovane presidente della SAT (Società alpina tridentina) Caré Alto di Vigo Rendena, ha fatto di questa memoria il suo modo di fare conoscere la montagna alle nuove generazioni. Così, organizza escursioni e campeggi per fare conoscere i luoghi della guerra e le condizioni di vita dei giovani di quell’epoca, e a questa pagina di storia aggiunge quella della più recente delle guerre che interessano queste montagne, quella contro il surriscaldamento climatico che scioglie i ghiacciai. Uno dei percorsi che Matteo ama di più è quello che porta al rifugio Garibaldi, che fu sede del comando italiano del gruppo dell’Adamello. Da lì, gli italiani contesero agli austriaci le creste del Corno di Cavento. Nel 2008, con l’arretramento del ghiacciaio, facilitato dalle caldissime estati del 2003 e 2004, venne riaperta la tanto contesa galleria del Corno di Cavento, dopo esser rimasta per decenni sotto il ghiaccio, quota 3.380. Dovettero portare dalla valle tre convettori di aria calda per potervi accedere, e vi trovarono tutto come allora, con i giacigli, la paglia, le razioni alimentari, la stufa di ghisa, gli elmetti, gli zaini, le lanterne, i documenti e molte altre cose. Quasi un secolo era passato senza che nulla cambiasse di posto grazie al ghiaccio. Ora il ghiaccio si scioglie e ci riporta alla luce testimonianze delle disfide del passato lungo le frontiere nazionali, per dirci che la battaglia per la sopravvivenza del pianeta Terra conta più di quella per i confini statali.

Avevo iniziato questa rubrica Inside Italy dieci mesi fa, parlando dei lupi della Sila. Qui in val Rendena, è invece inevitabile parlare di orsi, che dividono e fanno parlare di sé perché gli insediamenti e le infrastrutture si sono arrampicati negli anni per le pendici montuose. E parlare di orsi significa parlare di modello di sviluppo.

«Un’amica, uscendo dalla porta di casa per andare in giardino, in val Rendena, si è trovata davanti un orso che passeggiava in strada. Non è certo un incontro piacevole, la popolazione di orsi deve essere controllata!» riferisce Maura. «Ci siamo disabituati all’orso. Dobbiamo ridurre le occasioni di incontro tra uomo e animale, addestrare i cani-pastore, e indennizzare agricoltori e allevatori, invece di abbattere gli orsi» sostiene Matteo. La presenza dell’orso è una grande risorsa ed un fattore di attrazione, e con gli orsi, che si dice siano già un’ottantina grazie ai ripopolamenti passati e agli spostamenti di questo plantigrado da altre regioni, si sono aggiunti i cervi provenienti dallo Stelvio, le linci dall’Engandina e i lupi dai Lessini. Sono, insieme agli immigrati, i nuovi ospiti con cui questa generosa terra sta imparando a convivere. Nei piccoli comuni della bassa val Rendena, la percentuale dei residenti stranieri raggiunge un’incidenza percentuale doppia rispetto alla media provinciale, attestandosi intorno al 16 – 17% della popolazione. Qui, l’immigrazione straniera, di origine eterogenea ma in prevalenza dai paesi dell’ex – Jugoslavia e dall’Albania, e in gran parte costituita da famiglie con figli, viene a giocare un ruolo fondamentale nel garantire la sostenibilità economica e sociale della valle inserendosi in tutti i principali settori produttivi dell’economia locale quali il turismo, l’edilizia e l’allevamento, e assicurando la sopravvivenza della comunità locale attraverso il lavoro di cura, oltre che attraverso il riequilibrio demografico[2].

«Ma come può mai un lupo o un altro grosso animale attraversare la val d’Adige, dove c’è un fiume, un’autostrada, una strada statale e una ferrovia di alta capacità? È impossibile!» ribatto io. «Anche se la continuità territoriale è ormai al tracollo a causa di urbanizzazione e infrastrutture, non sottovalutare le capacità di percorrere grandi distanze che hanno questi animali!» ricorda Matteo. Avremmo potuto parlare di sub-sahariani o curdi: in termini di ordine di grandezza delle distanze percorse e di discontinuità territoriale, fatte le dovute distinzioni, non sarebbe cambiato granché. Matteo ce l’ha con il parco Adamello – Brenta, incapace di resistere alle pressioni dell’industria dello sci e del mattone. Ultimo caso, quello dei nuovi impianti sciistici di Serodoli. Nonostante i 150 chilometri e 60 impianti già esistenti nella ski area, la val Nambino e il comprensorio di Madonna di Campiglio ospiteranno presto nuovi impianti che porteranno nuovo turismo di massa in alto, nella valle che ospita i laghi di Serodoli e Gelato. Nonostante le molte voci contrarie, nonostante la SAT con la campagna Serodoli resti Serodoli abbia proposto alternative alla monocultura dello sci da discesa, per una piena valorizzazione del territorio durante tutto l’anno, le voci favorevoli alle nuove piste del Presidente delle Funivie di Madonna di Campiglio Marcello Andreolli e della Presidente della Comunità delle Giudicarie Patrizia Ballardini sono più forti di quella ad esempio del Presidente del Parco Adamello-Brenta Antonio Caola. Si aspetta che un altro orso invada una pista da sci (è già capitato) o che una lince aggredisca un turista della domenica, poi ci offenderemo reciprocamente in pubblico in nome del Progresso.

Non è, però, solo il destino parallelo di animali come orsi alpini e lupi della Sila a legare questa terra alla Calabria. Maura Gasperi ha anche un’impresa di turismo sociale e responsabile, Natourism, ed ha iniziato nel 2011 un progetto imprenditoriale cooperativo in Calabria chiamata Ichora[3]. Gli uffici stanno a Condofuri, ma Maura lavora strettamente con loro, con l’ambizione di unire giovani calabresi e trentini nel segno dell’impegno corale per la legalità e condividere esperienze di turismo verde e sostenibile di cui il suo Trentino ha già una storia: «È un’avventura, noi ci crediamo come i nostri amici calabresi con cui lavoriamo. La Calabria ha potenzialità straordinarie, mare e monti, ma la vera grande sfida è intaccare il sistema di clientele e sudditanze locali che schiaccia inventività e talenti». Maura mi racconta in auto di quella volta che presentarono un progetto alla Regione Calabria, nel quadro di un bando finanziato da fondi europei. Il giorno della scadenza, Maura e i suoi soci si presentarono presso gli uffici regionali con l’intenzione di recapitare a mano il dossier di candidatura. I funzionari responsabili lo respinsero perché le regole che si erano dati prevedeva esclusivamente la spedizione per posta raccomandata o corriere, e ci invitarono a farlo recapitare per mezzo di un corriere. Maura e soci scesero al portone di ingresso del palazzo della Regione, il corriere si presentò in pochi minuti e chiese ca. 25€ per rifare le stesse scale che portassero allo stesso funzionario.

Lasciata la val Rendena, farò tappa a Riva del Garda, mio luogo di nascita, dove l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI), grazie all’intraprendenza di Franca Bazzanella e della giovane Emanuela Skulina, mi aveva invitato a presentare il libro. Arriveremo da Spiazzo in circa un’ora, superando il passo del Ballino, conosciuto per le sue palafitte ed i suoi funghi. Il lago di Garda è per me un mare interno, il mio mare interno, e quella sua distesa d’acqua che ammiri scendendo dalle montagne del Trentino sembra non finire mai. Non voglio però parlare del lago ora, lo farò in altra occasione. Voglio invece parlare di resistenza. Tre furono i focolai trentini della Resistenza contro il Nazifascismo, durante la seconda guerra mondiale. In val di Fiemme, con la brigata Cesare Battisti, in Valsugana, con la brigata Antonio Gramsci, e nella valle del Basso Sarca, con la brigata Eugenio Impera, dal nome di una giovanissima staffetta uccisa dagli agenti della Gestapo a Riva il 28 giugno 1944. Era una Resistenza difficile, per la presenza massiccia degli effettivi tedeschi, ben organizzati e senza pietà. Era, però, anche una Resistenza al femminile: nella brigata Impera, tra i quindici benemeriti del movimento partigiano locale figuravano quattordici donne, che ricoveravano in casa i partigiani e davano assistenza ad ex-prigionieri e rifugiati politici. La Liberazione ebbe luogo con la battaglia di Riva e Arco, tra il 28 aprile e il 2 maggio 1945, sulla principale via di fuga dell’esercito germanico incalzato dalla V Armata americana. Sulle pareti della sede dell’ANPI rivana stanno i nomi e le foto di numerosi partigiani trentini. Una di loro mi colpisce: Clorinda Menguzzato, di Castel Tesino, staffetta, informatrice, che venne seviziata, violentata, torturata e sbranata dai cani affinché parlasse. Non parlò e venne fucilata cinque giorni prima del suo ventesimo compleanno.

L’ANPI di Riva ha ripreso vigore nel 2009, soprattutto tra i giovani, quando CasaPound era sul punto di aprire una sede nella cittadina, dove già si riunivano elementi neofascisti a cavallo tra Verona e Bolzano e legati a tifoserie di basket e calcio. La reazione pubblica fu tale che CasaPound dovette rinunciare al progetto e spostarsi a Trento. Emanuela, una delle giovani attiviste dell’ANPI, mi ripete una cosa che avevo già ascoltato la sera prima da Matteo Motter: «È difficile smuovere e motivare i giovani, dare loro stimoli per uscire da loro stessi». Emanuela cerca di farlo attorno al tema dell’antirazzismo, visto che il 12% dei residenti rivani sono stranieri, organizzando ad esempio «Senza frontiere», un torneo di calcio contro il razzismo, giunto alla sua terza edizione. Franca Bazzanella, consigliera comunale a Riva, lo fa promuovendo uno spettacolo teatrale sul pensiero femminista di Scipio Sighele, lo psicologo e sociologo di Nago-Torbole che fin dal 1898, con la pubblicazione de La donna nova, difendeva i diritti delle donne. Prima era l’Antifascismo, ora pare essere la tutela dei diritti essenziali il collante per la militanza democratica che ancora funzioni. Sono in fondo tutte forme diverse di resistenza all’apatia, all’individualismo e alla mercificazione quelle che ho ascoltato nel Basso Trentino.

Ci sono modi diversi di definire ciò che implica la parola resistenza. La spiegazione migliore da associare a quella parola mi è parsa quella dal filosofo greco Costas Douzinas, che conobbi nel 2013 durante la presentazione di un suo libro a Zagabria, quando disse: «Eguaglianza, giustizia e senso comunitario sopravvivono grazie alla resistenza, e non sono la fonte della resistenza».

Un mese dopo, in Toscana.

[1] Si tratta dell’esposizione fotografica “Guerra Bianca-La Grande Guerra in Alta Quota” che ha proposto il lavoro del fotografo Stefano Torrione, e realizzata grazie alla collaborazione della Commissione Storia della SAT, della Soprintendenza Beni Culturali Provincia Autonoma di Trento e della Guardia di Finanza.

[2] Cfr. N.Magnani, «L’immigrazione internazionale nelle valli alpine tra cambiamenti demografici, trasformazioni del turismo e conflitto centro-periferia. Il caso della Val Rendena (provincia di Trento)». in G. Osti, F.Ventura (a cura di), Vivere da stranieri in aree fragili. L’immigrazione internazionale nei comuni rurali italiani, Napoli: Liguori, 2012, p. 169-187.

[3] Dal sito di Ichora: «Il nome della Cooperativa è tratto dal greco “chora” che vuol dire “tratto di terra” villaggio, paese e in greco moderno significa anche “nazione”. La cooperativa è una “terra”, tra il Nord e il Sud Italia, dove s’incontrano culture e tradizioni diverse e si intrecciano relazioni significative, con lo sguardo rivolto sempre all‟orizzonte».

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